«Noi siamo luce»: un sacrificio radicale di libertà

Un romanzo sull'irrazionale bisogno di libertà e amore

11 minuti di lettura
Noi siamo luce

Esiste una pratica dal nome di Respirianesimo (in inglese Breatharianism) consistente nel privarsi di qualsiasi tipo di nutrimento per alimentarsi di sola aria o luce. Essa mira a stabilire un contatto autentico con la propria realtà senza danneggiarla e ricorda molto religioni induiste come il giainismo, che prevede la liberazione dal samsāra (ciclo delle esistenze) attraverso un’austerità spesso estrema.

Una storia analoga la racconta la poetessa olandese Gerda Blees nel suo romanzo di debutto Noi siamo luce (Iperborea, 2022). Vincitore del Premio dell’Unione Europea per la letteratura nel 2021, questo romanzo si ispira a un vero fatto di cronaca per raccontarci quanto estremo possa essere il desiderio di libertà e di appartenenza di una persona.

«Noi siamo luce»: la trama

Muriël e Petrus e le sorelle Melodie ed Elisabeth sono i protagonisti di Noi siamo luce. Vivono assieme in una casa condivisa in Olanda dal nome Suono e Amore e seguono gli insegnamenti di Maruko, una predicatrice americana che li ha convinti a seguire «il processo dei 9 giorni». Questo percorso consiste nel liberarsi dalla dipendenza dal cibo per un’esistenza più armoniosa con il mondo.

Leggi anche:
Mai più sola nella casa. Analisi del topos in «L’altra casa» di Simona Vinci

All’inizio del romanzo, però, qualcosa va storto: Elisabeth muore, molto probabilmente per inedia. Nessuno dei tre rimasti in vita interviene e chiama i soccorsi, al punto che la polizia li arresta per interrogarli sul fatto. Più le indagini procedono, più le dinamiche e le questioni morali attorno alla morte della donna si fanno più enigmatiche e complesse.

«Noi siamo luce»: dal fatto di cronaca alla narrativa

Come già anticipato, Gerda Blees ha scritto il romanzo a partire da un fatto reale di cronaca. L’8 giugno 2017 muore per inedia Jeannette, donna di 62 anni che abitava in una casa condivisa a Utrecht. Lei viveva assieme alla sorella Leonoor (anche lei musicista come Melodie) e suo marito Erik, e Marthe, cugina di secondo grado dell’uomo. La loro comunità si chiama “Contact & Muziek“, “contatto e musica” – nome simile a “Suono e Amore” –, e come i protagonisti del romanzo anche loro si nutrono di sola luce.

Leonoor, Erik e Marthe sono stati poi successivamente interrogati dalla polizia, ma rilasciati. La morte di Jeannette era sì sospetta, ma comunque avvenuta per cause naturali, e dunque non c’erano prove a sufficienza per incolparli di omicidio. La comunità continua ad esistere, ma dal 2019 è gestita solamente da Leonoor e Marthe.

La verità attorno a questo caso non è mai stata raggiunta. Blees tematizza bene questo aspetto, dichiarandolo nelle note e nei ringraziamenti:

[…] ho utilizzato articoli di giornale e informazioni disponibili su internet, tra cui il sito web del gruppo. Non ho mai visto né parlato con gli interessati e non è mia intenzione pronunciarmi su fatti o persone reali. La storia che ho scritto è il prodotto della mia immaginazione e come tale va letta.

L’autrice narra, pertanto, una sua versione dei fatti, che come una matrioska contiene altrettante versioni diverse della storia, per l’esattezza venticinque come i capitoli del libro. Blees narra la storia di Melodie e dei suoi “discepoli” facendo parlare gli spazi che hanno abitato, le sigarette fumate, la scena del crimine, i vicini di casa e persino il buio e la luce. Tutti loro cercano di dare una reale motivazione del gesto estremo della comunità, ma la verità risulta essere sempre sfuggente.

Suono, amore e verità contrastanti

Blees è abile a tematizzare l’autenticità della verità. Per ogni prospettiva adottata, l’autrice inserisce dei commenti venati di ironia che subito immettono il lettore nella soluzione di questo intricato mistero. Non esiste, infatti, una verità, e se esiste è sempre parziale o manipolata:

Noi siamo i fatti. Punibili o meno, il modo migliore per accostarsi a noi è tramite la bugia, spogliandoci man mano di tutte le falsità. E in questo aiuta nutrire una forte avversione per la menzogna, come possiamo constatare in Liesbeth, l’investigatrice a capo delle indagini sulla morte di Elisabeth van Hellingen.

La verità raccontata attorno alla morte di Elisabeth risulta essere sfaccettata e mai esatta. Se, ad esempio, gli investigatori notano che per i soggetti fragili è impossibile conoscere la storia pregressa perché al timore reagiscono nel migliore dei modi per proteggersi, Melodie stessa costringe Muriël e Petrus a dare determinate risposte, mentre Hansje, la madre delle sorelle Van Hellingen, essendo affetta da demenza non darà mai delle risposte corrispondenti alla verità. «Noi siamo la demenza», scrive Blees, «siamo la prova che l’essere umano non coincide con ciò che è in grado di capire e ricordare».

Leggi anche:
«I Greenwood». Tra i rami di un albero genealogico

La problematizzazione del ricordo passa anche per la scrittura. L’autrice opera anche una riflessione a livello metanarrativo riguardante la sua scrittura. Come i ricordi si interpretano a posteriori, anche la scrittura porta a dare ai fatti spiegazioni che possano in qualche modo essere inerenti a ciò che si osserva. Sia chi scrive e chi legge, secondo l’autrice, manca della stessa chiarezza, e ogni tipo di interpretazione resta sempre insoddisfacente e ambigua, mai del tutto capace di una verità assoluta.

Un tentativo di verità

In questi venticinque frammenti di verità che sono i capitoli del libro, Blees paradossalmente riesce a darci una parvenza di verità attorno alla vicenda della comunità Suono e Amore. La verità è sicuramente il fatto che, sebbene siano persone in apparenza normali, Melodie e tutti i suoi “adepti” si sono rinchiusi in una prigione di solitudine:

Ma quale crimine, viene da chiedersi. La polizia è in cerca di tracce di incuria, di coercizione a seguire una dieta da fame, di negligenza. Noi abbiamo in mente un altro crimine: accusiamo gli abitanti della casa Suono e Amore di essersi tenuti prigionieri in una gabbia di solitudine. Ed Elisabeth si è liberata.

La solitudine a cui si sono condannati i protagonisti è dovuta, però, all’incomprensione in cui sono sempre vissuti. Elisabeth, per esempio, ha avuto un esaurimento nervoso, ma la sua famiglia era concentrata sulle ambizioni da musicista di Melodie, anche lei incompresa per via del suo fallimento come violoncellista. Quanto a Petrus e Muriël, la loro ipersensibilità li ha portati, invece, a scontrarsi con persone che non sono mai state capaci di ascoltarli.

Leggendo le vicissitudini dei protagonisti attraverso i luoghi e gli oggetti che hanno fatto parte della loro vita, si può comprendere come questi non si siano mai sentiti parte della propria realtà, e di conseguenza abbiano adottato la decisione estrema di liberarsi di ogni costrizione sia sociale (come il buonsenso di Muriël) che fisica (il cibo) per realizzarsi e trovare un proprio senso di appartenenza. Tutti loro hanno deciso di scontrarsi contro una società che, nel loro modo di vedere, non li ha mai amati. Essere luce per loro vuol dire bastare a sé stessi, essere in grado di amarsi attraverso ogni scelta, anche la più estrema.

Noi siamo niente, noi siamo già tutto

Noi siamo luce (acquista) sembra raccontare la storia di persone che seguono delle mode pericolose senza cognizione di causa, ma in realtà mette in luce un dramma che nella sua irrazionalità racconta molto del nostro tempo. Melodie, Elisabeth, Petrus e Muriël non scelgono di vivere di sola luce perché va di moda farlo, ma perché bisognosi di amore e di un posto che li comprenda e li accetti per quel che sono. La luce per loro è un mezzo per liberarsi delle costrizioni e abitare una realtà dove essere se stessi e padroni delle proprie scelte.

Noi siamo luce
Noi siamo amore
Noi siamo suoni ovunque
Noi siamo cellule piene di vita
Noi siamo niente
Noi siamo già tutto

Non abbiamo grandi editori alle spalle. Gli unici nostri padroni sono i lettori. Sostieni la cultura giovane, libera e indipendente: iscriviti al FR Club!

Segui Magma Magazine anche su Facebook e Instagram!

Alberto Paolo Palumbo

Laurea magistrale in Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee presso l’Università degli Studi di Milano con tesi in letteratura tedesca e allievo dell'edizione 2021 del Master "Il lavoro editoriale" della Scuola del Libro. Crede fortemente nel fatto che la letteratura debba non solo costruire ponti per raggiungere e unire le persone, permettendo di acquisire nuovi sguardi sulla realtà, ma anche aiutare ad avere consapevolezza della propria persona e della realtà che la circonda.

Lascia un commento

Your email address will not be published.