Frissons

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Frissons

Il n’y a pas de hasard, il n’y a que des rendez-vous.

Paul Éluard

Nella vita non esistono coincidenze, esistono solo incontri. Edoardo e Adèle erano l’incarnazione di queste parole, il verbo che si faceva carne. Due corpi che, lottando insieme contro la tirannia del caso, si incontrarono ancora prima di saperlo. Edoardo abitava in una città poco conosciuta del litorale toscano. Adèle veniva invece da un piccolo paese della campagna nel Sud-Est della Francia. Due vite che, all’apparenza così distanti come i luoghi da loro abitati, per una frazione di tempo si ritrovarono più vicine che mai. Entrambi studiavano presso la stessa facoltà di un ateneo italiano: Edoardo studente fuorisede iscritto al secondo anno della magistrale, Adèle studentessa esterna arrivata da poco per trascorrere il semestre all’estero. 

Le loro strade si incrociarono per la prima volta, così, senza rendersene conto. Nessuno dei due si era infatti accorto della presenza dell’altro durante le videolezioni del corso che stavano frequentando ormai da più di un mese. Fu solo quando Adèle scelse proprio il nome di Edoardo fra tutti quelli degli studenti iscritti, per chiedergli in chat alcune informazioni sul corso, che quella banale coincidenza diventò un vero incontro. 

Edoardo le rispose dopo alcuni minuti, si scambiarono i numeri di cellulare e di lì a poco iniziarono a parlare ininterrottamente, come se si conoscessero da tempo. Il rischio dell’incomunicabilità a causa della lingua non li spaventava: Edoardo studiava francese dai tempi delle scuole medie, Adèle aveva iniziato a imparare l’italiano fin da piccola grazie ai nonni materni originari del Nord Italia. Trascorsero i giorni prima del loro incontro di persona a parlare di tutto ciò che passava per la testa: dalla passione per il cinema e per i film di Wes Anderson, al desiderio di voler entrare in un quadro di Chagall per abitarne i mondi variopinti di leggerezza e di libertà, fino ad arrivare all’amore sconfinato per il mare. 

Una mattina, dopo avergli mandato il solito messaggio del buongiorno, Adèle raccontò a Edoardo il sogno avuto quella stessa notte. 

Sai, stanotte ho fatto un sogno strano. Ho sognato di volare con te, su una bici di diamanti. Cercò di scrivere Adèle ancora con gli occhi dormienti, sperando che le sue dita fossero almeno più sveglie per riuscire a digitare ogni singola parola.

Una bici di diamanti?, rispose Edoardo, incredulo di ciò che aveva letto, domandandosi se forse non fosse stata in realtà una traduzione letterale di un’espressione idiomatica che in italiano non esisteva, non ancora almeno.

Sì, hai letto bene. Una bici ricoperta di diamanti, pietre preziose, perle e coralli, continuò Adèle, come se ancora avesse vivida nella sua mente l’immagine di quel sogno, come se le bastasse chiudere gli occhi per riviverlo, toccarlo con mano.

E dimmi, cosa ci facevamo con questa bici? Scommetto che volavamo in cielo come si vede in ET, replicò Edoardo, compiaciuto del suo riferimento cinematografico.

Adèle capì subito che Edoardo non stava prendendo sul serio il suo racconto, addirittura ne era divertito. Riusciva a vederlo nella sua stanza, con il cellulare in mano, mentre vagava con la sua mente alla ricerca di analogie tra la realtà della vita quotidiana e quella rappresentata nei film. 

No, scemo. Il mio era un sogno molto più poetico. In realtà volavamo sul mare. All’inizio avevo paura, ma poi mi sono resa conto che non dovevo averne, perché eravamo insieme. Adèle si fermò per un attimo e non scrisse più nulla. Cercò di mettersi nei panni di Edoardo per capire cosa avrebbe potuto pensare di lei, sicuramente che stava impazzendo.

Okay dai, basta lascia stare. Adèle riprese a scrivere il suo messaggio, stavolta con rassegnazione, come se si fosse resa conto di essere stanca persino dei suoi stessi pensieri. Lo so cosa mi stai per dire, dovrei smetterla di guardare certe serie tv prima di andare a dormire, che poi mi ritrovo a fare sogni del genere, e mise così un punto alla conversazione. 

Arrivò il giorno in cui Adèle e Edoardo si incontrarono finalmente di persona. Come potevano non piacersi? Fin da subito si erano riconosciuti l’una nello sguardo dell’altro. Avevano scoperto che dentro al loro cuore si stava radicando una paura meravigliosa che li faceva sentire vivi. Quando Edoardo si doveva assentare per alcune settimane, la distanza spazio-temporale sembrava dilatarsi tra di loro, fino a farli cadere in una specie di malattia. Non restava altro da fare che ingannare i giorni che li separavano scrivendosi semplici lettere intrise di poesia. Ogni volta attenderle era un dolce naufragare, come se la vita fosse improvvisamente precipitata in un limbo e niente intorno a loro doveva essere schiavo del tempo.

Tu, che mi svegli il mattino

Tu, che sporchi il letto di vino

Tu, che mi graffi la pelle

Con i tuoi occhi da gatto.

Tuo, Edoardo.


E tu, sei il contrario di un angelo

E tu, sei come un pugile all’angolo

E tu scappi da qui, mi lasci così.

Tua, Adèle.


    Ogni volta che si ricongiungevano i loro corpi erano due magneti. Facevano fatica persino a stare lontani con la mente. A guardarli, sembravano sempre intenti nel leggere i pensieri dell’altro, lei per capire l’origine di quel lato misterioso, di quella rabbia che Edoardo aveva nei confronti del mondo intero. Lui per proteggere Adèle dalla sua stessa fragilità, da ciò che là fuori cercava di minacciarla. 

Capitava a volte che mentre facevano l’amore, Adèle diventava tutta d’un tratto triste, il suo sguardo si spegneva e sembrava fissare qualcosa nel vuoto. La sua testa era altrove, ripensava ancora a quel sogno, a quelle immagini fin troppo vivide per non proiettarle sulla parete bianca davanti a lei. Una notte, non sopportando più di vederla così, Edoardo si rivolse a lei preoccupato.

«Ehi, è successo qualcosa? Sei cambiata… Non vedo più la luce nei tuoi occhi. La tua paura cos’è?».

«No, non è niente», rispose lei. «Ti ricordi il sogno che ti ho raccontato? Rivedo ancora quel mare, dove non tocchi mai. Vedi, lo so bene che il sesso non è la via di fuga dal fondo, la soluzione a tutti i dubbi che ci sono tra noi. Puoi anche provare a legar loro un peso per farli rimanere dove sono, ma sai che prima o poi verranno tutti a galla. Nel sogno, a un certo punto, tu prendi e te ne vai e io continuo a sentire la mia voce ovattata sott’acqua che cerca di chiedere aiuto e urlo inutilmente: “Non scappare da qui, non lasciarmi così”».

Adèle aveva il viso rigato dalle lacrime. Edoardo riusciva a malapena a capire le sue parole, scandite a intermittenza da acuti singhiozzi. Entrambi rimasero a lungo immobili, come un unico corpo nudo con i brividi, fino a quando Adèle, asciugate le lacrime e ripreso a respirare normalmente, riuscì a farsi forza e a confessare le sue fragilità.

«Sai, a volte non so esprimermi. E credimi, io ti vorrei amare, ma sbaglio sempre perché ho paura dei miei sentimenti». Adèle non si era mai sentita così messa a nudo in vita sua. Ciò di cui si stava spogliando le sembrava ben più concreto dei vestiti che si era tolta di dosso. «Non posso convivere col pensiero di dover andar via da qua, da te. Preferirei avere un motivo, pagherei, per andar via, accetterei anche una bugia, una bugia da raccontare a me stessa così da non pensare più a te, a noi. Ma alla fine ritorna il pensiero che ti vorrei amare, ma sbaglio sempre, perché riaffiora la paura e solo a pensarci mi vengono i brividi, i brividi…». 

Adèle stava cercando di trattenere le lacrime e allo stesso tempo le parole. Le capitava spesso di sentirsi lei stessa la diga che inconsciamente ostacolava il flusso delle sue emozioni, di nascondersi tra i ricordi di quei giorni passati insieme dove persino la minaccia della partenza riusciva sempre a infiltrarsi. Quanto avrebbe voluto mostrare a Edoardo le sue insicurezze così come le vedeva lei: avevano la sembianza di un sogno ormai lontano e sbiadito dal quale sapeva che prima o poi si sarebbe dovuta svegliare, quel pensiero di non meritarsi nessun tipo di felicità, quella paura che le impediva di vivere pienamente. 

Edoardo, invece, guardava Adèle con una tenerezza unica, di chi avrebbe voluto prendersi sulle spalle tutto il dolore di una persona, farsene carico e portarlo lontano per farlo scomparire. Mise da parte questi pensieri e tornò con i piedi per terra, sapendo che adesso toccava a lui essere sincero fino in fondo.

«Sai anche io lo devo ammettere, a volte non so esprimermi. Cosa pensi? Anche io ti vorrei amare, ma sbaglio sempre perché non è amore ciò che provo per te. Anche quella volta che ti ho detto “ti vorrei rubare un cielo di perle”, non volevo ferirti. Mi dispiace, pensavo di essere stato più chiaro. Non voglio vederti soffrire…».

Adèle sapeva bene in fondo al suo cuore ciò che stava succedendo, aveva già previsto da tempo che sarebbe accaduto, negli ultimi mesi si era preparata psicologicamente a questo momento: «Per tutto questo tempo ho provato a restarti vicino, anche quando sapevo di aver mandato tutto a puttane per colpa delle mie insicurezze. Te l’ho detto, non ho saputo dirti ciò che provo, è stato un mio limite. Come puoi non capire che per un “ti amo”, per te, sto mischiando cuore e lacrime».

Edoardo purtroppo aveva già capito tutto, aveva sentito ogni singola parola pronunciata da lei ma si rifiutava di ascoltarla, come per negare a se stesso l’evidenza che quel dolore, dal quale cercava di proteggerla, era stato proprio lui a costruirlo pezzo dopo pezzo fino a quel momento di rottura.

Il semestre era ormai finito e Adèle tornò a casa in Francia. Il tempo passò inaspettatamente veloce e con sé portò via anche i ricordi, come un fiume in piena. Ormai non aveva più notizie di Edoardo da mesi, sorprendentemente questo non la turbò. Anzi, comprese di dover ricominciare da zero. Una notte, prima di addormentarsi, si rese conto di trovarsi di fronte a un bivio. Adesso spettava a lei scegliere se permettere a questo amore mancato di tramutarsi in un veleno che avrebbe sputato ogni giorno su se stessa.

«Frissons, brividi», disse Adèle fra sé e sé.

E così, ripensando a questa parola, si ricordò del suo sogno e si immaginò di essere lei il mare. Capì che l’unico modo per risalire in superficie era andare a fondo e ritrovare se stessa, aggrapparsi forte a quella bici di diamanti, e dirsi dolcemente: «Una fra tanti. Sola, ma non avrò più paura».

Racconto di Arianna Casaburi

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Redazione MM

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