«Memoria delle mie puttane allegre» e altre solitudini

Da Macondo a Marina di Castagneto Carducci per sopravvivere alla bolla delle proprie insicurezze

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Memoria delle mie puttane allegre

Memoria delle mie puttane allegre perché di triste c’era soltanto il titolo. Carlotta Vagnoli rielabora la monumentale opera di Gabriel García Márquez, Cent’anni di solitudine, confrontando le figure femminile di Macondo con alcune donne della sua Marina di Castagneto Carducci.

Marsilio lancia un nuovo piccolo saggio PassaParola, una collana di memoir i cui libri assomigliano a lunghe lettere che gli scrittori inviano all’autore di un libro speciale/ossessione. Nel caso di Carlotta Vagnoli, quell’autore è Márquez.

Il concetto di tempo e spazio in «Memoria delle mie puttane allegre»

«Il tempo e lo spazio – in questa Macondo che da sempre sembra attendere la tempesta di sabbia perfetta – hanno un valore sballato, un altro significato». Nell’analizzare Cent’anni di solitudine, Carlotta Vagnoli ha riabilitato tre figure femminili che nell’opera monumentale di Márquez erano lasciate un po’ ai margini della storia, viste come vanesie e viziate, prigioniere di un’invisibilità patriarcale.

Per salvarle dalla loro bolla, crea un ponte che da Macondo conduce a Marina di Castagneto Carducci, dove la stessa autrice è cresciuta. Un piccolo paese che, come tanti altri, vive di consuetudini proprie.  L’unica differenza: il mare.

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Santa o puttana? Per capirlo servono Úrsula, Pilar e Remedios la bella. E poi servono Morena, Gabri e nonna Iselda. Tre donne, di finzione e reali, per decostruire le strutture paramatriarcali e riscrivere l’importanza dei loro ruoli nel contesto sociale.

Úrsula/Morena, due matrone caparbie, avvolgenti. Madri severe e risolute, in grado di portare il peso della famiglia, anche da sole, anche se la famiglia è il mondo intero. Pilar/Gabri, sicure e decise. Curano il corpo e l’anima, condividono la potenza femminile, «l’autodeterminazione del proprio corpo». Una è il simbolo della fertilità e l’altra della cura del corpo. Remedios la bella/nonna Iselda. Due donne di una bellezza immortale, prigioniere della loro maledizione.

Le donne di Márquez però, come le donne di Marina di Castagneto Carducci, sono le uniche risolte e gli uomini, a differenza di quanto il vecchio Gabo ci tenga a dimostrare, sono vittime del loro ego:

Ogni donna termina la propria vita portando a compimento una missione ben precisa, chiudendo un cerchio e agendo da simbolo o punto di riferimento per arrivare alla possibilità di discutere un tema più profondo.

Sono gli uomini Buendía i veri infelici, quelli privi di ancore, prede dei loro stessi istinti e incapaci di pensare a chiunque se non a se stessi.

Autodemolizioni e speranze tossiche

Dovremmo fingere che i personaggi siano nostri amici e parenti vicini, i compaesani che conosciamo da generazioni, per poterci avvicinare. È proprio nella distanza che vediamo il sistema perdendo di vista il singolo individuo.

Spesso osservare un personaggio spinge al giudizio, un po’ come annientare ciò che non puoi controllare. Ma se questi personaggi fossero reali, amici  o compagni di vita, tutto sarebbe diverso.

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È anche vero che spesso odiamo ciò che negli altri riconosciamo come elemento simile a noi, un tratto della propria personalità o del modus vivendi che riscontriamo nel prossimo. Ma riconoscere i propri limiti deve essere un punto di partenza per evolversi e non rischiare di scoppiare come la bolla che è Macondo. Redimersi per sopravvivere. 

Gli uomini Buendía, «infantili, confusi, caotici», non trovano un rimedio alla solitudine, persi come sono nel bisogno di annullare la maledizione che li condurrà alla fine della stirpe. E non capiscono, avvelenati dal loro cieco ego, che quella maledizione è proprio la solitudine. E la speranza tossica di avere la vita in pugno.

Le donne, dal canto loro, con la solitudine c’hanno fatto i conti da subito. La bolla delle loro insicurezze le ha preparate a trasgredire ogni regola della perfezione:

Le puttane di Márquez non sono infelici. 

Le donne di tutta la sua produzione non sono arcigne e viziate, scontrose e maligne. Anzi, sono le vere combattenti del senso di solitudine, le uniche che possono affrontare ogni sfida che la vita imponga loro senza tirarsi indietro, al contrario di quanto fanno i personaggi maschili – infantili, confusi, caotici -, che si disperdono in cent’anni di solitudine e in cento rituali magici nella speranza che possano donare loro l’eternità.

Memoria delle mie puttane allegre (acquista) è una parafrasi necessaria per comprendere quanto sia necessario, in molti casi, rinunciare al silenzio tossico della nostra piccola Macondo. Consigliato a chi ha voglia di ripercorrere le strade del proprio microcosmo per imparare ad autodemolirsi e mettersi in discussione nel proprio contesto sociale, rimescolare le carte degli stereotipi di cui tanto siamo stanchi e che non riguardano solo le “puttane” di Márquez ma, allo stesso modo, riguarda il sex work, la sessualità e l’omosessualità. 

Un libro che ridà vita, e giustizia, a un altro libro.

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Serena Votano

Serena Votano, classe 1996. Tendenzialmente irrequieta, da capire se è un pregio o un difetto. Trascorro il mio tempo libero tra le pagine JD Salinger, Raymond Carver, Richard Yates o Cesare Pavese, in sottofondo una canzone di Chet Baker, regia di Woody Allen.

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