L’importanza della traduzione come ponte tra culture: Fernanda Pivano e la letteratura americana

L'importanza di una giusta traduzione

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Nel pieno della rivoluzione digitale e del conseguente dibattito macchina-uomo, la figura del traduttore viene declassata e spesso non riconosciuta come attività altamente professionale. In realtà, il traduttore non è la persona che, conoscendo due o più lingue, trasla il contenuto di un testo x per arrivare al testo y. Al contrario, occorrono competenze che vanno ben oltre. Serve una padronanza assoluta della propria lingua madre e conoscenze culturali e settoriali della lingua del testo da tradurre. In riferimento all’ambito editoriale, poi, entrano in gioco questioni stilistiche, legate alla finalità del messaggio da trasmettere al lettore. In questo senso, è evidente che l’attività di traduzione non sia per tutti.

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L’esperienza di Fernanda Pivano

È importante sfatare il mito per il quale la machine translation possa ottenere risultati equiparabili all’attività umana. Se la storia è maestra, lasciamo che possa avere degli scolari, per una volta. Pensiamo a una traduttrice, anzi la traduttrice per antonomasia, Fernanda Pivano. Grazie a lei, l’Italia del dopoguerra compie un viaggio intercontinentale che la porta fino agli Stati Uniti d’America.

Classe 1917, da giovane ha avuto la fortuna di avere come docenti di scuola superiore e di università personalità del calibro di Pavese e Abbagnano, e Levi come compagno di classe. L’anno di svolta nella vita della traduttrice è il 1938, quando Pavese stesso le fa conoscere i libri di Hemingway, Whitman, Masters e Anderson. Queste le parole dello scrittore alla giovane Fernanda:

Si faccia una vita interiore – di studio, di affetti, d’interessi umani che non siano soltanto di «arrivare», ma di «essere» – e vedrà che la vita avrà un significato.

Le prime traduzioni dalla letteratura americana

Si appassiona, quindi, alla letteratura americana, inizia a studiarla con fervore e passione. Nel frattempo si laurea in Lettere e, poi, in Filosofia. Nel 1943 traduce in italiano l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters e Addio alle armi di Ernest Hemingway. Si trattava di opere vietate in epoca fascista e, per questo, Fernanda Pivano venne arrestata. Ma la sua missione di far conoscere gli autori americani al pubblico italiano era già in fieri e avrebbe dato, negli anni successivi, i suoi frutti. Nel 1956, compie il suo primo viaggio negli Stati Uniti, il primo di una lunga serie. Negli stessi anni continua lo studio appassionato di autori statunitensi come Fitzgerald e Faulkner. Arriva fino alla Beat Generation e i suoi maggiori esponenti Ginsberg, Kerouac, Burroughs e Corso.

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L’attività critica di Fernanda Pivano

L’attività traduttiva si accompagna a quella critica. Troviamo ancora oggi le sue note di presentazione in apertura delle più importanti antologie poetiche degli autori americani beat. È una grande ricchezza per i lettori italiani nel periodo del dopoguerra, che attraverso gli studi della traduttrice, riescono a comprendere quel mondo d’oltreoceano fino ad allora solo immaginato. All’interno dell’opera Beat hippie yippie sono contenuti vari interventi e discorsi di Fernanda Pivano su tematiche che scaldano il sentire comune degli attivisti durante la seconda metà del novecento.

I temi più caldi sono pacifismo, non-violenza, cultura underground, lotte e contestazioni che partono proprio dagli Stati Uniti e che fanno il giro del mondo. Negli anni ’80 avviene, poi, il grande incontro con Charles Bukoswki, che Fernanda intervista in California. Il contenuto dei loro discorsi è riportato in Quello che importa è grattarmi sotto le ascelle. Qui il lettore ritrova stralci di vita dello scrittore maledetto e riflessioni sulla letteratura americana a lui contemporanea.

In conclusione, senza l’attività traduttiva altamente specializzata di Fernanda Pivano, il secolo scorso si sarebbe perso molto, a livello culturale e letterario. È importante dar voce e giusto credito agli studi per una professione, che deve essere riconosciuta tale, senza tentativi dilettanteschi e improvvisati.

di Giusi Chiofalo

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