La robotica gentilezza di «Klara e il Sole» di Kazuo Ishiguro

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In Klara e il Sole (Einaudi, 2021), primo romanzo pubblicato dopo il Nobel per la letteratura del 2017, Kazuo Ishiguro affronta la tematica delle intelligenze artificiali con la delicatezza che contraddistingue la sua produzione letteraria.

«Klara e il Sole» di Ishiguro: la storia

Klara è un Amico Artificiale, ossia un androide ad alimentazione solare costruito con l’intento di fare compagnia ai bambini. All’inizio del romanzo Klara è in esposizione nel negozio in cui è venduta. Facendo uso della sua qualità principale, uno spirito di osservazione superiore alla media, mappa l’unica porzione di mondo che conosce: le vetrine e le nicchie dove sono esposti gli androidi di vecchia e nuova generazione, il palazzo di fronte al negozio, la folla della città e i clienti, la terribile macchina Cootings, che durante i lavori stradali turba la quiete spargendo inquinamento nell’aria, e soprattutto il Sole.

Il Sole è per Klara, androide appena di seconda generazione, quello che la Terra è stata per gli esseri umani agli albori delle civiltà: una fonte di nutrimento dalla quale dipende, quasi una divinità capace di dispensare il dono della vita. Le proprietà soprannaturali che Klara attribuisce ai “disegni” del Sole, ossia agli spazi che i suoi raggi delimitano sugli oggetti, altro non sono che l’unico rapporto di causalità che conosce. Quella che Ishiguro tratteggia è una mitologia rinchiusa in una stanza, il tentativo di una mente ancora acerba di dare un senso alla realtà intorno a sé.

Seguendo Klara, con il suo sguardo ingenuo e al tempo stesso incredibilmente acuto e consapevole delle emozioni umane, si fa la conoscenza di Josie, la ragazzina che l’ha scelta come Amica Artificiale. Fin dall’inizio Klara si rende conto che Josie è diversa dagli altri bambini: di salute cagionevole, deve stare attenta a ogni movimento e segnale del suo corpo. La permanenza di Klara a casa di Josie è segnata dagli alti e bassi di questa malattia inizialmente non specificata, oltre che dagli atteggiamenti ambigui di una madre protettiva eppure sfuggente, che sembra proiettare proprio su Klara i fantasmi di dolori e perdite passate e future.

Il futuro secondo Kazuo Ishiguro in «Klara e il Sole»

Klara e il Sole è ambientato in un futuro molto vicino: vi sono stati evidenti progressi nel campo della robotica e delle biotecnologie, il mondo del lavoro è cambiato almeno parzialmente grazie all’automatizzazione di alcune mansioni, ma si fa ancora affidamento, nella vita quotidiana, a device portatili che richiamano nel funzionamento smartphone e tablet. Anche la questione ambientale rappresentata dalla macchina Cootings, nemica giurata dell’androide ad alimentazione solare, sembra ancora irrisolta.

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In questo quadro di progresso l’eco delle problematiche attuali riecheggia tuttavia per tutto il romanzo, che è permeato di un’atmosfera sospesa e perturbante. Complice anche il particolare punto di vista del narratore, quella di Klara e il Sole non è tanto una distopia vera e propria, quanto una malinconica constatazione fattuale degli effetti collaterali della tecnologia, di cui si discute già al giorno d’oggi – digital divide e obsolescenza programmata, isolamento e impoverimento nelle relazioni interpersonali. 

Macchine e umani

In Klara e il Sole le intelligenze artificiali sono ben lontane dal raggiungere la tanto temuta singolarità, ossia il sorpasso definitivo rispetto al genere umano: poco più che prototipi in via di perfezionamento, ancora difficilmente collocate nel tessuto sociale, devono fare fronte con la loro neonata autonomia a una serie di pregiudizi sul loro funzionamento.

Kazuo Ishiguro recupera qui uno dei temi fondanti della fantascienza, quello delle intelligenze artificiali di tipo robotico, per mettere in evidenza luci e ombre dell’esistenza umana. Ishiguro non è interessato a una possibile lotta per la sopravvivenza tra umani e robot, né alla possibilità, contemplata da Isaac Asimov nelle tre leggi della robotica che ancora oggi sono un pilastro in questo campo, che gli androidi possano recare danno a coloro che dovrebbero invece proteggere. Collocando in una dimensione ancora aurorale lo sviluppo delle intelligenze artificiali come Klara, l’autore propone invece, senza disfattismo né malizia conservatrice, una riflessione sulla corsa verso il miglioramento a tutti i costi

Una via d’uscita

I modelli di androide si succedono a un ritmo sostenuto, soppiantando la versione precedente con piccoli eppure significativi aggiornamenti di sistema. Quando Josie la sceglie, Klara ha infatti già perso il suo posto d’onore in vetrina a favore di un nuovo modello di androide, dotato di senso dell’olfatto e altre migliorie secondarie a discapito di una minore propensione a formare legami con i bambini. 

Gli AA M più vecchi mi facevano pena, ma mi resi conto che non si erano accorti di nulla. E neppure si accorgevano, come presto accadde a me invece, che i B3 si scambiavano occhiate e segnali furtivi ogni volta che uno degli AA M più vecchi si prendeva la briga di spiegare loro qualcosa. Si diceva che i nuovi B3 fossero dotati di migliorie di ogni genere. Ma come avrebbero mai potuto essere dei buoni AA per i loro bambini se riuscivano a concepire idee come quelle?

Allo stesso modo, nel corso del libro, si intuisce che di recente è stata resa possibile una forma non meglio specificata di potenziamento genetico, in grado di dotare i bambini di abilità intellettive superiori. Questo procedimento non è ancora stato perfezionato al punto da evitare effetti collaterali, anche letali in una piccola percentuale di casi, ma nonostante il rischio è ormai divenuto uno status symbol. Un esempio delle disparità che ha generato è l’amico d’infanzia di Josie, Rick, che non ha ricevuto alcun potenziamento e ha perso pertanto la possibilità di entrare nei college più prestigiosi nonostante la sua intelligenza.

Klara e il Sole è il modo in cui Ishiguro mostra una via d’uscita dall’impasse della produttività. Questo romanzo breve e delicato, scritto da un autore che ha già raggiunto il massimo riconoscimento in ambito letterario, dimostra che si è degni di vivere la propria esistenza, di amare ed essere amati per ciò che si è, nonostante le presunte mancanze che siamo spinti a eliminare o migliorare a ogni costo.

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Francesca Fenaroli

Classe 1997, laureata in Scienze dei Beni Culturali e studentessa di Editoria a Milano. Si occupa, tra le altre cose, di intrattenimento, cultura popolare e narrativa di genere. Umberto Eco sarebbe fiero di lei, o almeno così le piace pensare.

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