«Lampreht», nel girone degli inquieti

Kazimir Kolar racconta una generazione alla ricerca di un significato esistenziale

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Lampreht

La letteratura ha dato una casa alla malattia mentale, raccontando di personaggi agitati e scrittori insofferenti. Kazmir Lampreht è uno di loro, un inquieto fra gli inquieti, protagonista dell’omonimo romanzo di Kazimir Kolar, pubblicato da Wojtek Edizioni nella traduzione di Lucia Gaja Scuteri.

«Lampreht»: la trama

Ha 28 anni Kazmir Lampreht, detto Mirko. 28 anni e una psicosi che riempie, svuota, costruisce e distrugge le sue giornate. Il lavoro in ospedale, i quadri clinici spiegati con estrema precisione, gli errori; Mirko non mette alcuna censura, racconta la realtà per quella che è, senza pretendere di modificarla. «Non sto cercando di convincerla di niente, non le voglio stare a spiegare un bel niente. Io voglio solo raccontare» dice il protagonista con trasparenza.

La narrazione procede in quattro tempi: io, gli altri, il mondo, lo spirito. Mirko cerca di dividere queste dimensioni in compartimenti stagni, quando sono un flusso continuo che scandisce i giorni. Lampreht non contiene una storia, ma un personaggio. Ne delinea i tratti tramite brevi considerazioni, solitamente a fine capitolo, dopo eventi che hanno fatto ansimare e annaspare il giovane protagonista. Non è facile per lui stare nella società, cambia spesso lavoro e quello precedente non ha mai niente a che vedere con quello successivo. Ostetrico, professore di storia, guardiano notturno, la storia di Lampreht è una storia al contrario, dalla fine al principio. Dall’esplosione della psicosi alla sua comparsa.

Una voce per la psicosi

Lo sloveno Kazimir Kolar trova una voce per raccontare la psicosi. Una sintassi semplice, formata da periodi brevi e frammentati, punti fermi sparsi sulla pagina come dei semi sparsi sulla terra dal contadino.

«Ho 28 anni e la mia vita non ha senso, ma proprio nessun senso». Nelle parole di Mirko ritroviamo una generazione intera alla ricerca di un significato esistenziale, smarrito dopo aver riposto una laurea nel cassetto. Una condizione più attuale che mai in questo tempo strano, post-pandemico e di guerra. Inevitabilmente, le certezze sono venute meno una dopo l’altra e la ricerca di Mirko è quella di ciascuno di noi

Lampreht sa perfettamente che qualcosa in lui si è incrinato, è consapevole di trovarsi dall’altra parte della sottile linea che separa la salute mentale dalla malattia:

Col cazzo che ero normale. Sangue dal naso, allucinazioni, caduta di capelli. Tutto questo mi succedeva. Unghie spezzate. Minzione dolorosa, costipazione. Alito cattivo, piressia, tremori. Ciondolavo intere giornate al centro commerciale BTC, immaginandomi fantasma. Ero diventato bravissimo, si comportavano tutti come se non esistessi. Proprio quello che all’epoca volevo.

Per l’autore, il protagonista prende consapevolezza di una condizione di disorientamento universale tramite la psicosi. La malattia mentale si fa quindi mezzo conoscitivo, uno dei tanti possibili, per comprendere la società.

Gli inquieti tra le pagine

La carta diventa così uno sfogo, sia per Lampreht che per tutti gli altri inquieti del panorama letterario. Le pagine si sono fatte case e mondi per autori e personaggi affetti da malattie mentali. Virginia Woolf soffriva probabilmente di bipolarismo: «Questa volta non guarirò. Inizio a sentire delle voci e non riesco a concentrarmi» scriveva al marito prima di riempirsi le tasche di sassi e di abbandonarsi alle acque del fiume Ouse, nel Sussex. Non andò meglio a Ernest Hemingway, che si diede all’alcol come forma di auto-terapia per contrastare i sintomi depressivi, messi a tacere da un colpo di fucile in testa. 

Se lo stigma verso la malattia mentale è ancora forte all’interno della nostra società, constatiamo che la letteratura è – da sempre – un terreno ben più inclusivo. Dall’Amleto dell’omonima tragedia di William Shakespeare a Bertha Mason di Jane Eyre (Charlotte Brontë), da Raskolnikov di Delitto e Castigo (Fëdor Dostoevskij) fino a Maria di Prendila così (Joan Didion): Lampreht è in buona compagnia, è uno degli inquieti a cui la letteratura ha dato una casa.

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Maria Ducoli

22 anni, studio linguistica a Venezia, leggo, scrivo e cerco di sopravvivere alla giornata.

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