Colson Whitehead fra Harlem e letteratura

Lo scrittore americano due volte Premio Pulitzer presenta «Il ritmo di Harlem»

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Colson Whitehead

Nella serata di martedì 12 luglio, la redazione di Magma Magazine ha preso parte alla presentazione, organizzata da Mondadori, di Il ritmo di Harlem (acquista), ultimo romanzo dello scrittore americano Colson Whitehead di cui vi abbiamo già parlato mesi fa.

Alla presentazione, che si è tenuta in videoconferenza con traduzione simultanea dall’inglese, hanno preso parte anche blogger e giornalisti che hanno avuto l’occasione di fare all’autore domande sul libro e su temi che gli riguardano da vicino.

Qualche informazione su Colson Whitehead e su «Il ritmo di Harlem»

Chi conosce già Colson Whitehead, può ben immaginare quanto questa sia stata una grandissima occasione. Whitehead, infatti, è un due volte Premio Pulitzer. Ha vinto il prestigioso premio letterario americano nel 2017 con La ferrovia sotterranea (Sur, 2017) e nel 2020 con I ragazzi della Nickel (Mondadori, 2019 – acquista). Classe 1969, l’autore newyorkese è diventato il quarto nella storia del Pulitzer a vincerlo per due volte. Prima di lui ci sono riusciti Booth Tarkington, William Faulkner e John Updike.

Colson Whitehead è tornato l’anno scorso in libreria con Il ritmo di Harlem (acquista), un romanzo che segna il ritorno dell’autore alla letteratura di genere. Se con L’intuizionista si era cimentato nella speculative fiction, mentre Zona Uno era un post-apocalittico e La ferrovia sotterranea un romanzo storico con elementi fantastici, qui Whitehead utilizza il genere dello heist novel. Quest’ultimo consiste in un noir incentrato sulla realizzazione di un grosso colpo criminale.

Il protagonista del romanzo è Raymond “Ray” Carney, proprietario di un negozio di mobili, il Carney’s Furniture, a Harlem, quartiere newyorkese noto non solo per la sua vivacità artistica, ma anche per la violenza e la criminalità. Già all’inizio del romanzo, suo cugino Freddie lo coinvolge nella rapina dell’Hotel Therese. Questo avvenimento porterà Ray a comprendere come, nonostante la facciata di rispettabilità, anche la persona più onesta sia costretta a scendere a compromessi con l’illegalità e la violenza di Harlem.

Harlem secondo Colson Whitehead

Questa, ovviamente, non è la prima volta che si accosta Harlem al genere del noir. Già autori come Ernest Tidyman e Chester Himes avevano scritto delle serie hard-boiled (rispettivamente Shaft e Harlem Detective) che ritraevano Harlem nella sua natura violenta e criminale. La prima domanda posta all’autore verteva proprio su questo: è possibile rappresentare Harlem lontano da questa visione e dal genere poliziesco?

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Secondo l’autore è possibile rappresentare Harlem in maniera diversa. È un quartiere molto dinamico, e negli ultimi vent’anni il tasso di criminalità è diminuito. Esistono, dunque, anche persone che conducono una vita normale, che vanno a scuola, e che non commettono reati né sono devastate dalla droga. Whitehead ha raccontato che vi sono film ambientati a Harlem con persone perbene. C’è un problema: viene meno l’elemento drammatico. L’autore ha usato il genere poliziesco perché gli aspetti negativi di Harlem piuttosto che il protagonista dedito alla criminalità sono elementi più interessanti della vita di una persona ligia al dovere e ossequiosa verso la legge.

L’idea di letteratura di Colson Whitehead

Quando scrive un romanzo, per Whitehead viene sempre prima l’idea, e successivamente il modo di narrare. Una volta compreso che può parlare di qualcosa, allora lo scrittore lavora sul suo progetto, e qualsiasi genere per lui funziona, poiché hanno tutti pari dignità.

Questa divisione fra letteratura di genere e letteratura alta solo frutto di snobismo. È concepita da persone elitarie e dalle letture limitate, ed è ormai una questione superata. Cormac McCarthy con La strada ha scritto ad esempio un romanzo post-apocalittico; Toni Morrison in Amatissima fa apparire un fantasma; Philip Roth ne Il complotto contro l’America scrive una sorta di storia fantapolitica, mentre nel Seno trasforma il protagonista in un enorme tetta.

Ormai è irrilevante questa differenza. Ironizzando, Whitehead ha affermato che gli scrittori non invitano ai barbecue le persone che la pensano ancora così, anzi, possono restare nei loro salotti a bere vino e a mangiare formaggi.

Dilemmi morali: «Il ritmo di Harlem» e «I ragazzi della Nickel» a confronto

Nel parlare del Ritmo di Harlem, sono stati tirati in ballo i precedenti romanzi dell’autore newyorkese, ovvero La ferrovia sotterranea e I ragazzi della Nickel. Un punto interessante, per esempio, che ha toccato Il ritmo di Harlem e I ragazzi della Nickel, è la presenza o meno di antinomie morali. L’autore non si considera uno scrittore di contrasti morali e interiori, ma a seconda della storia raccontata si confronta con problemi differenti e dilemmi esistenziali.

Se nei Ragazzi della Nickel sono contrapposti due modi differenti di stare al mondo (Elwood Curtis più ottimista e fiducioso nel cambiare l’ordine sociale; Jack Turner più pessimista e propenso solo a sopravvivere), nel Ritmo di Harlem Ray Carney cerca la sua strada in un mondo capitalista che lo penalizza per la sua posizione nella società e il colore della pelle, e Whitehead lo rappresenta nella sua quotidiana umanità e nelle sue manchevolezze morali.

Il fantastico e il realismo secondo Whitehead

Un altro aspetto interessante è la convivenza fra elementi realistici e fantastici. In questo senso Whitehead ha fatto un paragone fra I ragazzi della Nickel e La ferrovia sotterranea. Realismo e fantastico per l’autore sono strumenti di cui si avvale a seconda di ciò che sceglie di narrare.

I ragazzi della Nickel, per esempio, si attiene ai fatti e alle testimonianze degli ex studenti della Arthur G. Dozier School for Boys (istituto da cui Whitehead ha tratto ispirazione per la Nickel Academy, ndr.)ed è più realistico, mentre La ferrovia sotterranea è più fantastico, ma sono due modi diversi di raccontare il mondo. Con quest’ultimo, infatti, Whitehead ha inventato di sana pianta una vera e propria ferrovia sotterranea per raccontare una sua America. Attraverso questo espediente fantastico è riuscito a intessere un dialogo con la Storia mettendo a confronto la persecuzione degli afroamericani e quella degli ebrei in Europa con la Shoah, considerato che l’ideologo della purezza della razza è stato uno scienziato americano.

Abbandonare la contemporaneità per il passato

Che si tratti di un romanzo realista, di un libro con elementi fantastici o di narrativa di genere, a Whitehead interessa il passato degli Stati Uniti. Se i primi romanzi (ad esempio Zona Uno e John Henry Festival) erano molto contemporanei, col tempo l’autore ha compreso che sul suo presente non aveva più nulla da dire, e ha trovato nei romanzi storici – o che si confrontano con periodi storici differenti – una fonte utile e feconda di creatività. Per lo scrittore è utile abbandonare la propria contemporaneità per mettersi nei panni di chi ha vissuto il passato.

Questo è il motivo per cui nel Ritmo di Harlem si narra il periodo tra il 1959 e il 1964, ovvero quello della presidenza Kennedy e della segregazione razziale. Attraverso lo heist novel, lo scrittore newyorkese ha pensato di sfruttare certi eventi che ha interessato la Grande Mela come il blackout del 1977 o le rivolte contro la polizia degli afroamericani nel 1944. Essendo quest’ultime state usate da Ralph Waldo Ellison in Uomo invisibile, Whitehead allora ha deciso di sfruttare le rivolte del 1964,  arrivando così a scrivere quelle che sono le tre parti del romanzo, ambientate nel 1959, nel 1961 e nel 1964.

Il lavoro di documentazione storica

Nel parlare della storia, Whitehead trova stimolante il lavoro di ricerca e documentazione. Per La ferrovia sotterranea, ad esempio, l’autore ha letto memoir e autobiografie di ex schiavi che ha trovato utile per il lessico e le descrizioni della vita nelle piantagioni.

Per Il ritmo di Harlem, invece, ha consultato gli archivi dei giornali, come quello del «New York Times», dove ha trovato un giornale del 1961 che raccontava la campagna per la carica di sindaco della Grande Mela e nella pagina a fianco una reclame di un negozio di mobili. Su New York, inoltre, è stata utile anche la lettura del romanzo di William S. Burroughs Junkie (in italiano La scimmia sulla schiena), ambientato fra gli anni Quaranta e Cinquanta e con protagonista un piccolo criminale.

La cultura pop e l’adattamento di «La ferrovia sotterranea»

La letteratura di genere, dunque, è in grado di raccontare il passato e il presente. Durante l’incontro, uno dei presenti ha ricordato che in una sua intervista Whitehead aveva dichiarato che il suo film preferito era Mad Max: Fury Road, un film distopico post-apocalittico del 2015 che secondo l’autore meglio rappresentava l’America del tempo. Le vicende raccontate, che tanto ricordano quanto poi successo a Capitol Hill, sembravano in un certo senso premonitrici del futuro.

Secondo Whitehead, in Mad Max non c’è nulla di divinatorio, in quanto gli Stati Uniti sono da anni usciti dai binari. Se si osserva la realtà circostante e si considerano gli ultimi avvenimenti – le manifestazioni neonaziste nel 2017 e le sparatorie –, si capisce che gli Stati Uniti sono ormai fuori controllo, e la sua società è frammentata.

Restando in tema di cultura pop, l’autore ha avuto modo anche di esprimersi sull’adattamento televisivo della Ferrovia sotterranea realizzato da Barry Jenkins. Lo ha trovato un adattamento intelligente e sensibile frutto di un lavoro durato tre anni e che ha coinvolto circa cento persone. Whitehead ha dichiarato che non avrebbe saputo fare di meglio, lo ha visto tre volte e tutte le volte si è commosso.

L’esperienza di Whitehead con la pandemia

Come tanti scrittori, anche Whitehead si è confrontato con la pandemia. Per lui il periodo pandemico è stato un momento molto creativo. Non solo è riuscito a finire a fine maggio la prima stesura del Ritmo di Harlem, ma anche a iniziare il sequel, ambientato negli anni Settanta e con protagonista ancora Ray Carney. Se solitamente la sua giornata lavorativa finiva alle tre del pomeriggio, in piena pandemia la sua giornata si è prolungata. Avendo un sacco di idee ed essendo tutti a rischio di morte, l’autore ha pensato bene di mettersi subito al lavoro prima che fosse troppo tardi.

In pandemia si ha avuto modo di riflettere sul futuro. Una cosa del genere Whitehead l’ha fatta con il racconto Il comico (The Comedian) che presenterà quest’anno al Festival Letterature a Roma. Solitamente Whitehead non scrive racconti brevi. Con Il comico voleva cercare di capire quale sarebbe stata la prossima versione di sé in quanto uomo e scrittore, così come il comico del racconto vuole cercare la sua voce e il suo posto nel mondo.

La questione razziale e la cancel culture

Verso la fine della presentazione sono state fatte anche riflessioni più generali sulla scrittura e sull’attualità. Si è parlato, ad esempio, di questione razziale. Whitehead è stato categorico in questo senso: uno scrittore afroamericano non per forza deve parlare di questioni razziali o di personaggi di colore.

Se uno scrittore ha un’idea e un progetto fa del suo meglio per realizzarli, che si tratti di un’apocalisse zombie, della schiavitù o dei mondiali di poker. Un tempo c’erano autori come Richard Wright, James Baldwin e Ralph Waldo Ellison che scrivevano a nome di tutti gli afroamericani, ma oggi non è più così. Non esiste più una sola esperienza afroamericana, e l’idea che uno scrittore afroamericano debba per forza trattare di problemi razziali è nella testa di qualche critico bianco, e questo non è un problema dell’autore.

Un altro tema interessante è stato quello della cancel culture. Whitehead ha affrontato la questione ironizzando. Ha affermato, infatti, che la cancel culture sia una scemenza che lo svilisce e, non avendo nulla da dire sulla contemporaneità, si limita soltanto a godersi il suo mancato contributo al dibattito.

New York secondo Colson Whitehead

Infine, la chiacchierata si è conclusa su New York. Whitehead non ha un’idea definitiva sulla Grande Mela: se l’avesse smetterebbe di scrivere e annoierebbe chiunque. La sua è una continua ricerca di cos’è New York: lo ha fatto in forma di saggio con Il colosso di New York, in chiave allegorica con L’intuizionista e in modo realistico con Il ritmo di Harlem.

Una cosa certa è che se una volta si sentiva in ansia perché Melville e Whitman prima di lui avevano parlato di New York, ora non più. Lo scrittore sa che qualcuno per primo ha scritto qualcosa meglio di lui (Omero lo ha fatto con la guerra e Toni Morrison con la schiavitù). Che si parli di New York, che si racconti una storia di formazione o la schiavitù, Whitehead cerca sempre di fare del suo meglio. Se ci riesce, può definirsi fra i più grandi assieme alle sue fonti d’ispirazione.

Immagine in evidenza: Colson Whitehead. Fonte: By editrrix from NYC – Colson Whitehead @ BBF, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=48554468

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Alberto Paolo Palumbo

Laurea magistrale in Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee presso l’Università degli Studi di Milano con tesi in letteratura tedesca e allievo dell'edizione 2021 del Master "Il lavoro editoriale" della Scuola del Libro. Crede fortemente nel fatto che la letteratura debba non solo costruire ponti per raggiungere e unire le persone, permettendo di acquisire nuovi sguardi sulla realtà, ma anche aiutare ad avere consapevolezza della propria persona e della realtà che la circonda.

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