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«La felicità degli altri» di Carmen Pellegrino: illuminare le ombre

Una storia di riscatto da un'infanzia difficile, in gara per il Premio Campiello

6 minuti di lettura
carmen pellegrino la felicità degli altri

L’infanzia negata ha il sapore dei biscotti bruciati e l’odore della naftalina, degli armadi che non si aprono se non per nascondersi, per sfuggire alla crudeltà dell’esistenza che non risparmia nemmeno i più piccoli. La felicità degli altri di Carmen Pellegrino, edito da La Nave di Teseo e tra i finalisti al Premio Campiello, è una fotografia in cui risaltano le assenze. L’infanzia di Clotilde è drammatica e spietata, il tempo scorre e non resta altro che un relitto e tante ombre che sembrano non volerla abbandonare mai.

Questa è la storia di un’anastilosi, eseguita per gradi e con soprassalti imprevisti.

La trama

La protagonista de La felicità degli altri, Clotilde, è solo una bambina quando chiede un miracolo al suo diario: «un briciolo d’amore, una carezza». Lei e il fratello crescono nell’odio, nel piacere sadico di un’ipotetica vendetta, che giova al solo pensiero. La presenza inconsistente di un padre distratto, psicoterapeuta che s’innamora di una paziente, suscita l’ira della moglie. Una madre violenta, arrabbiata, che cresce i figli a insulti e lividi. Matite spezzate, minacce di vendicarsi sui bambini per fare un torto al marito. «Li uccido, così a te non resta più niente». Per suo padre Emanuel quelle parole sono insostenibili, al punto che vede come unica via di fuga da quell’esistenza crudele il parapetto del terrazzo. Proprio come Icaro, anche lui vuole liberarsi.

«Che ci stiamo a fare al mondo se nostra madre ci può uccidere?». I ricordi di Cloe sono confusi: è convinta che sia stata la mamma a scaraventarlo al suolo, per poi abbandonarla in una stazione. Le cose sono andate un po’ diversamente ma Madame – una signora gentile che l’ha cresciuta dopo questo episodio – le dirà che il processo coinvolge tutti quanti perché «se un bambino arriva a quello, siamo tutti colpevoli, l’umanità intera ne è annientata».

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Cloe arriva alla “Casa dei timidi”, che poi lascerà a causa di un incendio. La sua vita è una fuga continua, alla ricerca di uno spazio, una dimensione che possa accoglierla. Ma Cloe è nata triste, non c’è posto in questo mondo per quelli come lei. Un incontro con un professore di estetica la porta a trovare il coraggio di affrontare le proprie ombre.

Il sapore amaro dell’infanzia

«A cinque, sei, sette anni non dovevo sapere cosa fossero la vita e la morte, dovevo solo vivere»: ci sono cose che un bambino non dovrebbe conoscere, parole che non dovrebbe sentire. I lividi dovrebbero essere quelli provocati dalle cadute in bicicletta e l’unica paura ammessa quella del buio. Purtroppo, non sempre va così.

Cloe è solo una bambina quando è costretta a guardare in faccia il dolore e la crudeltà del mondo. Cresce nel deserto, dove l’amore e la felicità non esistono. Sono solo delle idee, cose che appartengono agli altri e che si possono guardare solamente da lontano. L’arrivo alla Casa dei timidi, un riparo per tutti quei bambini di nessuno, costituisce un’ancora di salvezza per Cloe che – forse per la prima volta – conosce l’affetto e la gentilezza. Qui incontra Jerus, una sorta di fratello che diventa poi un amore sotto il tavolo della cucina. Cloe non conosce la felicità, non le appartiene, la guarda negli altri e si chiede come sia.

O forse la felicità

è solo degli altri, d’un altro tempo

d’un’altra vita e a noi non è possibile

che recitarla come viene viene

«La felicità degli altri», una storia di luci e ombre

Ne La felicità degli altri, Carmen Pellegrino racconta il dolore della protagonista usando un linguaggio poetico. La narrazione procede per sprazzi, cocci aguzzi di bottiglia, espressione di una sofferenza indicibile. Illumina le ombre di una vita passata a rifuggire da legami e radici, una rincorsa al prossimo treno, alla prossima stazione. Le ombre spaventano, hanno la nostra forma e si proiettano sull’asfalto davanti a noi, quasi a voler precedere il nostro cammino, dandoci il tormento di arrivare secondi. Cloe decide di illuminarle e guardarle in faccia una volta per tutte. La protagonista è alle prese con la più difficile e dolorosa di tutte le anastilosi, la ricostruzione: quella umana, possibile solamente a partire dalle macerie della propria esistenza.

Se da una parte possiamo percepire la rassegnazione dei vinti, dall’altra è inevitabile accorgersi della tensione scopritrice di chi, nonostante tutto, non rinuncia all’ardire di riscoprirsi vivo, a prendere la rincorsa e spiccare il volo liberandosi dalla gabbia di un tempo andato.

Siamo tutti piccoli e bisognosi, creature con niente in mano. Siamo ciò che di noi ritroviamo, fantasmi compresi.

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Maria Ducoli

21 anni, bresciana, studentessa di Lingue, civiltà e scienze del linguaggio a Venezia. Leggo, scrivo, perdo treni e cerco di sopravvivere alla giornata.

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