«Ernesto» di Umberto Saba: se la poesia è un’erezione

Come nasce «Ernesto», unico romanzo di Umberto Saba, rimasto incompiuto

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Umberto Saba

Ernesto nasce nella clinica romana Villa Electra, dove Umberto Saba trascorre la primavera-estate del 1953. Destinato a restare incompiuto fin dalla stesura dei primi episodi, il romanzo viene pubblicato postumo solo molti anni più tardi, nel 1975.

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Nel 1898, a inizio romanzo, Ernesto è un ragazzo di sedici anni. Figlio di una madre sola, passato dalla scuola a un piccolo impiego in ditta, ha negli occhi una dolcezza quasi animale (quella di «certi cani barboni») e in bocca la rozzezza dialettale di chi pensa prima per sé. L’incontro con un bracciante avventizio segnerà per lui la nascita di ogni amore, nonché un’iniziazione sessuale che nulla ha dello scabroso, angosciato intellettualismo manniano o gidiano. Al contrario, Ernesto è diretto: parla, chiede, dice. Il suo pensare è sanguigno e spontaneo, a tratti ingenuo, ma non sprovveduto.

Ogni suo moto viene guidato da una ruvida innocenza, da quell’impazienza affamata tanto tipica della sua età. Il sesso è una scoperta, farlo con un uomo una faccenda che sa di dover tenere per sé. Padre e Madre sono due figure che si intrecciano in un duetto di presenza e assenza, desiderio e rifiuto, in grado di segnare profondamente ogni atto del ragazzo. Poi ci sono le donne, poi c’è l’incontro con un altro giovane, Ilio, e poi c’è l’interruzione del romanzo. In totale, cinque episodi che indagano un anno della vita di Ernesto a Trieste e inducono Saba a indugi riflessivi, proiezioni, tranches anticipative.

Il parto di «Ernesto»

C’è bisogno di tutta la grazia dell’adolescenza («che si crede sgraziata, e si teme ridicola») per riuscire a ritrovare l’ingenuità di un ragazzo passato e contemporaneamente rielaborare sensazioni ed eventi lasciati a lungo da parte. Per Saba, la storia di Ernesto si fa così tassello mancante, in grado di colmare quella porzione di vita precedente al Canzoniere: dall’infanzia alla scoperta poetica.

Attraverso uno sdoppiamento di voci e di punti di vista, l’opera resta così in bilico tra il romanzo e un’originale forma di autobiografismo.

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È la rottura di una diga, un affluire spontaneo di parole che esplode con forza e impegna il poeta in una prova differente da tutte quelle che l’hanno preceduta. Perché se «una poesia è un’erezione; un romanzo è un parto» – ammette Saba in una lettera datata 20 agosto 1953 –, ed Ernesto viene accudito dal proprio autore al pari di un bambino bisognoso d’affetto.

Il racconto è tutto impregnato di maternità: io stesso ho avuto, mentre lo scrivevo, la netta impressione di essere incinta.

In questo senso, la stesura dell’incompiuto assume la duplice connotazione di scoperta di sé e cure donate a una creatura quasi reale: allo stesso tempo specchio del poeta e sua proiezione genitoriale.

Crescere: la psicologia nel romanzo di Umberto Saba

Non nuovo alla psicanalisi, Saba stesso ha avuto modo di sperimentare su di sé le cure del dottor Edoardo Weiss (allievo di Freud). Di particolare interesse è l’indagine intorno all’assenza della figura paterna, così come alla rigida presenza di una madre sola e severa. Ciò si rispecchia nel metodo di lavoro adottato dal poeta alla sua prima esperienza con il romanzo: una tensione estrema a sviscerare la psicologia degli eventi descritti, persino i più banali.

Il motivo psicologico-familiare permea ogni pagina e tinge di vivido realismo il personaggio protagonista. Ernesto è reale, vivido: una presenza tangibile nella mente del poeta, che nella propria corrispondenza ne scrive come riferendosi a un amato figlio:

Quello che ho scritto è così bello, così incantevolmente bello che due donne (la Bettina e l’Anita Corsini, alle quali ho letto solo il terzo episodio) piangevano di tenerezza – specialmente l’Anita. Anche qui in clinica lo conoscono e vengono, di quando in quando, a chiedermi sue notizie (se si è fatta la prima barba, se è già stato dalle donne, ecc. ecc.).

Nella prefazione destinata all’edizione Einaudi, Maria Antonietta Grignani parla di un accomiatarsi difficile da un’infanzia priva d’amore. L’infelicità del Saba bambino, marcata da profonde lacune affettive, impedirebbe al poeta di staccarsi definitivamente da quella porzione di vita. Ernesto – tanto personaggio quanto romanzo – diventa quindi il tramite attraverso cui auto-sanare il passato: ricostruire una parte di sé stesso e insieme donarsi l’affatto di un padre e la comprensione di una madre che tanto sono mancate.

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Carolina Astore

Laureata in Filologia Moderna all’Università Cattolica di Milano, si occupa principalmente di Critica e Letteratura, ma con un occhio ben aperto sull’attualità e sulle tendenze del panorama culturale contemporaneo (linguistiche e non). Ciò che più la stimola sono i temi in intersezione tra discipline differenti. Appassionata di editoria cartacea e digitale, esaltata dai «perché?»: scrive per partecipare alla conversazione.

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