«I crisantemi» di John Steinbeck – chiavi di lettura

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La lunga vallata John Steinbeck

Posizionato in apertura della raccolta La lunga vallata (The long valley), I crisantemi è uno dei racconti più analizzati e discussi di John Steinbeck. La ragione di tanto ardore critico è da ricercarsi nel significato della vicenda, che si presta a molteplici – e talora discordanti – letture.

Una storia di amarezza e incomprensione

Elisa vive con il marito Henry nella Salinas Valley, in California. Non avendo figli, la coppia può dedicarsi a tempo pieno alla gestione del proprio ranch. La più grande passione di Elisa sono i suoi crisantemi, che coltiva con cura nel piccolo giardino vicino a casa. I fiori crescono sani, robusti e colorati – merito del suo pollice verde che lei stessa definisce un «dono». L’arrivo di un magnano, un pomeriggio d’inverno, scombussola l’esistenza della donna e risveglia in lei sentimenti e aspirazioni che non pensava nemmeno di avere. Non è attrazione fisica la sua, ma spirituale: l’uomo, infatti, è l’unico che non solo ha mostrato interesse verso i suoi crisantemi, ma ha riconosciuto e ammirato le doti vivifiche di Elisa. Per questa ragione, quando le chiede un vaso di fiori da poter consegnare ad un’altra donna lungo la strada, Elisa accetta con orgoglio. È, però, tutta un’illusione: il magnano voleva solo guadagnare qualche spicciolo per poter proseguire il suo viaggio, e la sua ammirazione per i crisantemi era una mera copertura per irretire Elisa. Quando la donna lo comprende, è ormai tardi: i suoi adorati crisantemi, scaraventati in strada, giacciono abbandonati sulla terra fredda.  

L’interpretazione femminista

Come abbiamo accennato, la storia è stata al centro di dibattiti intensi circa il suo possibile significato. L’autore, da parte sua, non ci fornisce alcun indizio interpretativo. Delle diverse letture che ne sono state date, una delle più quotate è quella che vede Elisa come vittima di una società maschilista, dove le donne non hanno possibilità di espressione e sono destinate a soffrire nella loro solitudine.

Secondo questa spiegazione, il narratore descrive la protagonista con aggettivi solitamente attribuibili agli uomini allo scopo di esaltarne la corporatura e il temperamento virile: il suo viso è «forte», la sua figura «massiccia e pesante», con indosso «un cappello nero da uomo» e «un grande grembiule di velluto da cacciatore». La mascolinità di Elisa è quindi un meccanismo di autodifesa, adoperato al fine di sentirsi inclusa nella società prettamente virile dei rancheros.

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Sarà l’incontro col magnano, che rimane affascinato (almeno in apparenza) dai crisantemi, a risvegliare in Elisa tutta la sua femminilità. Dopo la partenza dell’uomo, infatti, Elisa si affretta a farsi una doccia e indugia davanti allo specchio a osservare il suo corpo nudo. Sceglie il vestito «simbolo della propria grazia», si pettina e si trucca. La scena finale, dove scopre che i fiori sono stati gettati per terra come spazzatura dal magnano, rappresenta la sua dolorosa presa di coscienza: nessuno sembra riconoscere e rispettare la sua femminilità, il suo essere donna.

Il problema dell’interpretazione femminista

Abbiamo definito questa interpretazione femminista, benché su alcuni punti l’utilizzo di questo aggettivo paia discutibile – ad esempio, la retorica della donna che si sente menomata perché non ha figli, probabilmente perché non può concepire. Sempre secondo la stessa linea esegetica, i crisantemi sarebbero un simbolo bivalente: prima, rappresenterebbero i bambini che Elisa avrebbe desiderato avere; dopo l’arrivo del magnano, diventerebbero l’espressione della sua femminilità e sensualità. Il mutamento dei due concetti metaforici ci pare, se non fallace, quantomeno forzato.

L’interpretazione ecocentrica

Esiste una seconda chiave di lettura del racconto che, a nostro avviso, illumina molti punti che l’interpretazione femminista ha lasciato al buio: l’interpretazione ecocentrica. Per “ecocentrismo” s’intende una filosofia che sostiene la primaria importanza della natura, che deve essere rispettata e curata dall’uomo in quanto fonte di vita e di biodiversità. Steinbeck accoglie l’ecocentrismo americano inaugurato da Henry David Thoreau e ufficializzato da John Muir, facendo di Elisa la portavoce di una connessione intima e sincera con l’ambiente. Quando spiega al magnano come prendersi cura dei crisantemi, Elisa afferma che le sue dita «sono un tutt’uno con la pianta» e «non sbagliano mai».

Sono quindi i fiori il ponte verso la natura, di cui la protagonista sembra conoscerne i respiri, i battiti, i sussurri. E non siamo davanti a un rapporto monodirezionale: se è vero che la natura è fonte di espressione per Elisa, vale anche il contrario. La donna diventa il ritratto dell’artista ecocentrico, la cui arte è vivifica e «adorna la natura con una cosa nuova», per dirla con Ralph Waldo Emerson.

Cosa rappresentano, dunque, i crisantemi?

A seconda dell’interpretazione personale dei lettori, i crisantemi possono esprimere concetti differenti. Abbiamo menzionato come possano costituire l’identità femminile di Elisa, nelle sue declinazioni di maternità e sensualità, oppure l’unione mistica tra essere umano e natura. Per chi desiderasse invece mantenere una chiave di lettura più psicologica, i fiori alluderebbero all’io interiore di Elisa, incompreso e ignorato. Ciò spiegherebbe perché, nello scorgere i crisantemi buttati via dal magnano, Elisa si metta a piangere silenziosamente «come una vecchietta»: sono la vergogna e l’amarezza di essersi aperta a qualcuno che non ha saputo, o voluto, ascoltarla.

Un racconto iconico

Comunque la si voglia vedere, il racconto di John Steinbeck è vivo e rigoglioso come l’aiuola della sua protagonista, perché non ha mai smesso di far sbocciare dibattiti e discussioni. Il suo raffinato simbolismo – ancora più efficace perché non corredato da una spiegazione dell’autore – e la sua prosa tersa, dominanti dello stile di Steinbeck, trovano qui la loro più alta espressione. Anche per questo motivo, I crisantemi sono un ottimo punto di partenza per chi voglia approcciarsi a Steinbeck per la prima volta.

Edizione di riferimento: John Steinbeck, La lunga vallata, a cura di Luigi Sampietro, Bompiani 2017

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Caterina Cantoni

Classe 1998, ho studiato Lingue e Letterature Straniere all’Università Statale di Milano. Ammaliata da quella tragicità che solo la letteratura russa sa toccare, ho dato il mio cuore a Dostoevskij e a Majakovskij. «Viale del tramonto», «La finestra sul cortile» e «Ritorno al futuro» sono tra i miei film preferiti, ma ho anche un debole per l’animazione. A volte mi rattristo perché so che non mi basterebbero cento vite per imparare tutto ciò che vorrei.

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