Innamorati di Albert Camus

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Albert Camus

Albert Camus è un caposaldo della letteratura francese e mondiale, oltre che uno dei maggiori esponenti della filosofia esistenzialista. Uno scrittore-filosofo dunque, che nella sua prosa cerca di coniugare il sublime letterario al concettuale filosofico, riportandone poi in superficie un ibrido che non si limita mai alla semplice narrazione, ma va al di là della pagina, al di là della storia, dell’essenza delle cose.

Chi era Albert Camus?

Albert Camus nasce il 7 novembre 1913 a Dréan, in Algeria, da una famiglia di pieds-noirs, ossia di coloni francesi, che si erano stanziati nelle colonie francesi del Nord-Africa, particolarmente poveri. Nonostante l’indigenza e la morte del padre durante la Prima Guerra Mondiale, Camus riesce ad entrare nella prestigiosa facoltà di Filosofia di Algeri, dove si laureerà nel 1936.

In questi anni aderisce al movimento antifascista, aderisce al Partito Comunista Francese, senza però un reale interesse ideologico, ma semplicemente in risposta alla guerra civile spagnola. L’atteggiamento distaccato lo porterà addirittura ad essere espulso dal partito col l’accusa di trotskismo.

Allo stesso tempo incomincia la professione di giornalista e critico letterario e verrà assunto in vari giornali locali. A seguito però di un reportage sulle condizioni di vita particolarmente disagiate della popolazione algerina, il governatore della colonia decide di adoperarsi per far licenziare Camus da tutti i giornali per cui scriveva, e così il giovane si vede costretto a partire alla volta della Francia. A Parigi inizia la sua esperienza al Paris-Soir, da cui verrà però licenziato poco dopo a causa del suo antinazismo. Da lì deciderà di tornare in Algeria ad Orano (la città in cui ambienterà La Peste), dove aprirà una scuola per i bambini ebrei esclusi da quelle dello Stato.

A causa della tubercolosi decide di tornare a Parigi, dove inizia a lavorare per la Gallimard, storica casa editrice che già gli aveva pubblicato agli inizi degli anni Quaranta: Lo Straniero e Il Mito di Sisifo. Inoltre, in questi anni di guerra, si affilia alla cellula partigiana Combat, divenendo caporedattore del giornale clandestino, assieme a Jean-Paul Sartre, l’amico che lo accoglierà nei caffè letterari di Saint-Germain-des-Prés. Con Sartre la convivenza non sarà semplice: le tematiche dell’Assurdo e della Rivolta saranno alla base poi della rottura sia tra i due che tra Camus e il mondo intellettuale progressista di sinistra parigino.

Finita la guerra, si impegna per la liberazione dell’Algeria e cura molte opere di una delle autrici a lui più care: Simone Weil. Nel 1951 pubblica L’uomo in rivolta, dove auspica un umanesimo fondato sulla solidarietà, sulla ragione e su valori democratici e critica aspramente la degenerazione comunista, in particolare quella sovietica. Sartre, a tal proposito, giudicherà borghese e passivo l’approccio “reazionario” di Camus e, assieme a buona parte degli intellettuali di Parigi, si allontanerà da lui.

Negli anni successivi Albert Camus prova una forte solitudine. Pochi, infatti, sono gli amici e intellettuali che gli rimangono accanto, come Chiaromonte e Ignazio Silone. Ma l’impegno letterario, più che filosofico, nel 1957 gli riserva una grande sorpresa: viene infatti insignito del Premio Nobel per la Letteratura.

Il 4 gennaio 1960 Albert Camus trova la morte in un incidente stradale, insieme al suo editore, Michel Gallimard.

Un breve accenno al pensiero

Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia.

Per parlare della produzione letteraria di Camus bisogna inevitabilmente, anche in modo molto sintetico, dare una definizione della sua filosofia.

Camus enuncia il concetto dell’assurdo dell’uomo, ossia quella presa di coscienza esistenziale per cui un individuo capisce di esistere, e allo stesso tempo capisce l’assurdità dell’esistere. Un assurdità che deriva dal divorzio che il soggetto fa con la realtà, arrivando a sentirsi immerso in un qualche cosa di essenzialmente indifferenziato, indefinito e insensato. Arriva in questo senso addirittura a giustificare il suicidio in alcune pagine del Mito di Sisifo, anche se comunque ne dà una soluzione, un’alternativa.

A questa volta estrema in cui il pensiero vacilla molti uomini, e proprio fra i più umili, sono giunti. Costoro hanno rinunziato allora a ciò che avevano di più caro: la vita. Altri ancora, principi nel campo dello spirito, hanno pure fatto tale rinunzia, ma hanno proceduto al suicidio del loro stesso pensiero, nella sua più pura rivolta. Il vero sforzo consiste, al contrario, nel rimanervi (…) La tenacità e la perspicacia sono spettatori privilegiati in questo gioco inumano, dove l’assurdo, la speranza e la morte scambiano le loro repliche. Lo spirito può allora analizzare le figure di questa danza al tempo stesso elementare e sottile, prima di illustrarle e di riviverle in se stesso.

Assurdo quindi come condizione nel quale bisogna rimanere, ma come? La risposta che dà Camus, e che sarà tanto criticata da Sartre, consiste nell’umanitarismo e nella solidarietà. La stessa solidarietà che gli appestati de La Peste avranno tra di loro nel momento in cui la pestilenza dilagherà, e alla fine sarà l’unica soluzione o possibilità di salvezza: chi di fronte alla peste dell’esistere concede all’altro solidarietà, può superare o almeno lenire l’assurdo.

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Umanitarismo che però non sarà mai nelle corde di Sartre, che addirittura in quella che è la sua più grande opera letteraria, La Nausea, farà sbeffeggiare al protagonista il personaggio dell’autodidatta, reo di credere nell’umanitarismo. Un’idea che, invece, Camus non ha mai smesso di sostenere, come si legge ne L’uomo in rivolta:

La rivolta è essa stessa misura: essa la ordina, la difende e la ricrea attraverso la storia e i suoi disordini. L’origine di questo valore ci garantisce che esso non può non essere intimamente lacerato. La misura, nata dalla rivolta, non può non può viversi se non mediante la rivolta. È costante conflitto, perpetualmente suscitato e signoreggiato dall’intelligenza. Non trionfa dell’impossibile né dell’abisso. Si adegua ad essi. Qualunque cosa facciamo la dismisura serberà sempre il suo posto entro il cuore dell’uomo, nel luogo della solitudine. Tutti portiamo in noi il nostro ergastolo, i nostri delitti e le nostre devastazioni. Ma il nostro compito non è quello di scatenarli attraverso il mondo; sta nel combatterli in noi e negli altri.

Per iniziare: «Lo straniero» (1942)

Il più grande romanzo di Camus è certamente Lo Straniero. Meursault uccide un uomo e lo fa senza interesse: si estrania semplicemente da sé stesso e si guarda vivere. Viene messo in carcere e dovrà poi subire un processo. Meursault ancora una volta si estrania: si guarda, inerme, e vede sé stesso giudicato dalla giuria. La sentenza sarà terribile, ma non gli interesserà. Continuerà a guardare nel vuoto, nel suo oblio.

Certamente questa è l’opera che più riprende l’idea di assurdo esposta nel paragrafo precedente. Il protagonista qui diventa straniero di sé stesso perché cosciente dell’assurdo che nasce dal divorzio tra l’io e la realtà e non sa trovare una soluzione se non quella di guardarsi vivere per inerzia. Arrivando perfino a vedersi morire.

Per proseguire: «La peste» (1947)

Ne La peste, in un momento non precisato degli anni Quaranta, scoppia nella città di Orano la peste bubbonica. La città, per ordine di Parigi, viene completamente isolata.

Rieux, il protagonista, si trova a narrare le vicende che sarebbero accadute nella città. Lo scenario è apocalittico, palcoscenico per tutte le reazioni umane al disastro. Da una parte la totale disgregazione sociale di alcuni, la perdizione, la violenza, e dall’altra la solidarietà reciproca più profonda di altri.

Ecco che qui Camus ci mostra la sua soluzione all’assurdo: la solidarietà sociale. In un mondo appestato dall’esistenza l’unica cosa che ci resta da fare è essere solidali col prossimo.

Innamorati di Albert Camus: «La caduta» (1956)

La caduta è un lungo monologo compiuto da Clemence, un avvocato parigino. Questi si ritrova a parlare della sua esistenza e della sua vita, e mette in rilievo quello che è l’assurdo, ossia quella sua incapacità di trovare un sodalizio con la realtà, questo totale distacco che lo porta ad estraniarsi.

Clemence però non si distacca sempre completamente, ma rimane “in vita” attraverso la reiterazione di gesti, la quotidianità ripetuta sempre nello stesso modo, talora fino all’esasperazione. Ed è così, in un lungo monologo, che l’uomo compie la chute, la caduta della maschera, che però non lo porta alla soluzione ma solo, finalmente, a comprendere sé stesso e la propria disperazione, al di là delle apparenze borghesi.

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Vladislav Karaneuski

Classe 1999. Studente di Lettere all’Università degli studi di Milano. Ama la letteratura, il cinema e la scrittura, che gli dà la possibilità di esprimere i silenzi, i sentimenti. Insomma, quel profondo a cui la parola orale non può arrivare.

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