Se il cibo dice di noi: «Il gusto di una vita» di Iaia Caputo

La memoria sensoriale come indagine interiore: Iaia Caputo si racconta attraverso il cibo

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«Il gusto di una vita» di Iaia Caputo

Sembra ammiccare a un continuo rovello, a una pratica di rimemorazione che è insieme fuga, ricerca, archeologia familiare ma Il gusto di una vita (Enrico Damiani Editore, 2020) condensa piuttosto gli scarti, gli aspetti sommersi di un percorso riaccordato. È un passo di Casalinghitudine la porta d’accesso a questo memoir riflessivo e sensoriale, che Iaia Caputo confeziona con armonia, saldando i dati evenemenziali al racconto tattile del tempo, facendo del cibo un filtro, un elemento di raccordo tra sé e il mondo. Come Clara Sereni, l’autrice sviluppa un linguaggio extraverbale attraverso cui comprendere la realtà storica e le relative trasformazioni dell’io, collocato in un rigoroso tempo della memoria identificabile dal lettore ora con il periodo dell’infanzia ora con la giovinezza appassionata, ora con la maturità laboriosa ora con i più recenti, e teneri, momenti di abbandono.

«Il gusto di una vita»: mangiare per plasmare il proprio essere

Il recupero del ricordo conduce spesso la scrittura a momenti di forte scandaglio, in cui gli odori, i colori, gli interni delle case appaiono fissati dal cogito dell’età adulta, a sua volta evocato mediante “salti”, grazie a frammentarie, seppur precise, frazioni temporali. Il dato mnesico già legato all’apprendistato culinario si muove in parallelo agli esercizi di narrazione, all’idea che «si scrive e si cucina misurandosi con le proprie capacità», come su un campo di battaglia, nel terribile confronto con sé, con lo spettro dell’auto-sabotaggio. L’opera di Caputo è punteggiata da continui accostamenti tra cibo e parole, a indicare il valore di una scelta, dell’atto consapevole del darsi. Il corpo – e con esso la memoria sensoriale, meno bugiarda e più istintiva – nella scelta di mangiare comunica la volontà di creare o ri-plasmare il proprio essere, di esprimere la complessità esperita dall’io narrante.

In questa prospettiva il percorso di una vita registrato attraverso i sapori – la guantiera di paste, il ragù della domenica, la pizzetta di Moccia – diviene il referto di una frattura, uno star di casa nello spazio del “tra”: tra i luoghi, tra le memorie, tra i segni visibili di uno scollamento. La rimemorazione dei primi anni di vita dell’autrice restituisce l’immagine di una voracità atavica, con la neonata Iaia che strappa un pezzo di capezzolo alla madre, quasi a predire il gesto sovversivo di un soggetto che ristruttura le dinamiche relazionali, anche quelle “ancestrali”:

Volevo divorare mia madre per fame o per amore (e se si fosse trattato di fame d’amore?), oppure esprimevo, nell’assoluta incapacità di dosare tanto la forza fisica quanto i sentimenti, il rifiuto, magari addirittura il ribrezzo, del latte?

La fame come indagine sui propri desideri

In tale gesto smodato – nella “violenza” che può generare bisogni, sottendere fame – si colloca la riscoperta del legame con il sé, quella difficile indagine sui propri desideri, sulle assenze da colmare. La fame d’affetto, fronteggiata con dismisura costante (sonnambulismo alle quattro del mattino, indifferenza al cibo, considerato «alla stregua di un carburante»), si declina in incontinenza emotiva, nel doloroso affannarsi in atti di disamore. L’azione del mangiare, del divorare quasi aggressivo, è tuttavia in contrasto con l’idea di mero nutrimento, con l’immagine di donna-preda propria dell’ordine patriarcale.

Sovrapponendo esperienze minute, Caputo costruisce una serie di riferimenti all’atto fagico per trattare il rapporto della donna con il proprio corpo, con la riscoperta del piacere che è riappropriazione del gusto, accettazione di sé, delle dissonanze emotive. La difficile relazione della donna – delle donne – con il mangiare come gaudio si libera delle scorie psicoanalitiche e diviene piuttosto ammissione, tassello fondamentale nella parabola di un destino.

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Il ricordo nella memoria gustativa

Iaia attribuisce nuovi significati persino all’attività del cucinare, svelando di aver cotto la pastasciutta da maggiorenne, di aver preferito il nutrirsi al godere. È la maternità, con il suo carico di ambivalenza, a fare dell’accudimento un bisogno primario, a instillarle il desiderio di cucinare per qualcuno, in una continuo offrire per ricostruirsi.

Un anno e qualche mese dopo la ragazza che buttava la pasta insieme all’acqua di cottura era diventata madre. Da quel momento non avrebbe più dovuto provvedere solamente a sé stessa improvvisando con quel pochissimo che sapeva, ma nutrire. Ogni giorno, imparando in fretta. La dipendenza. La necessità. Il dovere. Lo scrupolo.
Il cibo come cura.
La ragazza imparò la pazienza necessaria per il brodo vegetale che si propone ai neonati subito dopo lo svezzamento […] Tutto questo richiedeva tempo. Un tempo che lei non credeva di avere, proprio dentro di sé. […]
Avevo ardentemente voluto mettere al mondo una figlia per diventare madre di me stessa, ma avrei impiegato ancora molti anni prima di conquistare la funzione per eccellenza di una madre: nutrire.

Il racconto qui si incrina, tace, ricorre alla terza persona come tecnica distanziante. È uno dei pregi de Il gusto di una vita, opera compatta e multiforme, capace di ricordarci che il meglio della nostra letteratura risiede in testi “di confine”, in grado di lambire la percezione del vuoto. La memoria gustativa non sa mentire, ma è inconsolabile. «Perché nel rievocare un sapore, un odore o un suono del passato giunge la consapevolezza di averlo perduto, e perduto per sempre». Questo sguardo prolungato e privo di nostalgia, lontano da giustificazioni eppure capace di consolare, è, forse, quello che chiediamo alla letteratura.

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Ginevra Amadio

Laureata con lode in Filologia Moderna presso l’Università di Roma "La Sapienza" con tesi magistrale dal titolo Da piazza Fontana al caso Moro: gli intellettuali e gli “anni di piombo”. È giornalista pubblicista e collabora con webzine e riviste culturali occupandosi prevalentemente di cinema e letteratura otto-novecentesca. Ha pubblicato su Treccani.it e O.B.L.I.O. – Osservatorio Bibliografico della Letteratura Italiana Otto-novecentesca, di cui è anche membro di redazione. Lavora come Ufficio stampa e media. Nel luglio 2021 ha fatto parte della giuria di Cinelido – Festival del Cinema Italiano dedicato al cortometraggio.

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