«Le cattive», un’autofiction politica

Una storia raccontata con audacia e spontaneità

9 minuti di lettura

Pochi mesi fa Edizioni Sur ha portato finalmente in Italia l’attesissimo Le cattive, romanzo d’esordio dell’autrice e sceneggiatrice argentina Camila Sosa Villada, divenuto nel corso degli ultimi anni un vero e proprio fenomeno editoriale internazionale.

Le cattive, proposto nella traduzione dallo spagnolo di Giulia Zavagna, ha avuto un effetto dirompente sulla stampa e sul pubblico. Merito del suo linguaggio audace e della maestria dell’autrice nel trasformare episodi di vita vissuta in una narrazione ben più ampia, capace di toccare temi attuali con sentita e dolorosa spontaneità.

«Le cattive»: la trama

Come già anticipato, nella stesura de Le cattive Sosa Villada attinge dalle sue esperienze personali di donna transgender che durante l’adolescenza e la prima età adulta si è avvicinata al mondo della prostituzione, per una coincidenza di fattori sociali troppo facilmente fatta passare per destino. La storia segue un ensemble di donne di strada di Córdoba, quasi tutte transgender, guidate dalla monumentale e vetusta Zia Encarna. Poco dopo aver accolto la protagonista nel loro gruppo trovano, abbandonato nel parco, un neonato.

Le cattive copre l’arco temporale della crescita del bambino, ma non è solo l’unico uomo della casa ad essere in costante trasformazione. Infatti, tra momenti di festa e soprusi indicibili anche la stessa Camila cresce in questa chosen family, tanto anticonvenzionale quanto legata a un sentimento ancestrale di solidarietà.

I margini tra utopia e soprusi

Il polo intorno a cui si sviluppa la narrazione de Le cattive è proprio la casa della vecchia Zia Encarna, la figura matronale del gruppo di donne trans di Córdoba. Questa abitazione è una rappresentazione concreta del margine in cui sono relegate e nonostante tutto prosperano le minoranze.

La “casa trans” di Encarna non è solo solo un mesto rifugio di persone ripudiate dalla società. Questo casermone dalle mura dipinte di rosa è una comunità organizzata a tutti gli effetti. Qui, le protagoniste del romanzo possono abbassare la guardia e permettersi di essere loro stesse. Costruiscono insieme una barriera tra loro e la strada che ancora troppo spesso le chiama a sé.

Sulla mia poltrona, coperta con le giacche delle altre trans della casa, mi addormento con la ninnananna che Encarna intona per il piccolo. Il racconto mille volte ascoltato della mia dolorosa nascita si diluisce come lo zucchero nel tè. In quella casa trans, la dolcezza può ancora impaurire la morte. In quella casa, perfino la morte può essere bella.

Fuori dalle mura, tuttavia, la violenza irrompe costantemente nella vita di Camila e delle altre donne trans di Córdoba. Una violenza alimentata da una mentalità comune che non riesce a mettersi in discussione e vede nella loro stessa esistenza un pericolo allo status quo.

Realismo e magia

Gli elementi di realismo magico de Le cattive entrano in scena in punta di piedi, mascherati da iperboli. Quando sul corpo della tranquilla e caritatevole Maria iniziano a crescere piume, l’età ultracentenaria di Zia Encarna e le stregonerie de La Machi si rivelano tasselli di un’impronta speculativa più ampia.

Non è raro trovare questi elementi fortemente connotati in senso culturale all’interno di opere di letteratura sudamericana; ancora più interessante della loro esistenza è il ruolo che Sosa Villada assegna loro nella sua storia, che vede al centro un gruppo di donne transgender.

Metamorfosi e deformazioni

C’è infatti più realismo che magia nelle metamorfosi di queste donne. I più benpensanti le vedono come un’anomalia della società, i più violenti come un male da estirpare con ogni mezzo. Anche a costo di ripudiare le proprie figlie o sporcarsi le mani del sangue della stessa persona che pochi minuti prima ha procurato loro piacere.

Se qualcuno volesse azzardare un’interpretazione della nostra patria, di questa patria per la quale abbiamo giurato di morire a ogni inno cantato nei cortili della scuola, questa patria che si è portata via le vite dei giovani nelle sue guerre, questa patria che ha seppellito la gente nei campi di concentramento, se qualcuno volesse fare un resoconto esatto di un tale schifo, allora dovrebbe vedere il corpo della Zia Encarna. Siamo anche questo, come paese: il maltrattamento inflitto senza tregua ai corpi delle trans. L’impronta lasciata su certi corpi, in modo ingiusto, convulso ed evitabile, quell’impronta d’odio.

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Ci si riferisce qui prima di tutto alla metamorfosi dei corpi transgender, il percorso che porta Camila e le altre donne a far combaciare l’aspetto interiore con quello esteriore con strati di trucco e olio di motore iniettato nelle curve. C’è però anche un tipo più subdolo e meno desiderato di trasformazione, la deformazione che avviene quando si cede a una pressione più grande di sé.

Cosa può insegnarci «Le cattive»?

Le cattive testimonia come sia possibile fare autofiction mantenendo al centro la collettività. Quest’opera fuori dagli schemi, orgogliosamente queer e militante, dimostra che il personale può ancora essere politico a una platea che troppo spesso ha svuotato quest’espressione del suo vero significato.

Il focus che Sosa Villada pone sulla corporeità, su un’identità di genere che porta con sé i segni della violenza a ogni passo, è reso con una prosa provocatoria e al tempo stesso estremamente consapevole:

Tutto può essere così bello, tutto può essere così fertile, così imprevedibile, è difficile credere che sia opera di un dio. Il linguaggio è mio. È un mio diritto, me ne spetta una parte. È venuto a me, io non l’ho cercato, quindi è mio. Mia madre me l’ha lasciato in eredità, mio padre l’ha sprecato. Lo distruggerò, lo contaminerò, lo confonderò, lo intralcerò, lo farò a pezzi e poi lo resusciterò quante volte sarà necessario, una rinascita per ogni cosa ben fatta a questo mondo.

Le cattive illustra con la spontaneità di chi ha vissuto certe esperienze sulla propria pelle transizioni difficili, fatte di compromessi con l’aspetto, il nome e l’identità che si sceglie di avere per istinto di sopravvivenza. È un romanzo che ha poco a che vedere con le storie di coming out più edulcorate. Qui troviamo madri registrate all’anagrafe come padri, prove di travestitismo adolescenziale che purtroppo non portano ad alcuna competizione o palcoscenico da drag queen: realtà purtroppo ancora comuni e universali.

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Francesca Fenaroli

Classe 1997, laureata in Editoria a Milano. Appassionata di libri, tecnologia e tutto quello che c'è nel mezzo. Umberto Eco sarebbe fiero di lei, o almeno così le piace pensare.

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