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«Il cannocchiale del tenente Dumont», disertare è vivere

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Il cannocchiale del tenente Dumont marino magliani

C’è chi la propria terra se la porta dentro, come un frammento di cuore o un sigillo dell’anima. È il caso di Marino Magliani, nato in Liguria e con precisione a Dolcedo, un piccolo paese della Val Prino in provincia di Imperia. Della sua regione, di quel luogo sospeso tra terra e cielo, con la linea dell’orizzonte spostata più in là, a filo di un’acqua di cui non si scorge il fondo, l’autore conserva i tratti più tipici, dalla parola riottosa allo sguardo lungo, dal margine.

Alla giusta distanza

Così il suo ultimo romanzo, Il cannocchiale del tenente Dumont (edito da L’Orma e candidato alla LXXVI edizione del Premio Strega) può leggersi come una lunga conversazione intorno all’anima di un territorio amato, fissato con occhio temporalmente sfalsato come a edificare un ponte tra storia e memoria, nel tentativo di cogliere una traccia esistenziale in ciò che esistito prima di adesso.

In questa prospettiva – nella scelta di ambientare la storia tra la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento – Magliani rinnova una tradizione tutta ligure che ha nel principio di lontananza il suo motivo cardine: per comprendere meglio le cose, per porle alla giusta distanza. Risuona, senza bisogno di menzione esplicita, l’esempio dellAttesa sul mare di Francesco Biamonti e del Barone Rampante di Italo Calvino, laddove il mare e l’albero rappresentano spazi altri, luoghi di fuga e osservazione dall’alto, per penetrare «la terra scoscesa» e il suo incessante «mormorio».

La Liguria di Marino Magliani

Così il tenente Dumont, disertore dell’esercito napoleonico che osserva il paesaggio col cannocchiale e ne restituisce un caleidoscopio di immagini, sensazioni, odori, adombra l’urgenza dello scrittore di farsi interprete di un certo luogo, di una Liguria rurale cui sempre si torna dopo il cammino, dopo le imprese vinte o fuggite, nella speranza di trovare pace.

Lo sguardo si stende sulle incandescenze (in basso si spande già l’ombra), fin su a cercare le pietraie contro l’azzurro. Guardare è un compito che non si esaurisce, trasforma le cose, come in un delirio, un picco di pietra scusa diventa subito un guardiano gigante, e domina, divide il cielo, crolla e si rialza.

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Tra Storia e memoria

Non stupisce che dopo una vita trascorsa in viaggio Marino Magliani scelga di raccontare la sua terra attraverso un testo di confine, a cavallo tra romanzo storico, racconto d’avventura, diario di bordo e taccuino di viaggio. È una scelta mirata, che fornisce indicazioni circa l’intento epistemologico sotteso a questa scrittura lieve e ricercata, tramata di una nostalgia appena sottotraccia.

Parallelamente alle vicende di Dumont, Lemoine e Urruti, tre soldati napoleonici che disertano le file dell’esercito francese dopo Marengo – «la battaglia che alle cinque era persa alle sette è stata vinta» – scorre il racconto degli invisibili della Storia, quei personaggi che affollano il teatro della scena e che Magliani riporta nella corporeità di braccianti e mulattieri, di contadini silenziosi. È, a tutti gli effetti, un recupero memoriale travestito da operazione storica. Un tentativo di salvare ciò che inevitabilmente si va perdendo.

Questione di sguardi

La struttura dell’opera, internamente frammentata, rende impossibile un’ottica e uno sguardo prospettico. Tutto appare in forma smembrata, cronologicamente organizzata secondo un’impronta memorialistica che segna l’intero il testo e restituisce un sentimento di “scandalo” e inquietudine attraverso i dialoghi tra i protagonisti e una personale indagine del dottor Zomer, chirurgo olandese sulle tracce dei soldati per un’operazione di monitoraggio medico-scientifico.

L’inserzione di appunti, lettere, riflessioni del medico contribuisce a trasformare l’opera in un testo stratificato, in cui si rincorrono voci, paesaggi, sguardi ancora una volta parziali. Così la guerra, le conquiste, sono uno “sciocchezzaio” indicibile alla maniera di Elsa Morante, e il cogito del narratore si appunta sul sentimento di sconfitta, sul desiderio di fuga da una realtà asfittica in cui è impossibile riconoscersi.

Il tema della diserzione ne «Il cannocchiale del tenente Dumont»

Disertare diviene così un atto di resistenza, il tentativo estremo di scrutare oltre l’orizzonte, di oltrepassare una linea d’ombra fatta di convenzioni e onore, alla ricerca di una realtà diversa, forse più fragile e certo più autentica. Un po’ come la Liguria, terra di confine ancora libera dai saccheggi, capace di conservare – pur nell’inevitabile degradazione del tempo – un senso di umanità che fatica a durare.

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Ginevra Amadio

Ginevra Amadio nasce nel 1992 a Roma, dove vive e lavora. Si è laureata in Filologia Moderna presso l’Università di Roma La Sapienza con una tesi sul rapporto tra letteratura, movimenti sociali e violenza politica degli anni Settanta. È giornalista pubblicista e collabora con riviste culturali occupandosi prevalentemente di cinema, letteratura e rapporto tra le arti. Ha pubblicato tra gli altri per Treccani.it – Lingua Italiana, Frammenti Rivista, Oblio – Osservatorio Bibliografico della Letteratura Otto-novecentesca (di cui è anche membro di redazione), la rivista del Premio Giovanni Comisso, Cultura&dintorni. Lavora come Ufficio stampa e media. Nel luglio 2021 ha fatto parte della giuria di Cinelido – Festival del cinema italiano dedicato al cortometraggio. Un suo racconto è stato pubblicato in “Costola sarà lei!”, antologia edita da Il Poligrafo (2021).

1 Comment

  1. Grazie per queste gemme di critica letteraria, che ci accompagnano alla scoperta di testi sorprendenti, dotandoci di nuove lenti interpretative e arricchendo il bagaglio estetico di noi lettori.

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