Le regine della filosofia nell’ombra del patriarcato

Buxton e Whiting scrivono un saggio che porta alla luce il pensiero di filosofe oscurato dalla società patriarcale

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Le regine della filosofia

La filosofia non è roba per donne. O forse sì. Forse lo è sempre stata, ma noi non l’abbiamo vista. La società patriarcale ha oscurato il contributo femminile alla storia del pensiero. Tlon l’ha riportato alla luce.

«Le regine della filosofia». La trama

A scuola non ho mai studiato filosofia. Provenendo da un istituto tecnico il massimo che ho fatto è quale teoria disseminata qua e là negli studi di letteratura. L’esame che ti fa disperare su un libro di filosofia l’abbiamo fatto tutti, in università. Primo anno, 250 pagine di filosofi, molti dei quali con nomi tedeschi impronunciabili. Ti porti a casa un 28 e due anni dopo ti chiedi cosa sia restato di quell’esame. La risposta non si fa attendere: erano tutti uomini. Forse ti sei dimenticata le specificità delle teorie, magari confondi l’anno, ma non puoi fare a meno di notare che appartenessero tutti al genere maschile. Dove sono le filosofe?

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Ci rispondono Rebecca Buxton e Lisa Whiting nel libro edito da Tlon Le regine della filosofia: nell’ombra. Il saggio ritrae il pensiero e il percorso di venti tra le più importanti pensatrici di sempre. A raccontarle sono altrettante studiose, delle donne che raccontano le donne, unendosi in un coro dopo tanti anni di silenzio. Questo perché:

rischiamo di perderne la saggezza se rimaniamo confinati nelle liste di lettura convenzionali che ci vengono affidate tra i banchi di scuola. Ignorare così tante filosofe perché non rientrano nel tipico canone filosofico è una perdita per tutti noi.

Alcune le conosciamo, altre ci suoneranno completamente nuove, ma tutte contribuiranno ad accrescere la nostra comprensione della materia. Da Ipazia ad Angela Devis, da Diotima ad Azizah Y-al Hibri, quello proposto è un viaggio nell’oppressione femminile che attraversa i secoli. 

Mai solo filosofe

Diotima, introdotta nel Simposio di Platone come maestra di Socrate. Hannah Arendt, studentessa diciottenne che aveva una relazione con il suo professore, Martin Heidegger. Mary Wollstoncraft, moglie del filosofo William Godwin e madre di Mary Shelley. L’elenco potrebbe proseguire. Le filosofe non sono mai state solo filosofe, erano sempre qualcos’altro. Mogli, madri, figlie. Spesso collegate ad un uomo, le loro capacità sono state attribuite alle relazioni sentimentali che stringevano o ai genitori che le avevano cresciute.

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Il loro pensiero veniva minimizzato, come se non potesse essere veramente farina del loro sacco. Come viene scritto nella prefazione, «molti considerano l’immagine del filosofo, eppure quell’immagine riflette le forze politiche dominanti della sua epoca». Una società patriarcale porta inevitabilmente all’invisibilità delle donne, angeli del focolare che al posto di filosofeggiare dovrebbero sfornare crostate di albicocche e bambini.

Ripercorrendo la storia del pensiero, vediamo come si siano sempre trovate altre descrizioni per definire le filosofe del periodo che, come abbiamo detto, erano sempre “altro”. Ipazia era una matematica e astronoma, George Eliot una letterata, Hannah Arendt una teorica politica. La filosofia veniva dopo, una nota a piè di pagina nella vita di queste donne che hanno fatto la storia del pensiero. In Le regine della filosofia, vengono riconosciute forse per la prima volta nella loro interezza. Vengono chiamate con il loro nome, quello di filosofe. 

Siamo sempre state filosofe. Lo eravamo anche prima di poter seguire un corso universitario, di poter pubblicare libri, di poter tenere conferenze pubbliche. Lo eravamo prima che si iniziasse a collassare l’idea granitica secondo cui una donna che studiava fosse un abominio. […] Non possiamo non chiederci cosa sarebbe accaduto se lo spazio della filosofia fosse stato aperto a chiunque: avremmo evitato di trovarci sull’orlo del disastro – sanitario, climatico e umano – con la sensazione costante di essere alla fine della storia?

Squilibri e tentativi di risolverli 

«La mia penna non riesce a stare al passo dei miei sentimenti» scriveva Harriet Taylor Mill, esponente del primo femminismo liberale e anche lei nota per essere la moglie del pensatore John Stuart Mill. In L’emancipazione delle donne, la filosofa si chiede se sia giusto che metà del genere umano trascorra la propria vita in funzione dell’altra metà maschile, con il solo compito di soddisfare il suo piacere e il suo orgoglio. Riconosce nella legge l’aggravante di questo squilibrio, visto che questa precludeva – ma potremmo tranquillamente dire che in una certa misura lo faccia ancora – alle donne la possibilità di carriera autonoma. 

Mary Wollstoncraft, invece, diede importanti contributi nell’educazione. Sottolineò l’importanza di un’istruzione uguale per maschi e femmine, andando contro l’idea di Rousseau, secondo cui le bambine – più deboli per natura – dovevano essere educate in modo separato e differente dai loro coetanei. Era il diciottesimo secolo, e la filosofa già rivendicava la necessità di abolire tutte quelle differenze che – soprattutto nell’educazione – lasciano il tempo che trovano. La Wollstoncraft sosteneva che le donne prima di sposarsi avrebbero dovuto fare un viaggio. Dove non importa, ciò che conta è l’andare via, scoprire il mondo, cosa che gli uomini facevano d’abitudine mentre al genere femminile veniva chiesto di scoprire – al massimo – le mura domestiche. 

Non è un mondo giusto quello che impedisce alla maggior parte delle persone di filosofare, e di certo non è stato giusto finora.

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Maria Ducoli

22 anni, studio linguistica a Venezia, leggo, scrivo e cerco di sopravvivere alla giornata.

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