Due inediti di Silvia Righi

Lorenzo Gafforini commenta le opere della poetessa Silvia Righi

21 minuti di lettura
Silvia Righi

NRM

«Quello che a voi è nascosto, io ve lo comunicherò.»
Vangelo di Maria

Dicono che l’hanno vista a Siracusa, in via degli Orti di San Giorgio n. 11.
Dicono sia sepolta a Covadonga, ancora viva sotto le gocce della Santa Cueva.
Dicono che appaia ai pastorelli analfabeti
con gli occhi a palla e un completo da uomo,
e insegni loro soffiando la lingua degli scorpioni.
Dicono che a Lourdes fosse grassa, più pelosa di un cervo,
che la sua apparizione costrinse le donne-glabre-glabre
a squadrarsi vergognose le gambe di bianco.

Lei è vista ma non vede chi guarda
ignora il tempo degli uomini, un filamento
di gelatina, un amo da pesca, poco più
di uno spillo dentro la stoffa.
Attraverso i mondi che si sollevano
lei è alla ricerca. Perché tutto sa e tutto ha dimenticato
ma gli uomini no gli uomini e le loro pupille di neonati,
ghiande nere e ottuse, la spaventano.
Quel feticismo per le ossa scheggiate di carne.
Le cartilagini ricoperte di balsami, camelie
e perle stecchite. L’illusione dell’assenza di caos.
Lei raccoglie le ossa che rischiano
di andare perdute, solo lei sa
che cosa le ossa vorrebbero
e non vorrebbero.

Ogni carne può trasformarsi in altra carne.
Ciò che è morto in eterno tinge in maniera indelebile ciò che è eternamente vivo.

Non ho visto una madre vergine piangere sangue, questo no. Mi credereste?
E se avessi un’altra storia. Una storia altrettanto vera. Senza madri senza bianco senza
una ragazzina devota alle chiacchiere dentro la sua testina.

Se dicessi che incastrava le ossa di lupo come bastoncini da Shangai.
Se dicessi che il fuoco non aveva ombra. Che uno sciame di falene si è gettato tra le sue lingue
senza carbonizzarsi.
Se dicessi che la Loba, sollevate le braccia nodose, di vecchia e di giovane, ha cantato così disperatamente da squarciare il deserto.

E la carne com’è sotto la pelle, l’ho vista.
L’ho vista intrecciarsi in nervi, muscoli, contrarsi in polmoni grigi vicino al cuore cucito punto a punto con un ago di sangue. La lupa corre con zampe formate a metà, le unghie artigliano il deserto perché hanno già corso su quella terra. Un raggio di luna le infilza la schiena. Sente la mancanza di qualcosa che non è accaduto. Dicono:

«come hai potuto non vedere»

DID

Niente di reale. «È reale». Un sogno dentro a un sogno. «Torna indietro, torna».
Se la ragazza sognasse una casa sommersa dal verde freddo del bosco, con molte stanze e molte porte senza serrature. Se abitasse una camera color latte, rinchiusa, sdraiata su un materasso con spalliere larghe come le vele di una nave. L’uomo che desidera, ai piedi del letto, la guarda. Per la prima volta la guarda. Si avvicina a lei, nudo fino alla vita, e lei scrive le linee del suo sterno, dei muscoli ammorbiditi dalla penombra. Nell’altro mondo, l’uomo non ha mai avuto occhi così scuri, così innocenti. Lo supplica. «Non toccarmi, ti prego non toccarmi». Una ragnatela di fili trasparenti la paralizza; intorno a lei il bianco aumenta. L’uomo, che lei desidera, appoggia le labbra sotto la sua gola e il segno inizia a bruciare, a mangiare viva la carne. La mano dell’uomo le affonda dentro il pube, come se fosse di pasta frolla, estrae uno scarafaggio d’oro che si agita, ribaltato sul dorso, le zampette attraversate da spasmi che fendono l’aria.
Ora guardiamo l’insetto morire dimenandosi, spaventosamente solo.

Il sogno della Loba: il fascino sublime della sensualità

«Alfine mi riconquistavo, alfine accettavo nella mia anima il rude impegno di camminare sola, di lottare sola, di trarre alla luce tutto quanto in me giaceva di forte, d’incontaminato, di bello; alfine arrossivo dei miei inutili rimorsi, della mia lunga sofferenza sterile, dell’abbandono in cui avevo lasciata la mia anima, quasi odiandola.»
Sibilla Aleramo, Una donna

Silvia Righi si è imposta negli ultimi anni come una delle voci più originali e caratteristiche della sua generazione. Nata nel 1995 a Correggio, è laureata in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Milano. Impegnata nell’organizzazione di eventi in ambito culturale, nel 2020 pubblica per la casa editrice NEM Demi-monde, la sua prima – e per ora unica – opera in versi. Il libro le vale anche la vittoria nella terza edizione de I poeti di vent’anni. Pordenonelegge Poesia 2021.

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Dopo l’uscita del volume, Righi ritorna a scrivere poesia. In questa sede l’autrice presenta un dittico che prosegue e riconferma la sua ricerca in ambito espressivo e stilistico. Entrambi i componimenti hanno per titolo un acronimo: NRM sta per New Religion Movement, mentre DID per Dissociative Identity Disorder. Come emerge fin da una prima lettura la poesia vira gradualmente e cautamente nella prosa. I versi e le strofe vanno man mano ad infittirsi e a occupare la pagina della sua interezza. Come accade in Sulle fiumane della Grand Central Station mi sono seduta e ho pianto di Elizabeth Smart anche in questo caso non vi è una demarcazione ben definita. Si scardina, perciò, la classica differenza fra poesia e prosa. Resta il fatto, però, che l’autrice ha l’urgenza di raccontare due storie apparentemente distanti. Una narrazione che, tuttavia, non rinuncia a forti suggestioni e impressioni poetiche.

«NRM»: partire dalla Estès per una nuova religione.

La frase in epigrafe al primo componimento, tratta dal vangelo gnostico di Maria Maddalena, introduce immediatamente il lettore in un universo femminile contraddistinto da un’aurea spettrale dove il folklore e l’onirico si uniscono in un connubio indissolubile. L’anafora dei primi versi, oltre ad avvolgere di mistero l’avvento di una donna non meglio identificata, è un chiaro omaggio al celebre saggio di Clarissa Pinkola Estès: Donne che corrono coi lupi. Sia Estès che Righi analizzano la figura popolare della Loba. Una sorta di strega che s’aggira imperterrita per tutto il mondo, collezionando ossa di vari animali con una predilezione per quelle di lupo. Infatti, dopo aver raccolto abbastanza ossa, intona una canzone in modo da donare nuovamente vita ai resti.

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La prima strofa è dedicata proprio al mito. Con fare apparentemente blasfemo, si narra che molti abbiano visto la Loba in alcuni luoghi dedicati alla religione cattolica, in particolare alla Madonna. E mentre la gente vocifera fra lo stupefatto e l’impressionato di averla vista a Siracusa, Covadonga e Lourdes, «lei è vista ma non vede chi guarda». L’autrice colloca la Loba non tanto in un’altra dimensione, quanto in un’area al di fuori del «tempo degli uomini». La sua è una forza pervasiva che vive ignorando le diatribe umane nella loro più assurda quotidianità. Eppure non le disdegna, anzi. Come a proseguire il tema di Demi-monde, anche qui, la donna è sospesa fra due realtà ed è alla perenne ricerca dell’umano e del soprannaturale. Lei che ha le forme di una donna, ma è al contempo una specie di demone.

Ma come nella tradizione, la Loba non è vista in una connotazione negativa. Righi, quasi provocatoriamente, la innalza a modello di una nuova religione. La sua capacità di donare la vita, perpetrare la speranza che ci sia qualcosa dopo la morte, la porta ad essere una divinità. Si tratta della materializzazione della paura primigenia che viene scardinata dagli infissi delle convenzioni ancestrali per avere nuova vita: «Ciò che è morto in eterno tinge in maniera indelebile ciò che è eternamente vivo». E perciò la Loba – nonostante possa sembrarlo a un primo impatto – non ha nulla di demoniaco. Spaventa in quanto rappresentante dell’ignoto.

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Con toni sferzanti, caustici, la provocazione/invocazione dell’autrice si scaglia contro la storia della Vergine Maria. Non vi è risentimento, piuttosto la volontà di far comprendere – come volesse indurre alla ragione la platea – come si debba confidare nelle capacità della Loba se si ha fede nella madre di Cristo. Restituita a un’ambiente primordiale, si inneggia alla vita e ai suoi misteri. Dopo aver trasformato il lupo dalle ossa, anche lei compie la sua metamorfosi. Il Licantropo corre insieme a coloro che ha salvato. Corre, respira e svela il mondo in maniera sublime. Per riprendere un passaggio di Donne che corrono coi lupi: «Così si dice che se vagate nel deserto, ed è quasi l’ora del tramonto, e vi siete un po’ perduti, e siete stanchi, allora siete fortunati, perché forse La Lupa può prendervi in simpatia e mostrarvi qualcosa – qualcosa dell’anima».

Righi così analizza inevitabilmente anche i fenomeni psicologici dove il confine fra credo e psicosi collettiva è tanto labile quanto affascinante. Non vengono anteposte verità, vi è solo il fenomeno in sé. Si ricordi, fra tutti, una delle scene più emblematiche de Le notti di Cabiria di Fellini, quella del Santuario del Divino Amore. Anche in questo caso, come in preda alla follia per una nuova religione, la gente rende omaggio alla sola figura della Madonna. In Righi, però, manca la tipica ironia felliniana; ma non è nemmeno questo l’obiettivo. La Loba viene assunta a modello, ma non è un simbolo che necessita di continue riprove per essere divinizzata. Si mostra solo a chi vuole che sia vista. È un atto di fede verso se stessi. D’altronde, per citare Ida Vitale:

Ti diedero un coniglio.
Ti lasciarono amarlo
senza prima spiegarti
che è inutile amare
quello che ti ignora.

La casa nel bosco di un sogno dentro un sogno: lo scarafaggio dorato.

Non stupisce che la stessa Estès sia una psicoanalista junghiana, la prima a trattare questa tematica della Loba in un ambito indirizzato al grande pubblico. Attingendo da questa suggestione, Righi prosegue il proprio percorso poetico. Il secondo componimento, in maniera ancora più spiccata, riprende l’indagine psicologica. Il disturbo dissociativo d’identità ammette che all’interno della medesima persona vi sia la presenza di due o più identità distinte. Tale concezione, se alimentata da alcune credenze, può comportare che il soggetto sia come posseduto da uno spirito. Dunque, proprio come in NRM, emerge ancora una volta la volontà dell’autrice di analizzare il complesso rapporto fra fisico e metafisico che avviene nella nostra mente.

Tale differenziazione è annunciata dall’esperienza onirica. In tal caso il sogno è presagio e conferma di un’esperienza traumatica. Infatti, il solo termine in tedesco (Traum) ricorda già di per sé un’esperienza dolorosa, capace di ingenerare nel sognatore un incubo in grado di scuotere e rivelare squarci mai totalmente rimarginati. La struttura è quella di una scatola cinese: «un sogno dentro un sogno». La cifra stilistica delle pellicole di David Lynch è ben riconoscibile per le esperienze ultra-sensoriali raccontate con pathos e in maniera straniante e suggestiva.

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Ancora una volta è la donna ad essere protagonista e sogna di sognare una casa immersa nel bosco. L’ambientazione è spettrale, avvolta nel freddo e quasi vuota considerate tutte quelle camere senza porte.Nel dedalo di stanze – più simili a interminabili corridoi – la cinepresa della poetessa si sofferma sugli amanti. Lei desiderosa sul letto, pronta ad accogliere l’uomo.

Tuttavia, l’uomo è lui – l’amante (o comunque l’aspirante amante) di sempre – ma è anche un altro. Si tratta di un doppelgänger apparentemente bonario («nell’altro mondo, l’uomo non ha mai avuto occhi così scuri, così innocenti»). Oppure, riprendendo il titolo del componimento, potrebbe anche trattarsi di una trasposizione della donna. Lei, come presa dall’isteria e dal panico, lo supplica di non toccarla. L’uomo insensibile alle sue proteste avanza. La loro è un’unione simbolica, estremamente scioccante tanto da sfiorare l’antropofagia. L’atto sessuale è descritto in maniera sì ispirata, ma anche estremamente cruda. Il partner è visto prima come una sorta di ragno che tutto vuole e può e poi come un vampiro.

Il piacere risiede in un masochismo che la donna non riesce a rifuggire. Questa scena riporta immediatamente a uno dei passaggi più celebri di Carmilla di Joseph Sheridan Le Fanu. Lo scrittore irlandese, infatti, racconta così il primo incontro fra la fanciulla, Laura, e il vampiro, Carmilla. Si tratta di una prosa piena di terrore e carica sensuale:

Era il viso di una giovane donna che, inginocchiata, teneva le mani sopra il copriletto. La guardai con una meraviglia che era mista a piacere e smisi di frignare. Lei mi carezzò e si distese accanto a me, sul letto, e poi mi attrasse a sé, sorridendo: provai un immediato senso di deliziosa rilassatezza e mi addormentai. Mi destò la sensazione che due aghi, nel medesimo istante, stessero penetrandomi, profondamente, nel petto e allora gridai forte. La donna si ritrasse bruscamente, tenendo gli occhi fissi su di me, poi scivolò sul pavimento e, pensai, si nascose sotto il letto.

La scena finale si conclude in maniera eclatante: l’uomo affonda la mano dentro la donna fino ad estrarre uno scarafaggio dorato. Capovolto cerca si dimena per rialzarsi, inutilmente. È come se l’amore – in tutta la sua nobiltà rappresentata dall’oro – si manifestasse in maniera malata – lo scarafaggio di kafkiana memoria. D’altronde anche lo scarafaggio d’oro viene preso come emblema della sincronicità junghiana. Un sottotesto, dunque, potrebbe essere quello di spiegare come gli amanti si siano trovati nello stesso sogno del sogno (magari uno è un sogno dell’altro e viceversa? Oppure è solamente della donna dove incarna le esperienze traumatiche nell’uomo?). E perciò, per dirla con Vlenimir Chlebnikov: «Quando c’era Adamo e Eva, / Chi vinceva, chi perdeva?». Infine, l’esperienza si dissolve e rimane un’angosciante impressione:

Me ne vado da te col tuo respiro:
e come umidità da te io evaporo.
Me ne vado da te con veglia e sonno,
e nel tuo vivo ricordo svanisco.
Nella memoria tua diventerò
come coloro che non hanno origine.

Gabriela Mistral, Assenza

L’autrice

Silvia Righi è nata a Correggio nel 1995 e vive a Milano. Laureata in Lettere moderne presso l’Università Statale di Milano, si occupa da cinque anni di comunicazione ed eventi culturali, collaborando all’organizzazione di manifestazioni come Festivaletteratura di Mantova e Festa del Racconto di Carpi. Gestisce il gruppo di lettura under 35 presso la Biblioteca Multimediale A. Loria di Carpi. Sue poesie e interventi critici sono apparsi nei blog «Formavera», «Le parole e le cose», «Disgrafie», «MediumPoesia» e «Nuovi Argomenti». Con il racconto Cercate Raperonzolo? è tra i vincitori del bando italo-tedesco 2021 promosso dalla Fondazione Heimann. Nel 2020 ha pubblicato per la casa editrice NEM la sua opera prima, Demi-monde (Premio Pordenonelegge «Poeti di vent’anni», Premio speciale del presidente di giuria – Bologna in Lettere, finalista al Premio Mauro Maconi), con la prefazione di Tommaso Di Dio.

Illustrazione di Silvia Governa
©Riproduzione riservata

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Lorenzo Gafforini

Classe 1996. Nel 2020 si laurea in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Brescia. Ha pubblicato cinque raccolte di poesie e due racconti.

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