L’attesa in Dino Buzzati

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Dino Buzzati

Cinquant’anni fa, il 28 gennaio 1972, scompariva il grande Dino Buzzati, il cui tono fiabesco e incantatore ci ha ammaliati per anni, intrecciando nelle sue opere  temi come la morte, la magia, il riscatto e il destino. Amante della visione e del potere che la parola lascia spazio all’immaginazione, Buzzati utilizza la scrittura come una matrice, creando archetipi e personaggi che nella loro singolarità contemplano l’universale immedesimazione del lettore.

Molti critici sono concordi nel dire che uno dei temi pregnanti dell’autore veneto è quello dell’attesa. I suoi romanzi e racconti si svolgono in cornici sibilline e talvolta cariche di inquietudine: l’attesa si declina qui sia nella descrizione dei luoghi che egli adibisce a scenografie dei suoi racconti, sia nell’intreccio della trama degli stessi.

I personaggi di Dino Buzzati sono spesso anti-eroi che si dispiegano attraverso un auto-sabotaggio conico, in lizza per un destino già tracciato e spesso senza scampo. Attendono sempre: attendono il mutare aleatorio delle cose e dei fatti; eppure vengono sempre travolti dalla bieca ripetizione degli eventi, inafferrabile nel proprio moto e nelle proprie origini. Spesso per loro solo la morte assurge a uno scopo liberatorio e liberante.

Il tempo che passa e non passa ne «Il segreto del Bosco Vecchio» (1935)

Toni fiabeschi e echi di una natura insondabile e munifica: ecco gli ingredienti che compongono questo romanzo. Eppure c’è anche l’alternanza delle stagioni, che muta come un’aderenza sul Bosco Vecchio, coagulo di quest’attesa, di una metamorfosi lenta e inesorabile. Il tempo scorre lento e indigente, e lo vediamo mentre intorno a questo v’è il continuo alternarsi tra il bene e il male, l’educazione di un protagonista intransigente che non è abituato a farsi comandare dagli eventi naturali.

Procolo […] se ne va a vivere nella foresta dai mille incanti. Imparerà con molte asperità a convivere con i folletti e l’anima del Bosco vecchio, sarà geloso di quel bambino, erede come lui, che ha con la natura una comunione naturale, quasi panteistica.

La redenzione finale di Procolo è chiara fin dall’inizio, ma sono proprio l’attesa e lo scorrere del tempo a rendere Il segreto del Bosco Vecchio un capolavoro: tormentato dalla vecchiaia, privato dagli affetti, incapace di affezionarsi a sua volta, votato alla logica sadica della gerarchia e dell’utilizzo della forza e del proprio potere come unico veicolo per affermare la propria autorità, Procolo si dovrà scontrare con il destino. Il bosco, custode degli anni che hanno portato un’impronta stratificata degli eventi, si opporrà ben presto alla veemenza del comando di Procolo, che progetta di radere al suolo interi ettari. Viene qui meno il suo alleato, il Vento Matteo, inaridito anch’egli dai molti anni d’attesa che ha dovuto scontare chiuso in una caverna. L’attesa e il tempo sono quelli che permetteranno a Procolo di redimersi, di riconsiderare un luogo a suo tempo temuto e vessato come vivificatore e magico.

Il tempo sospeso de «Il deserto dei Tartari» (1940)

Il capolavoro di Dino Buzzati, pubblicato nel 1940, è Il deserto dei Tartari, ambientato nella Fortezza militare Bastiani, al limitare del deserto. Giovanni Drogo, giovane tenente che deve prestare servizio nella “solitaria bicocca”, ha un desiderio fremente di tornare a casa. Fortezza è dunque non solo luogo inospitale e statico, ma anche metafora di stallo, impedimento, riscossione di un debito. I soldati, automi comandati e traghettati da rigide abitudini, vivono nell’attesa dell’avvento dei Tartari, la cui venuta non è davvero data a sapere. Ecco che dunque la bilancia si ribalta: dalla disillusa necessità di crear di necessità virtù allo spietato desiderio che qualcosa cambi – anche se quel cambiamento corrisponde alla venuta del nemico.

Trent’anni di inutile attesa: davanti ai suoi occhi Drogo scorge una mutevolezza e al tempo stesso un’immobilità cui non può far altro che arrendersi. Il tempo vissuto è vano, sospeso, asettico. Tanto ch’egli stesso ne perderà la cognizione. Alla fine all’orizzonte vediamo le mute ombre dei Tartari: che siano essi connivenza o condanna non è importante, l’importante è il mutare, è lo scontro, il rinascere. Eppure qualcosa si conficca in Drogo come una plica: a cosa è valso aspettare così tanto, se il tempo speso non è sinonimo di riconoscimento, premio o vittoria?

La suspense in «Paura alla Scala» (1949)

Tensione. Stato di incertezza. In una parola più musicale, suspense. Questo termine di origine inglese non è nato per indicare una tecnica letteraria ben precisa, come magari si è portati a pensare. Si è dovuto aspettare fino all’800 per far entrare questo termine nel linguaggio letterario specifico indicando proprio un genere a sé. Una tecnica che fa leva sulla paura del lettore. Paura scatenata dall’attesa. Qualcosa sta per accadere. Da un momento all’altro. Tenetevi pronti.

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Siete in frac. Scarpe tirate a lucido. Gemelli ai polsi. Oppure siete in un elegante vestito da sera. Guanti lunghi. Preziosi in bella vista. Siete al teatro alla Scala di Milano ad una serata di gala. Si prospetta un piacevole avvenimento mondano se non fosse per alcune voci che iniziano a circolare fra le poltrone: i Morzi, quella sera, scateneranno una rivoluzione.

Paura alla Scala di Dino Buzzati fa perno proprio su questa voce: un possibile attacco da parte di un gruppo di rivoluzionari. Portano il nome di fantasia Morzi, ma di fantasioso non c’è nulla. Buzzati infatti, per questo racconto, prende a piene mani dalla realtà che si respirava all’epoca. Siamo nel 1948, periodo in cui in Italia aleggia un clima di tensione. Si ha paura infatti di vivere un’imminente insurrezione popolare capeggiata dai comunisti.

La rivoluzione non accade. Ma la capacità di Dino Buzzati sta proprio nel farci credere che è questione di attimi. Il panico aumenta lento, ma costante tra gli spettatori in un climax che porterà tutti i presenti a volersi barricare in teatro fino all’alba. Solo uno, il protagonista, il maestro Cottes, non regge alla pressione e decide coraggiosamente di uscire dal teatro per incamminarsi verso casa. Ma ad un certo punto, cade. Che sia stato colpito dai Morzi?

Su, nel ridotto, corsero ai finestroni, spiando dalle fessure delle imposte. Che sarebbe successo? […] Videro il vecchio attraversa i binari del tram; […] All’improvviso stramazzò di schianto in avanti, come se gli avessero dato uno spintone. […] A chi vide venne a mancare il fiato. Restarono là, imbambolati dallo spavento, senza una parola. Poi sorse un grido orribile di donna: «Lo hanno accoppato!»

Bisognerà aspettare le prime luci dell’alba e il sorriso malinconico di una fioraia per ritornare ad uno stato di tranquillità. Con il suo cestino pieno di fiori e una notte passata a dormire beatamente, sembra più bella e luminosa di tutte le donne della crème milanese che hanno passato, inutilmente, ore e ore di tensione.

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Ester Franzin

Lettrice incallita, amante della letteratura e della lingua italiana in tutte le sue declinazioni. Classe 1989, è nata in un paesino della Pianura Padana. Si è laureata in Storia dell’Arte a Venezia e poi si è trasferita a Rimini, nel cuore della Romagna. Ha frequentato la scuola Holden di Torino e pubblicato il suo primo romanzo «Il bagno di mezzanotte».

Azzurra Bergamo

Classe 1991. Laureata in Lettere e in Editoria e Giornalismo. Naturalizzata veronese, sogna un mondo dove la percentuale dei lettori tocchi il 99%.

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