Il sangue della Rivoluzione d’ottobre

«La scheggia» di Vladimir Zazubrin

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Vladimir Zazubrin è stato, e continua ad essere, un autore quasi del tutto ignoto ai più. Diede il via alla sua carriera con Due mondi, un romanzo sulla guerra civile russa che antagonizza i Bianchi, fazione nella quale Zazubrin aveva combattuto prima di disertare e mettersi al servizio dell’Armata Rossa. Ebbe un immenso successo, tale da accaparrarsi le lodi nientemeno che di Anatolij Lunačarskij – il commissario del popolo all’istruzione – e di Lenin, primo eroe della rivoluzione. Nonostante l’inizio luminoso assicuratogli da Due mondi, con il romanzo breve La scheggia Zazubrin è stato gettato nel pozzo oscuro dei dissidenti, per uscirne decenni dopo. Questo perché con La scheggia siamo di fronte a una denuncia, seppur involontaria, degli eccidi bolscevichi durante la guerra civile. E ciò era inaccettabile.

Rivoluzione e Čeka

La scheggia (acquista) è la storia della disfatta psichica e morale di Srubov, presidente della Čeka provinciale negli anni della guerra civile russa. In un edificio dove circolano «più ferro e armi che persone», Srubov e i suoi sono occupati nel quotidiano adempimento dei principi bolscevichi, dalle esecuzioni sommarie alla firma di corrispondenza segreta, dalla pulizia dei sotterranei dove regna il puzzo di sangue e di sudore al reclutamento di spie. La risoluzione che ha sostenuto Srubov anche negli atti più atroci inizia però pian piano a vacillare, finché non riesce più a sostenere il peso etico della sua professione. Subentra in lui il dubbio, che nelle ultime pagine sfocia in pura pazzia. Questo instabile stato mentale, che minaccia l’integrità della stessa Čeka, lo conduce all’arresto. Dopo l’interrogatorio con il nuovo presidente, Srubov fugge in preda al delirio. Il carnefice è infine diventato vittima.

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Chi è Lei?

La scheggia presenta anche un sottotitolo: «Racconto su Lei e ancora su Lei». Questa presenza femminile, sempre indicata con la lettera maiuscola, sempre nominata ma mai presente in carne ed ossa, è la Rivoluzione. Essa comanda, regola, impone. Ad ogni sua richiesta, Srubov deve rispondere con sottomissione. Spesso, Lei gli appare in visioni: è una donna incinta, coperta di abiti luridi e laceri, animalesca, cattiva. I suoi colori distintivi sono il rosso – del sangue, della rivoluzione – e il grigio – del sudore, dello sporco. Questa concezione della rivoluzione come una «femmina russa» ci riporta a quella corrente slavofila che aveva contagiato persino Dostoevskij, con la sua fiducia incrollabile nel ruolo messianico della madrepatria. Tuttavia, la sua sdegnosità ricorda anche l’inafferrabile Bellissima Dama di Aleksandr Blok, uno dei massimi poeti del Secolo d’Argento e cantore della Rivoluzione d’ottobre:

Passerà senza volgere le ciglia,/castigandomi col suo disprezzo…

Ho sorpassato il tramonto purpureo, 1908

«Quando si taglia il bosco, volano le schegge»

Anche al lettore più attento, il significato del titolo potrebbe risultare sfuggente. Questo perché La scheggia riprende un proverbio russo che recita «Quando si taglia il bosco, volano le schegge», che sottintende come i danni collaterali di un’impresa siano accettabili e giusti quando il fine è superiore. Un’immagine dal forte valore icastico, che contorna alla perfezione la vicenda di Srubov e dei suoi compagni cekisti, determinati a far di tutto pur di portare a termine la loro missione, sacrificando la famiglia, gli amici, la morale. Il richiamo al campo semantico del bosco è celato, infine, persino nel nome dello stesso protagonista: srubit’ in russo significa “tagliare”, “abbattere”; Srubov è il taglialegna, che rade al suolo la foresta per spianare il terreno di un nuovo mondo comunista. 

I cekisti tutti in rosso. E nelle loro mani non revolver – asce. Non cadaveri cadono – si abbattono bianche betulle. Sono flessuosi i corpi delle betulle. Dentro quei corpi la vita oppone una testarda resistenza. Le tagli – e loro si piegano, scricchiolano, a lungo non cadono, e cadendo crepitano lamentosamente.

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Un lessico di orrori e obbrobri

Nella narrazione ellittica di Zazubrin, i luoghi e gli eventi sono sempre descritti per lampi, per guizzi di colore o di movimento. Queste impressioni tratteggiano con minuzia di dettagli gli orrori che si svolgono all’interno della casa di pietra che fa da sede alla Čeka provinciale. Zazubrin s’impegna a delineare soprattutto la ripugnanza dei sotterranei, quei cunicoli oscuri dove avvengono le esecuzioni. In essi un «buio molliccio» vela le pareti e i pavimenti esalano il fetore di sangue, sudore e feci; i condannati assumono pose contorte, le loro parti del corpo si fanno appendici rivoltanti (esemplare è la descrizione di un braccio come «pingue serpente peloso»). In questo mondo dell’orrore, gli oggetti inanimati prendono vita (un fiume di sangue sul pavimento «rosicchia le rive di mattoni», le serrature delle porte «mostrano i loro piatti denti», i camion calpestano il terreno con le loro «zampe d’acciaio») e gli esseri umani si fanno animali per progressivo avvilimento: un «gregge di pecore» che emette «strilli di gatti», tutti nudi, maleodoranti, che tentano di salvarsi con la fuga.

Una pubblicazione tormentata

Zazubrin terminò il romanzo breve nell’ottobre del 1923, senza però vederlo mai pubblicato. Questo perché La scheggia è la testimonianza di un primo attore, una critica alla Čeka da parte di un cekista stesso. Eppure, l’intento iniziale dell’autore non sembra essere stato questo. «Volevo scrivere un’opera rivoluzionaria, utile alla rivoluzione» dichiarò, ma il racconto è troppo meticoloso nell’elenco delle sue nefandezze per giustificare la seppur minima azione dei suoi protagonisti. I dubbi di Srubov, e la sua discesa finale nella pazzia, implicano un’incrinatura nel credo bolscevico che nessuna rivista degli anni Venti poteva accettare. Dunque, siamo davanti a un’opera che si ribella al proprio autore e che veicola un suo messaggio, con la propria voce. Ed è per questo motivo che La scheggia ha dovuto attendere il 1989, periodo di glasnost’, per vedere la luce – perché la sua è una verità che fa paura e che fa male.

A Lei serve solo costringere gli uni a uccidere, gli altri a morire.

Edizioni di riferimento: Vladimir Zazubrin, La scheggia, a cura di Serena Vitale, Adelphi 2013; Aleksandr Blok, Poesie, a cura di Angelo M. Ripellino, Guanda 2000

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Caterina Cantoni

Classe 1998, ho studiato Lingue e Letterature Straniere all’Università Statale di Milano. Ammaliata da quella tragicità che solo la letteratura russa sa toccare, ho dato il mio cuore a Dostoevskij e a Majakovskij. «Viale del tramonto», «La finestra sul cortile» e «Ritorno al futuro» sono tra i miei film preferiti, ma ho anche un debole per l’animazione. A volte mi rattristo perché so che non mi basterebbero cento vite per imparare tutto ciò che vorrei.

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