«Cittadino cane», il quarto potere secondo Carlo Cane

Il ritorno alla narrativa di Giordano Meacci, nel primo titolo della collana «L'invisibile» di Industria&Letteratura

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Nel lontano 1787, il filosofo e deputato della Camera dei Comuni inglese Edmund Burke definì i cronisti parlamentari nel seguente modo: «voi siete il quarto potere! In un paese libero, ogni uomo pensa di avere interesse a tutte le questioni pubbliche, di avere il diritto di formarsi e manifestare un’opinione su di esse». In sociologia, dunque, con “quarto potere” si intendono i mezzi di comunicazione e il loro ruolo nella vita democratica e politica di un paese.

Quarto potere è anche il titolo italiano di un noto film del 1941 di Orson Welles, il cui titolo originario è Citizen Kane e a cui Giordano Meacci si è ispirato per il suo ritorno alla narrativa dopo 6 anni da Il cinghiale che uccise Liberty Valance (minimum fax, 2016): Cittadino Cane, primo titolo della collana «L’invisibile» curata da Martino Baldi per Industria&Letteratura.

La trama di «Cittadino Cane»

Cittadino Cane narra la storia di Carlo Cane, politico e imprenditore italiano che ha avuto legami con il presidente russo Vladimir Putin. Il protagonista è stato più volte ministro del governo italiano in un’Italia altra, dove Italia Viva e Lega assieme al Movimento 5 Stelle hanno dato vita al partito ItaLega e dove Silvio Berlusconi, mentore del protagonista, è diventato Presidente della Repubblica.

Ormai prossimo alla morte, Carlo Cane cerca di ripercorrere à rebours la propria vita:

C’è sempre un eccesso di pudore, nel mentire sulla propria vita; anche se lo facciamo tutti, quando ci raccontiamo. Io per primo. È difficile trovare il modo in cui pensarci, mentre viviamo, perché spesso ci fa fatica partire dall’inizio. Per esempio non mi sono mai chiesto che ora è stata quella della mia nascita: e chissà se faccio in tempo a rimediare.

L’infanzia a Rignago Barabba, la carriera politica, il matrimonio con Laura: questi e altri avvenimenti vengono raccontati dal protagonista, che cerca di liberarsi dal giogo delle «parole morte», il “quarto potere” che da sempre lo ha imbrigliato in una verità in cui non si è mai riconosciuto e che ora, sei mesi prima della sua morte, vuole restituirci nel migliore dei modi possibili.

Da «Citizen Kane» a «Cittadino Cane»

Torniamo ora al parallelismo con Orson Welles. Cittadino Cane altro non è che la resa in italiano – letterale, ma che grazie alla lingua di Meacci assume un senso – del titolo originario di Quarto potere, ovvero Citizen Kane. Tanti sono gli elementi in comune fra il film di Welles e il racconto di Meacci. Il primo elemento è il nome: Carlo Cane non è altro che la traduzione italiana di Charles Foster Kane, il protagonista del film di Welles, che come Carlo Cane ha influito, nel suo caso con la sua attività di editore, sulla vita del proprio paese.

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Qui, però, “cittadino cane” assume una valenza che “Citizen Kane” non ha: se il solo “Citizen Kane” rende umano il protagonista di Welles, il titolo di Meacci non solo ci restituisce Carlo Cane nella sua umanità, ma rende meglio l’idea della sua solitudine, poiché diventa “cane” non solo di nome, ma nella sua solitudine anche di fatto.

Altri elementi ci permettono di legare le due cose: lo scettro di legno e la palla di cristallo con dentro il castello e la neve finta di Carlo Cane sono un riferimento allo slittino “Rosabella” (Rosebud nella versione originale inglese) e alla palla di vetro a cui Charles Foster Kane fa riferimento in punto di morte.

Ci sono, tuttavia, delle differenze fra i due: se la storia di Charles Kane è raccontata attraverso i ricordi che i conoscenti di Kane raccontano al giornalista Jerry Thompson e attraverso i frammenti del suo diario, la storia di Carlo Cane è raccontata direttamente dal protagonista stesso, con l’inserimento di articoli di giornale, appunti di giornalisti e trascrizioni di colloqui con Vladimir Putin per creare più contrasto fra la verità del protagonista e quella del “quarto potere”.

La vita riscritta del «Cittadino Cane»

Leggendo Cittadino Cane, ci viene in mente il concetto di «personaggio cavo» coniato da Giorgio Vasta nella sua prefazione a Oltre il giardino di Jerzy Kosinski (minimum fax, 2014), la cui storia del giardiniere Chance ha in comune il racconto di Meacci l’idea della manipolazione dei mass media e di come questa riesca a creare le persone e la propria vita. Per Vasta, un personaggio cavo ha un «vuoto costitutivo, originario», e chi lo incontra «cede alla tentazione di colmarlo pretendendo di intuire o di dedurre un suo ulteriore lineamento».

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Ed è qui, allora, che ritorna il concetto di “parole morte” menzionato prima; parole che rendono Carlo Cane un personaggio cavo, riempito di significati che ha raccolto dentro di sé dalla nascita:

Ecco. Una vita a impedirmi di veder cambiarsi davanti le parole morte; ed è proprio la mia vita al primo arrivo che mi si riscrive, quasi quell’ombra fosse accanto a me da sempre: solo perché m’è stata accanto sempre. Comunque. Rignago. La scuola. Gli sguardi.

Sono le parole morte, «le parole nei romanzi, le frasi che dicono gli attori in un film. I filmati di repertorio», che hanno determinato fino alla morte la vita di Carlo Cane. Quelle che gli hanno dato un padre che molto probabilmente non è il suo vero padre, delle trascrizioni e delle traduzioni del colloquio con Putin rimaneggiate per farlo apparire il più mediocre e cattivo possibile, delle enciclopedie online che lo vogliono in contrasto con Berlusconi quando in realtà sono amici, ma anche quelle di Emilia, che fanno sì che la moglie Laura lo creda il suo amante, al punto che Carlo, senza speranza, prova a convincerla del fatto che «io non sono questo».

Carlo Cane, vittima delle parole vive e morte

Sei mesi prima di morire, Carlo Cane cerca di spogliarsi dei significati che le persone che ha conosciuto gli hanno dato. Cerca, dunque, di spogliarsi delle verità che gli sono state date per tornare a una originaria, dimostrando agli altri che lui non era l’uomo spietato che la gente ha imparato a conoscere, ma un essere umano come tutti con un grande bisogno di amore e comprensione.

Il problema, però, è che è stato proprio Carlo Cane a portare le persone a credere a verità cui lui non ha mai creduto per primo, come dimostra questo dialogo con il padre Lorenzo:

“Oi. La verità è quella che uno dice. E se la dici, continui”. Carlo guarda suo padre come se dovesse conservare quel suo lampo di saliva ai bordi della bocca per sempre.
“O lo sai fare o non lo sai fare”, continua Lorenzo accostandosi di più al letto. “Basta ci credono gli altri. Se sei bravo, ci credono. Sennò, no”.
Una pausa. Poi, come se glielo ordinasse. “E te sei bravo”.
Carlo accetta quello che sperava come un’imposizione. E dice .

Carlo prova in tutti i modi a ritornare alla verità su di sé, a cercare di fare ordine in quella «polvere e terra, frammenti opachi che giorni lo sono stati, magari, ma che ora sono solo quello che resta di una manciata di neve finta e vetro», ma fallisce. Il protagonista esiste ormai nelle parole degli altri, negli articoli di giornale e nelle trascrizioni dei suoi colloqui e interventi.

Per tornare alle parole della prefazione di Giorgio Vasta al romanzo di Kosinski, Carlo Cane è un personaggio cavo che se «se svuotato sperimenterebbe la perdita e l’inquietudine che alla perdita si accompagna»: può raccontarci la sua versione dei fatti, ma deve convivere con quella che gli è stata attribuita, accontentandosi di stare «in silenzio e orfano del tutto» e sperare veramente che, vero o falso che sia, «quello che s’è fatto resterà».

Il quarto potere del «Cittadino Cane»

Dopo il Bartleby melvilliano, il Wakefield di Nathaniel Hawthorne e il giardiniere Chance di Jerzy Kosinski, Giordano Meacci consegna alla letteratura europea e internazionale una nuova figura che si aggiunge alla galleria di “personaggi cavi” di cui parla Giorgio Vasta: Carlo Cane, il Cittadino Cane, un uomo solo che prova a restituirci la sua verità, ma che deve tenere nascosta nella sua intimità, perché la verità che conta è quella raccontata dagli altri, costruita attraverso i nostri gesti e le nostre parole da cui è impossibile uscire e che ci condanna a una solitudine senza via d’uscita.

“Lo scopo di un uomo è quello di convincere gli altri che gli vuoi bene… Così da costringerli a pensare che hanno il dovere di volerti bene anche loro!…”
Carlo Cane si sente folgorato. Crede intensamente, profondamente: e per sempre: che questo sia il modo di cui la sua vita deve riempirsi per non perdersi nel tempo vuoto di una vecchiaia sprecata.
“E poi…” continua Berlusconi. “Carlo. Non cercare di capire tutto… Voi giovani volete capire sempre tutto! Ma non è necessario, non è nemmeno giusto…”

Fonti bibliografiche:

Giorgio Vasta, Chance & CO., in Jerzy Kosinski, Oltre il giardino, trad. di Vincenzo Mantovani, minimum fax, Roma, 2014

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Alberto Paolo Palumbo

Laurea magistrale in Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee presso l’Università degli Studi di Milano con tesi in letteratura tedesca e allievo dell'edizione 2021 del Master "Il lavoro editoriale" della Scuola del Libro. Crede fortemente nel fatto che la letteratura debba non solo costruire ponti per raggiungere e unire le persone, permettendo di acquisire nuovi sguardi sulla realtà, ma anche aiutare ad avere consapevolezza della propria persona e della realtà che la circonda.

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