Geografia sentimentale della Somalia

«Cassandra a Mogadiscio» di Igiaba Scego

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«Cassandra a Mogadiscio» di Igiaba Scego

Parole che nascono dal racconto orale e vengono tramandate con la scrittura. Parole che cuciono ponti tra generazioni. Parole che uniscono storie dimenticate. Parole che cauterizzano le ferite del passato. Parole che si fanno racconto dell’odissea del popolo somalo nell’ultimo libro di Igiaba Scego, Cassandra a Mogadiscio (Bompiani, 2023), candidato al Premio Strega 2023. Il romanzo è stato proposto da Jhumpa Lahiri con la seguente motivazione:

Questo libro ben equilibrato, anche dirompente, sicuramente il libro più importante che esista, nella letteratura italiana, sulla storia postcoloniale italo-somala, va letto per uscire dal silenzio, dall’oblio e dalla rimozione che distorce la verità di quell’epoca, e per far i conti con il razzismo non solo di una volta ma di oggi. Va letto per rendere contemporanea e sempre rilevante la lotta secolare di donne che hanno da dire ma sono condannate a non essere ascoltate. Sono le parole, dunque, di questa Cassandra testarda ma tenera, vincente e accogliente, vispa e ironica, che conquistano il lettore, e la sua potenza sta nel continuare a esprimersi senza rabbia, solo con convinzione e con lucidità. In questa Cassandra, crediamo.

Amatissima Soraya

Soraya è una «sradicata», una ragazza d’origini somale che vive da tanti anni in Canada. Parla inglese, francese e sembra ricordare appena qualche parola di somalo: una lingua che in lei risuona «neonata», come il ricordo confuso di una bambina. Soraya è anche una «nipote amatissima», la destinataria di una lunga, intima lettera di sua zia Igiaba: un geografia sentimentale di una famiglia e di una nazione intera.

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Da una parte c’è il dinamismo dell’Italia dei primi anni ’90; dall’altra c’è la Somalia, una nazione devastata da una guerra che ha rubato i sogni e la vita al suo popolo. Nel mezzo c’è Igiaba, una Cassandra che osserva da lontano le macerie della sua città, di uno dei suoi mondi, costretta nell’indifferenza di un’altra realtà.

Ormai Mogadiscio è morta. Si trova nel paradiso (o forse dovrei dire inferno) delle città perdute. La vedo seduta accanto a una Troia sanguinante, mentre Cassandra, la figlia di Ecuba e Priamo, ne osserva le cicatrici. E le sue lacrime diventano polvere.
E se quella Cassandra fossi io, Soraya?
Una Cassandra che vede il Jirro sovrastare i continenti.
Non più figlia di Ecuba e Priamo, ma di Chadigia e Ali.
Una Cassandra a Mogadiscio.

Recuperare la memoria

Per un rifugiato, per un migrante e per i suoi figli non c’è via di fuga dal fantasma dello Jirro: la malattia, in lingua somala, che si tramuta in una patologia storica e politica, in un dolore collettivo. Non resta altro che esorcizzarlo attraverso la memoria, attraverso il racconto di ciò che è stato.

Memoria. Sei saltata in aria su mine antiuomo. Sei stata fucilata in plotoni d’esecuzione sommari e improvvisati. Sei stata stuprata nel deserto da trafficanti ingordi di dollari. Sei stata ridotta a brandelli da autobombe esplose nella notte per conto di mafie e terrorismi. Sei stata crivellata dai kalashnikov in battaglia. E ora sei sfollata in un campo profughi gremito. E poi insultata nelle vie di un Occidente che non ti conosce né ti vuole conoscere. E così intanto evapori. Via. Lontano. Dalle menti. Dai cuori. Dalle schiene che ti sostenevano audaci e incoscienti. Recuperarti dal baratro in cui sei caduta è forse l’unica cosa che possiamo fare se vogliamo guarire davvero. Se vogliamo che il Jirro prima o poi ci lasci in pace.

Igiaba parla di memoria attraverso un lessico familiare. Rievoca la storia del suo aabo, il padre, funzionario dello stato somalo costretto a scappare dalla presa di potere del nuovo governo. Tesse la storia della sua hooyo, l’amata madre che, nel mezzo della guerra civile, riparte per la Somalia in cerca dei figli rimasti. Ricostruisce i ricordi sfumati d’infanzia, della complessa realtà di Mogadiscio, la calda città che ha custodito i suoi primi anni di vita.

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«L’alfabeto, la mia gioia, la mia ultima immagine»

In Cassandra a Mogadiscio (acquista), la forza della parola annienta qualsiasi connotazione storica e politica della lingua. L’italiano non rappresenta più il codice imposto dal colonizzatore, ma lo spazio salvifico dell’arte, della letteratura, della narrazione. Diviene un linguaggio universale, capace di superare qualsiasi barriera e restituire, nella sua intima semplicità, una limpida immagine del patrimonio orale di una nazione per troppo tempo dimenticata.

Aabo, hooyo, so che i nostri antenati non hanno conosciuto la lingua scritta e non penso che chi ha le risorse e l’istruzione per scrivere sia migliore degli altri: ma vi ringrazio per avermi fatto dono di questo strumento invisibile e potente, perché tramite esso canto la nostra gente. Il popolo somalo grande e fiero, la sua storia nel cuore di un continente che trabocca di risorse e meraviglie. La sua diaspora, la sua resistenza che sorride con denti bianchissimi così come la carta gioisce di venire impressa d’inchiostro.
L’alfabeto, la mia gioia, la mia ultima immagine.

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Costanza Valdina

23 anni, nata a Perugia, studia letteratura americana all’Università Ca’ Foscari di Venezia. La descrivono come un’instancabile lettrice, un’incurabile cinefila e una viaggiatrice curiosa. Negli anni si è innamorata della scrittura e del giornalismo, ispirata dall’ideale che “pensieri e parole possono cambiare il mondo.”

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