«La ferita»: coltivare la consapevolezza del dolore

Un romanzo che affronta la necessità di prendere coscienza del proprio dolore e di condividerlo con gli altri

13 minuti di lettura
La ferita

Ancora oggi la depressione è contraddistinta da stigmi sociali e pregiudizi. Il male oscuro, per dirla à la Giuseppe Berto, e più in generale il tema della salute mentale, è tornato centrale soprattutto in tempi recenti. Come sempre, anche in questo caso la letteratura risulta uno strumento efficace per fare luce attorno a certe questioni, offrendo varie soluzioni possibili per tematizzarle e portarci a delle riflessioni necessarie.

Negli ultimi mesi è stato pubblicato La ferita (Alessandro Polidoro Editore, 2021), terzo romanzo di Lucio Leone, fondatore di Wojtek Edizioni. Questo romanzo è un piccolo, ma potente tassello che si va ad aggiungere a romanzi che prima d’ora si sono confrontati con il tema della depressione come L’uomo che trema di Andrea Pomella (Einaudi, 2018) e Svegliami a mezzanotte di Fuani Marino (Einaudi, 2019).

La trama di «La ferita»

La ferita è ambientato in un tempo sospeso e in una città senza nome. Il protagonista di questa storia svolge una professione molto particolare: incide il corpo dei suicidi per entrare nella loro coscienza attraverso la ferita per prevenire l’estremo gesto compiuto dai suoi clienti.

Questa professione richiede distacco, che è quello che l’uomo cerca di tenere anche nel suo stile di vita: vive, infatti, in una casa spoglia con le pareti tutte bianche, tende a non coltivare legami affettivi con gli altri, ma soprattutto elimina ogni tipo di dubbio sul proprio cliente. «Non devo distrarmi», dichiara, «il mio lavoro è concentrazione, e farsi domande non aiuterebbe: ma perché quell’uomo ha deciso di farla finita in un posto del genere?»

Leggi anche:
«Corpo striato», la poesia come viatico o crisma

Il protagonista è sempre riuscito a svolgere il suo compito, fino, però, al momento in cui uno dei suoi tentativi fallisce. Il distacco emotivo necessario a svolgere la propria professione viene meno nel protagonista, poiché chiamato a confrontarsi con un dolore e un trauma che chiede di essere ascoltato.

«La ferita»: rappresentare il male oscuro attraverso la scrittura

Per comprendere al meglio La ferita, si legga il seguente passaggio tratto da un’intervista all’autore realizzata da Antonio Potenza su «Marvin Rivista»:

La Ferita nasce dalla perdita di una persona a me molto cara: è un tentativo di interiorizzare questo evento, un processo molto lungo. La scrittura è una sublimazione, diceva Freud. Ma senza scomodarlo, qualsiasi processo simile, letterario o musicale, crea un confronto interessante non solo intrapsichico.

Se leggiamo questa dichiarazione e – questa sarà l’unica anticipazione che ci si permetterà di fare – si considera che verso la parte finale del romanzo appare il nome «Lucio», possiamo considerare questo romanzo anche una metanarrazione strutturata su due piani: da un lato la storia del protagonista senza nome; dall’altro la riflessione di Lucio Leone su come si può rappresentare la depressione.

L’autore svolge questa riflessione includendo testi di autori morti suicidi come Virginia Woolf, Primo Levi ed Ernest Hemingway, usando e combinando i loro testi per spiegare gli effetti della depressione su chi ne soffre. Questo espediente, che tanto ricorda romanzi come L’amico fedele di Sigrid Nunez e Caro amico dalla mia vita scrivo a te nella tua di Yiyun Li, serve a Leone per ragionare su come la scrittura possa raffigurare la depressione e darne una rappresentazione fedele:

La scrittura, grazie alla scrittura l’uomo è uscito dal quadro e le voci nel cervello sono diventate minori. Non c’era più la voce degli dèi, era la voce della propria coscienza. L’uomo deve tutto alla scrittura, soprattutto la libertà.

La scrittura e la letteratura assumono, quindi, un ruolo fondamentale. Entrambe danno vita a degli atti liberatori, creando una dimensione dell’ascolto e della condivisione che porteranno eventualmente il protagonista a confrontarsi con il suo malessere, rappresentato da un albero che cresce all’interno di casa sua, generalmente simbolo di vita, ma qui di un dolore che chiede di essere coltivato, accettato e condiviso.

Il tempo della depressione

Lucio Leone cerca ne La ferita di rappresentare la depressione non solo attraverso una lingua volutamente scarna che emula l’apatia di chi soffre di depressione verso gli altri e la realtà circostante, ma anche attraverso la raffigurazione del tempo e dello spazio in cui è ambientato il romanzo. Iniziando dal tempo, il ritmo veloce del romanzo raffigura quello della depressione, un tempo veloce, che sembra inarrestabile, perché irreversibile sembra la caduta nell’abisso:

Quelle porte nere, sempre presenti, contano i secondi condizionando tutto, ricordano che tutto nella vita è un prepararsi alla morte. E io sì che so bene quello che dico, in parte, è il mio lavoro. Non so ancora come fare per fermare l’orologio ma, sono sicuro, un giorno ci riuscirò.

Leggi anche:
«Di chi è la colpa», come cocci per terra

Questo incedere inarrestabile del tempo è riprodotto fedelmente da Leone nel numerare i capitoli da – 26 a 0, in un conto alla rovescia che scandisce l’urgenza del protagonista nel salvare i suoi clienti dal compiere il suicidio, ma allo stesso tempo la sua inevitabile caduta in qualcosa che ha sempre represso.

Lo spazio della depressione

Il protagonista non è chiamato a se stesso soltanto attraverso il tempo, ma anche attraverso i luoghi di cui fa esperienza. Non solo il bianco delle pareti della sua casa spoglia, ma anche la città, con il freddo e il cielo grigio e coperto di nuvole:

Non c’era altra via che lasciare l’uomo nel suo contesto di cemento e ferro, e puzza di fumo acido, acciaio bollente. La città è polvere nella bocca sporca di fauci di asfalto, nebbie e allucinazioni divorate dalla luce, giorno e notte. […] Cosa si trova oltre? Più affogavo nelle strade di quel polmone malato e più vedevo solo piccole ombre che mi giravano intorno cercando di non farsi vedere.

Le sensazioni dei clienti morti suicidi si riflettono anche nel protagonista, con la città che diventa vero e proprio cronotopo della depressione. Una città dove tutto diventa solitudine e «distesa di ghiaccio», sporco, malato, dove ci si sente divorati da ciò che ci circonda e ogni silenzio si fa sempre più pesante.

Consapevolezza delle proprie ferite

Più si procede nella storia, più il protagonista si sente soffocare dal dolore che la sua coscienza ha represso. Quella del protagonista è la sofferenza tipica di chi non vuole riconoscere il malessere degli altri per non ammettere a se stesso di essere fragile:

All’inizio non si è mai sicuri di essere malati. Anche se un intero albero di pietra impedisce che tu ti possa alzare, non sei davvero sicuro che tu sia malato, che tu abbia un nemico. In fondo, l’albero è bello, immobilizza ma non pesa e offre ottimi motivi per non muoversi. Ci avevo messo del tempo ma alla fine avevo capito, avevo un nemico.

Leggi anche:
«Heaven»: raccontare il bullismo con poesia

È proprio l’albero che cresce in casa e squarcia il soffitto crescendo a dismisura che l’uomo trova la risposta ai suoi fallimenti: l’incapacità di non riconoscere la propria fragilità, il proprio dolore. Nel cercare di salvare i propri clienti dal suicidio, l’uomo comprende a poco a poco che la salvezza è possibile soltanto se si accoglie il dolore degli altri, se si ammette che le «sirene del vuoto» possono colpire chiunque, e se si accetta di far parte di una coscienza comune del male, che si può affrontare solo attraverso l’empatia:

L’uomo non è migliore o diverso da qualsiasi altra forma di vita, non merita o demerita l’aria che respira più di qualsiasi altra creatura o ammasso di materia. Ha solo una qualità che gli è data dal suo essere parte di tutto. Sorrido, ma non so se ho ancora una bocca per farlo. In realtà, non so se sia corretto pensarmi come individuo. Tanto varrebbe usare il noi. Noi abbiamo una sola qualità assoluta e una funzione: siamo la coscienza critica del cosmo, è attraverso noi che il cosmo riflette su se stesso e ogni cosa si osserva e immagina.

«La ferita»: parole che legano l’uomo e la morte

La ferita non tratta la depressione e il suicidio con atteggiamento giudicante e moralistico, ma lo fa con la cosa più semplice di tutte: donando agli altri la parola, che «lega l’uomo e la morte», l’atto più semplice e più empatico che esista, che aiuta a superare il dolore, e allo stesso tempo prova a riempire il vuoto e a impedire la caduta negli abissi creando uno spazio di condivisione comune e di accettazione di una condizione di fragilità universale.

È nato lì il mio albero. Piccolo, da conservare, davanti alla finestra ghiacciata. Tutto quello che è venuto dopo, è stato dopo. La scelta del mio lavoro, la voglia di salvare. La bravura nel farmi trovare pronto. Non so in quale parte della mia coscienza ho sepolto quel seme, tenuto a bada per una vita, ritrovato per caso e diventato enorme. La depressione è così, inizia con un dono, ti introduce in un rito e in una comunità a cui ha accesso solo chi ne ha avuto i sacramenti. È una religione della coscienza, Con i suoi segreti, i suoi misteri.

Non abbiamo grandi editori alle spalle. Gli unici nostri padroni sono i lettori. Sostieni la cultura giovane, libera e indipendente: iscriviti al FR Club!

Segui Magma Magazine anche su Facebook e Instagram!

Alberto Paolo Palumbo

Laurea magistrale in Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee presso l’Università degli Studi di Milano con tesi in letteratura tedesca e allievo dell'edizione 2021 del Master "Il lavoro editoriale" della Scuola del Libro. Crede fortemente nel fatto che la letteratura debba non solo costruire ponti per raggiungere e unire le persone, permettendo di acquisire nuovi sguardi sulla realtà, ma anche aiutare ad avere consapevolezza della propria persona e della realtà che la circonda.

Lascia un commento

Your email address will not be published.