È scomparsa Joan Didion, l’autrice che ha dato parole al dolore

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Joan Didion

L’America piange la scomparsa di Joan Didion, icona della cultura nordamericana del dopoguerra ed esponente del New Journalism, che aveva cantato l’introspezione e celebrato la fragilità umana.

«L’anno del pensiero magico»: un trionfo di dolore

Il nome di Joan Didion viene associato subito al suo grande capolavoro, L’anno del pensiero magico, pubblicato in Italia dal Saggiatore. L’autrice affida alla carta il suo dolore di fronte alla perdita improvvisa del marito, il giornalista John Gregory Dunne. Era il 30 dicembre del 2003 e i due coniugi erano appena tornati a casa dall’ospedale in cui era ricoverata la figlia Quintana. Lei preparava la cena, lui era seduto al tavolo. Quando lei gli aveva fatto una domanda, lui non aveva risposto. Non aveva fatto in tempo, era caduto a terra. «La vita cambia in fretta. La vita cambia in un istante» scrive l’autrice in quel suo libro forte e commovente, che le fa vincere il National Book Award per la saggistica. Solo due anni dopo anche Quintana morirà, a causa di una pancreatite acuta. La tragica e disumana esperienza di una madre che perde la propria figlia viene raccontata in modo magistrale in Blue Nights (Il Saggiatore, 2012).

Joan Didion canta l’introspezione, in un periodo in cui l’elaborazione del lutto non passava attraverso la carta ma era, al contrario, una condizione da mantenere privata.

La vita di Joan Didion

Nata il 5 dicembre del 1934 a Sacramento, Joan Didion inizia a scrivere prima ancora che qualcuno glielo insegni, a soli cinque anni. Negli anni ‘50, dopo aver vinto un concorso di saggistica sponsorizzato da Vogue, inizia a collaborare con la rivista e la sua carriera ha inizio. Non solo giornalismo ma anche narrativa e saggistica: nello stesso periodo, infatti, pubblica il suo primo romanzo, Run River, e The White Album, una raccolta di articoli usciti in precedenza in varie riviste, in cui rivela per la prima volta di soffrire di sclerosi multipla. Joan Didion non ha mai nascosto la propria fragilità, l’ha impressa sulla carta permettendo ai suoi lettori di ritrovarsi in quella sofferenza che è universale, ma che non sempre riusciamo a tradurre in parole.

L’autrice, scomparsa all’età di 87 anni a causa di complicanze legate al morbo di Parkinson, è considerata una delle principali esponenti del New Journalism, uno stile anticonvenzionale di giornalismo degli anni ‘60 e ‘70 che unisce tecniche narrative e strumenti propri dell’indagine giornalistica. L’autrice ha sempre accettato le sfide. Oltre al giornalismo e alla letteratura, con il marito ha firmato varie sceneggiature per il cinema, tra cui È nata una stella e Qualcosa di personale.

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Ha lasciato il segno, in America e non solo, ha aperto piste e percorso strade nuove, senza temere di perdersi. Non si è persa, Joan Didion. Anche nel momento più doloroso della sua vita, quando si è trovata ad elaborare troppi lutti nello stesso momento, l’autrice si è rivolta alle parole, al loro potere salvifico. Ha raccontato il suo dolore all’universo: «è questa la mia lettera al mondo / che mai non scrisse a me» diceva la sua connazionale Emily Dickinson qualche tempo prima. Sembra che nemmeno la Didion abbia mai ricevuto lettere o troppa benevolenza dal mondo che, anzi, l’ha messa duramente alla prova in più occasioni:

Nei momenti  difficili, mi era stato insegnato fin dall’infanzia, leggi, impara, datti da fare, rivolgiti alla letteratura. Essere informati significava non perdere il controllo.

New journalism: andare al di là dei fatti

Joan Didion non si è mai tirata indietro. Nemmeno quando nel 1988 la New York Review of Books le ha proposto di partire per la campagna presidenziale. Un fatto insolito per lei che non si era mai occupata di politica, consapevole che si sarebbe trovata di fronte ad una serie di rituali ingannevoli e parole irreparabili. In Finzioni politiche (Il Saggiatore, 2000) raccoglie una serie di saggi, dal 1988 al 2000, racchiudendo la politica statunitense in otto capitoli. Quello che fa è una decostruzione: prende una cosa tanto complessa e intricata come la politica e la squarcia, ripercorrendo avvenimenti e analizzando testi. Rinuncia all’analisi a cui siamo soliti e decide di affidarsi al potere e al fascino della narrazione per raccontare la situazione americana. Supera l’idea del giornalismo tradizionale e, anzi, svela le debolezze di quel sistema ossessionato dalla verità e dalla ricerca delle fonti, sicuramente non senza colpe (come – questo Didion lo dice bene – nel caso di Bob Woodward sull’affare Clinton).

L’autrice ha dato voce alle donne e ha portato alla luce i problemi dell’epoca con i libri L’album bianco, Salvador e Miami. Le sue figure femminili sono sole, emarginate, spesso in perenne fuga sullo sfondo di realtà che non consentono quell’evasione desiderata. C’è anche la madre, tra le donne che hanno preso vita dalla sua penna. Ne ha parlato in Da dove vengo (2003, Il Saggiatore 2018). Un altro libro complesso, che sfugge all’autobiografia a cui siamo abituati per abbracciare lo storicismo letterario. Un altro capolavoro, in cui Didion denuncia il male gaze su cui si fonda anche la città in cui è cresciuta.

La cultura ha perso una firma carica di potenza e coraggio. Così gracile da temere che un soffio di vento potesse portarla via, Joan Didion ha esorcizzato il proprio dolore scrivendolo. D’altronde, le era stato insegnato di ricorrere alla letteratura nei momenti difficili.

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Maria Ducoli

21 anni, bresciana, studentessa di Lingue, civiltà e scienze del linguaggio a Venezia. Leggo, scrivo, perdo treni e cerco di sopravvivere alla giornata.

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