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L’autobiografia grammaticale della nostra vita

«Autobiogrammatica» di Tommaso Giartosio

8 minuti di lettura
«Autobiogrammatica» recensione libro di Tommaso Giartosio

Autobiogrammatica di Tommaso Giartosio è uno dei candidati al Premio Strega 2024 e probabilmente è uno dei più particolari. Si tratta infatti si un’opera senza dubbio unica che sfida le convenzioni tradizionali della narrativa autobiografica. Il libro, edito Minimum Fax, è stato proposto da Emanuele Trevi con la seguente motivazione:

(…) «Autobiogrammatica», con la sapienza e la profondità che da sempre connotano la sua scrittura, Tommaso Giartosio li trasforma nel cuore e nel motore di un testo che è al contempo romanzo di formazione e memoir, cronaca famigliare e autoritratto, dizionario pubblico e privato: un’impresa che a me sembra preziosa quanto necessaria.

La metalinguistica e la metanarrazione

In questo libro, Giartosio non ha semplicemente raccontato una vita come il titolo suggerirebbe, ma la vita di tutti noi, in quanto inesorabilmente legata alla lingua e alle parole, ognuna delle quali ha quasi un sapore, un odore, una sua identità. Fin dalla sua introduzione, il libro esplora la complessità del sé attraverso un approccio linguistico e metanarrativo che affascina e stimola il lettore, a cui sovente si rivolge.

La struttura del libro è inusuale e frammentaria, rispecchiando la stessa peculiarità fluida e, per usare un termine riferito a Ulisse, multiforme della lingua stessa e quindi dell’identità personale. La lingua si fa simbolo infatti dell’ambiguo, del grottesco, dell’ignoto, ma anche della instabilità dell’esistenza, tanto che l’autore paragona le parole a delle foglie:

Siamo cateratte di parole. E ogni parola che ci affiora alla mente o alla bocca, anche quella che abbiamo deliberato con la massima attenzione, a ripensarci ci spiazza. Ogni parola a guardarla bene sembra un po’ esorbitante: tanto è seghettato […] tanto irriducibile al suo mero significato, come pure al sottile reticolato del silenzio. È una foglia che volteggia sul labbro di uno strapiombo.

L’autore gioca con le parole, si diverte e diverte il lettore parlando con lui, richiamandolo. L’approccio giocoso e sopra le righe dell’autore crea un po’ di smarrimento a un lettore non abituato a contenuti originali; e sicuramente un libro del genere non si vedeva da molti anni, quantomeno non con questa visibilità.

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Tra gioco e amore per le parole

Giartosio infatti compone e ricompone il testo, che nei primi capitoli incuriosisce molto ma successivamente smarrisce un po’. Si crea quasi un puzzle, un rompicapo, che nessuno può risolvere se non il lettore. Grazie alla presenza di un sottile (ma nemmeno troppo) e profondo senso di ironia, le oltre quattrocento pagine del libro scorrono molto velocemente.

Perplessità, ma anche buon umore, tanti sono i sentimenti che questo viaggio intellettuale e questa sfida linguistica suscitano in noi. Un gioco dove a vincere sono senza dubbio le parole. Notevoli le molteplici citazioni, è chiaro che Tommaso Giartosio padroneggia alla perfezione la lingua e la conosce, la ama. E con lingua intendiamo anche linguaggio in senso più ampio.

Linguaggio è tutto ciò che può essere sognato. Quel verso, io da ragazzo me lo sono preso; o lui ha preso me. Con un rovesciamento. Del congiuntivo ho fatto un sostantivo: dell’ipotesi, una sostanza insignita della maiuscola. Gli ho fatto dire altro.

Così come ama i nomi e ne cita diversi, e qui entra in gioco l’autobiografia che conosciamo: Giartosio ha un dialogo aperto con il lettore, lo sfida, ma si confida anche con lui.

Salvo è un nome. I nomi di persona sono come le conchiglie apena pescate: se le lasci al sole, dopo un po’ cominciano a muoversi, cacciano fuori zampette aguzze o una lingua levigata. Non tutti i nomi agiscono su tutti, ognuno ha i suoi. Maria, Emma, Paolo, Martino mi suggeriscono certamente significati condivisi (Maria la Madonna, Emma Madame Bovary, ecc.), mi fanno anche risorgere nella mente alcune donne e uomini a cui ho voluto davvero bene; eppure i loro nomi in quanto tali non hanno, per me, un proprio cuore, un battito. Sono la parte morta e funzionale del linguaggio. Ma in Luca – per fare un esempio a caso – altra storia! Non c’è nessun Luca tra le persone che più hanno definito la mia esistenza, eppure sento che in questo nome frigge un’antica presa di corrente.

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Si può amare un nome?

Perché i nomi si possono amare e le parole contengono un’importanza impossibile da ignorare per la nostra vita.

In Autobiogrammatica (acquista), Giartosio esplora in profondità l’importanza delle parole, come ad esempio i nomi all’inizio del libro, ma in generale tutte le parole hanno un peso specifico e un potere evocativo unico. Così il libro ha una struttura frammentaria unita nel suo gioco da figure, ma anche da citazioni, parole, simboli di frammenti di vita, come quelli che l’autore racconta qui. Lasciando, alla fine, il lettore con quasi un vuoto di incompletezza: vorrebbe ancora stare lì a sentire, ad ascoltare (anche se li ha letti) i suoi racconti, le sue parole.

Si può amare un nome? Io dico di sì, perché si può amare un quadro, una casa, un’ora del giorno. Ma chiamerò a parlare un esempio: il nome Luca. Luca, luminoso anche nella sua tonica buia, nome bruno con una vocale azzurra; Luca maschile, ma a sorpresa congiunto dalla a finale al femminile. (Per un motivo simile amo i nomi d’uomo in -e, così spesso angelici e profetici.) Qui entra in gioco il ricordo di un verso, l’ultimo del quarto canto dell’Inferno: E vegno in parte ove non è che luca. “Adesso entro in un luogo dove non c’è nulla che riluca”, dice Dante; tutto è buio, tutto è colpa – dopo il vestibolo (il limbo) inizia l’atrio infernale, il carcer cieco, la voragine concentrica, il gorgo in cui potresti affondare per anni e anni. So quando ho incontrato questo verso. È stato esattamente nell’autunno del ’79, sentendolo recitare da un professore di italiano piccolo, astratto, dagli occhi di vetro, appassionato di cinema e di recitazione.

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Silvia Argento

Nata ad Agrigento nel 1997, ha conseguito una laurea triennale in Lettere Moderne, una magistrale in Filologia Moderna e Italianistica e una seconda magistrale in Editoria e scrittura con lode. Ha un master in giornalismo, è docente di letteratura italiana e latina, scrittrice e redattrice per vari siti di divulgazione culturale. Autrice di un saggio su Oscar Wilde e della raccolta di racconti «Dipinti, brevi storie di fragilità».

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