Il ritmo frenetico de «La danza del Bifolco»

Arriva in Italia, edito da Nottetempo, il secondo romanzo di Fiston Mwanza Mujila

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La danza del bifolco

Nel suo secondo romanzo La danza del Bifolco l’autore congolese Fiston Mwanza Mujila offre uno sguardo caleidoscopico e decisamente poco convenzionale su un preciso spaccato storico e culturale del suo Paese di provenienza.

Dopo aver pubblicato il suo primo romanzo, Tram 83, la casa editrice Nottetempo accoglie di nuovo la sfida traducendo e portando sul mercato italiano La danza del Bifolco. Questo romanzo è intrinsecamente africano e allo stesso tempo universalmente postmoderno. Trascina, infatti, il lettore direttamente nel vortice degli ultimi giorni del regime di Mobutu, in un Paese chiamato ancora per poco Zaire, dove convivono perdizione e ambizioni, opulenza e rovina.

«La danza del Bifolco»: la storia

Così come la rumba sfrenata da cui prende il nome, La danza del Bifolco rifiuta ogni pretesa di linearità strutturale. A succedersi sono quadri scenici suddivisi in capitoli brevi e incalzanti che seguono registri e forme narrative di volta in volta diverse. Il romanzo si svolge in modo irregolare, alternando descrizioni del contesto socioculturale del tempo a dialoghi quasi teatrali. Devia, così, la storia verso direzioni impreviste e spesso sconnesse tra loro.

L’improvvisazione narrativa condotta da Fiston Mwanza Mujila ha come centro la località di Lumumbashi, in Zaire. Nel 1997 a Lumumbashi sta per cambiare tutto, persino il nome della nazione stessa, ma non c’è alcun senso di sospensione nell’aria. Semmai, gli abitanti sembrano vorticare a ritmo sempre più frenetico, scontrandosi uno contro l’altro proprio come nei balli fatti al Mambo della Festa, il locale della cittadina dove ci si ritrova per bere, ballare e mettere in vista il proprio status sociale.

Ne La danza del Bifolco emergono di continuo diversi drammi come la povertà e la dispersione giovanile nelle strade, il consumo di alcool e droghe, la guerra civile in Angola e le sommosse sempre più frequenti, che si accumulano senza essere approfonditi. D’altronde, la vorticosa danza non può fare altro che prenderne atto e poi continuare, nella follia collettiva che, seppure con altri suoni e ritmi, accomuna la vita urbana di ogni angolo del mondo.

La cosa davvero rocambolesca in questo mondo è che alla stessa ora, nello stesso minuto, nello stesso secondo, più di cinquecento miliardi di gesti vengono compiuti in contemporanea: la gente tromba, taglia birre, accende la radio, fomenta colpi di stato, legge Bofane, Mabanckou o Musil, guarda un film, fuma colla, si insulta, danza la polka-mazurka, sale sul treno, annega, muore, finisce in galera…

L’ensemble di personaggi

La danza del Bifolco si apre con una figura imponente, che fornisce gli accordi su cui si innesta l’intero romanzo. Si tratta di Tshiamuena, soprannominata la Madonna delle miniere di Cafunfo. È il punto d’incontro tra i miti a bassa intensità dell’età contemporanea e le credenze secolari del territorio. La sedicente donna bicentenaria Tshiamuena attira a sé una folla di persone altrimenti smarrite in mezzo alle continue trasformazioni in atto nello Zaire.

La madonna delle miniere di Cafunfo non era fatta della stessa carne di noialtri, smarriti per secoli e secoli nelle miniere alluvionali dell’Angola. Era una persona meravigliosa. Era un’oasi nel deserto del Kalahari. Era acqua potabile. Terra Madre. Guardiana del Tempio. Ferrovia nella sterpaglia dei nostri sogni scornati. Dea della Pappatoria. Fiume Zaire in miniatura. Architetta dei nostri desideri di opulenza. Primogenita del denaro e dell’abbondanza.

A comparire con più frequenza nelle pagine del romanzo, senza essere tuttavia dei protagonisti a tutti gli effetti, sono tuttavia Ngungi e Sanza. Sono due ragazzi di strada che attraversano le vie di Lubumbashi vivendo di espedienti e cercando in tutti i modi la fortuna. Un terzo ragazzo, Molakisi, parte invece verso le miniere di diamanti in Angola. Nelle loro peregrinazioni i ragazzi incrociano altre figure, tra cui due residui del passato coloniale del Paese: lo scrittore austriaco Franz e l’agente segreto Guillaume.

Proprio come in un’improvvisazione jazz, i personaggi de La danza del Bifolco fanno il loro ingresso in scena senza preavviso. Portano ognuno il proprio contributo nella costruzione della storia, che si assembla proprio grazie a questo accumulo di voci.

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Lingua e musica ne «La danza del Bifolco»

Lo sperimentalismo linguistico di Fiston Mwanza Mujila ne La danza del Bifolco è dovuto in gran parte al parallelismo che l’autore opera tra letteratura e musica. Il richiamo principale, esplicitato già nel titolo del romanzo, è a un tipo di rumba sfrenata ballata nei locali congolesi.

«Senza la rumba, lo Zaire sarebbe un guscio vuoto», sentenzia l’autore nel romanzo. Questa musica, oltre a svolgere un ruolo catartico per i suoi connazionali, è ormai parte integrante della cultura del Paese. A questo proposito, Mwanza Mujila ha creato per la testata Pan African Music una playlist contenente le musiche che lo hanno ispirato nella stesura del romanzo.

Dal punto di vista della scrittura, la musicalità travolgente e imprevedibile della rumba si traduce in un pastiche di generi narrativi, registri linguistici e riferimenti culturali. La danza del Bifolco è un romanzo difficile da inquadrare, che può apparire a molti persino privo di senso, ma che possiede un’attrattiva magnetica. A dare un ritmo alle pagine ci pensano la successione rapida e incalzante dei capitoli e il ritorno continuo, ossessivo come un motivetto musicale, di espressioni come “tagliare le birre” o “siamo in Zaire”. Una volta entrati nel vortice della danza, sarà difficile uscirne.

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Francesca Fenaroli

Classe 1997, laureata in Scienze dei Beni Culturali e studentessa di Editoria a Milano. Si occupa, tra le altre cose, di intrattenimento, cultura popolare e narrativa di genere. Umberto Eco sarebbe fiero di lei, o almeno così le piace pensare.

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