A volte uno si crede idiota ma è soltanto giovane

«L'idiota» di Elif Batuman

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«L'idiota» di Elif Batuman

Italo Calvino nel suo Il visconte dimezzato diceva:

Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane.

È chiaro che questa paradossale quanto veritiera frase ha ritrovato gli usi più disparati per la sua stessa natura. È bene usarla, in maniera un po’ parafrasata, anche per descrivere L’idiota di Elif Batuman, che senza dubbio ha come tema centrale l’incompletezza e la giovinezza.

L’idiota è un romanzo d’esordio che è stato stato finalista al Premio Pulitzer, al Women’s Prize for Fiction, al Premio Gregor von Rezzori 2019 e in molti altri premi. A cosa è dovuto tutto questo clamore?

Una storia semplice

L’idiota non è sicuramente un libro interessante per la trama, anzi. Se presa singolarmente questa non dice niente di nuovo. Una ragazza di diciott’anni di nome Selin, che ha sempre letto e studiato molto, intraprende la carriera universitaria con grandi aspettative, ma si renderà conto che la vita non è come pensava. Che questa università sia Harvard, poco importa al lettore, potrebbe essere qualsiasi università. Quello che conta è che Selin è un pesciolino in mezzo al mare, una matricola come tante che deve costruire la sua formazione e la sua vita.

E ogni sera c’era una qualche grossa riunione in cui, seduta per terra, ti sentivi spiegare che al momento eri un pesciolino in mezzo al mare, e venivi incoraggiata a vedere questa circostanza come una sfida esaltante invece che come una fonte di ansia. Io cercavo di non dare troppo peso alla storia del pesce, ma dopo un po’ cominciò a deprimermi comunque. Era difficile mantenere il buonumore quando continuavano a dirti che eri un pesciolino in mezzo al mare.

Un romanzo di formazione forse? Una giovane Holden? Non proprio. È certo che per un lettore adulto questo romanzo è interessante perché lo trasporta dentro le mura dell’università, dove la scelta di una materia sempre più importante di qualsiasi cosa. E quindi forse il proprio tratto originale di questo romanzo è la centralità, ingannevole, dello studio e di quei dibattiti e riflessioni tipiche delle matricole.

La matematica è un linguaggio che è nato astratto, più astratto delle parole, e poi improvvisamente si è scoperto che è la cosa più reale, più concreta che c’è. Con la matematica ci hanno costruito la bomba atomica. Tutt’a un tratto questo linguaggio astratto ti lascia ustioni di terzo grado sulla pelle. Quindi ora esiste un linguaggio speciale, che può controllare e manipolare tutto, e se fai parte dell’élite che lo parla… Puoi davvero controllare tutto.

La trama è infatti fatta per sdoganare le certezze della protagonista e di conseguenza anche le nostre. Inserisce a gamba tesa elementi di psicologia e psicanalisi ed è costellata di tratti umoristici che la movimentano, ma quanto a ciò che succede in senso molto semplice e di avvenimento, si può dire che volutamente non succeda niente degno di nota. Eppure venga raccontato, per filo e per segno, forse in modo troppo dettagliato e forse affaticando un po’ il lettore.

L’idiota a cavallo tra autoanalisi e linguistica

L’aspetto invece interessante di tutto è l’interesse per la sottigliezza. È un pregio che già è stato riconosciuto a questo romanzo, difatti si è parlato di sottigliezza e umorismo, spesso legandoli insieme. Ma non è l’umorismo di L’idiota a essere sottile.

È sottile, invece, la cultura. Batuman sfoggia con maestria la sua conoscenza della linguistica, il romanzo è pieno di libri, citazioni, aneddoti, nel modo in cui questi possano interessare una giovane ragazza che si sente acculturata e completa, ma è un’idiota, perché è giovane.

È per questo che attraverso anche tali espedienti linguistici e analitici Selin si trova in una costante autoriflessione, tra la ricerca di ciò che vorrebbe ottenere e la consapevolezza di non sapere nemmeno che cosa effettivamente lei voglia. Il modo in cui osserva il mondo e lo racconta al lettore è anche per questo umoristico, goliardico a tratti, tanto che si è parlato di un libro divertente, ma tale goliardia viene spesso sepolta sotto gli eccessivi dettagli della memoria di Selin.

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Il ruolo della tecnologia e della letteratura

Ultimo ma non per importanza è l’elemento temporale all’interno del romanzo: ci troviamo nel 1995, quando il mondo sta cominciando ad aprirsi verso nuove forme di comunicazione. Per noi che siamo a dir poco abituati, per non dire nauseati, dalla varietà dei modi che abbiamo per comunicare, è interessante leggere di chi ha difficoltà a mandare delle semplici e-mail.

La tecnologia è trattata in un modo quasi banale: è sicuramente alienazione, inganno, ricorda per chi c’era già i primi tempi in cui diffidavamo a priori di chi fosse dietro lo schermo, perché sarebbe potuto anche “non esistere”, e perché fra internet e il reale specie a quei tempi c’era un abisso.

Adesso l’abisso è di gran lunga inferiore, e forse questo è anche pericoloso. Quando Selin si cambia delle e-mail con uno studente, non lo fa nell’ottica della nostra velocità di comunicazione, non è una conversazione su WhatsApp, sono praticamente lettere, intensi dibattiti di letteratura e di filosofia che costituiscono l’elemento più interessante forse della narrazione.

La letteratura è slegata dalla realtà?

È qui che L’idiota (acquista) offre il suo insegnamento. Selin è una ragazza sempre con un libro nella borsa, che vive di libri, che studia i libri, sono tutto ciò conosce e che le interessa conoscere.

A me non interessava la società, non interessavano i problemi economici della gente dei secoli passati. Volevo sapere cosa significavano veramente i libri.

Ma anche tra la realtà e i libri, così come tra parlare via e-mail e di persona, c’è una atroce differenza che la protagonista imparerà a sue spese. Riflettendo, apprendendo, e soprattutto dilatando il suo tempo come L’idiota ha dilatato il suo tempo narrativo.

Il fatto che il romanzo si apra proprio con una citazione di Marcel Proust dimostra quanto farci immergere nel tempo di un romanzo, diviso effettivamente in stagioni, sia un proposito fondamentale per Batuman. Ma non sempre in ciò la letteratura riesce a distrarre il lettore dalla realtà e tenerlo, così, sempre aderente alla fantasia. Tuttavia, forse è giusto che sia così.

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Silvia Argento

Nata ad Agrigento nel 1997, ha conseguito una laurea triennale in Lettere Moderne, una magistrale in Filologia Moderna e Italianistica e una seconda magistrale in Editoria e scrittura con lode. Ha un master in giornalismo, è docente di letteratura italiana e latina, scrittrice e redattrice per vari siti di divulgazione culturale. Autrice di un saggio su Oscar Wilde e della raccolta di racconti «Dipinti, brevi storie di fragilità».

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