«Lontananza» di Vigdis Hjorth: l’incendio del rimpianto

Un monologo sul rimpianto e la ricerca di un ritrovato rapporto genitoriale

10 minuti di lettura

Cosa significa vivere con il rimpianto di non essere riusciti a dire abbastanza a qualcuno? O di non aver potuto recuperare un rapporto? Probabilmente almeno una volta nella vita tutti proveranno la tremenda sensazione di non parlare più con una persona con cui si è diviso tanto, chiedendosi come fare a sopravvivere a quella lontananza. Lontananza è proprio il titolo dell’ultimo romanzo di Vigdis Hjorth, edito da Fazi Editore.

Un viaggio all’interno di un io narrante incredibilmente onesto che conquista il lettore fin dall’inizio. La vicenda narra di Johanna e del suo ritorno in Norvegia, la sua terra natale, dopo trent’anni in cui non ha mai più parlato con la madre e nemmeno con la sorella. Ciò in quanto ha deciso di lasciare suo marito, la facoltà di legge cui si era iscritta per volere del padre avvocato, per trasferirsi nello Utah e diventare pittrice. Ad aggravare la situazione il fatto che vi sia scappata con il suo professore d’arte, di cui si è innamorata. L’onesto viaggio si configura fin dall’inizio come un monologo drammatico e complesso.

Una lunga e sincera confessione

Il romanzo si configura come incredibilmente semplice, ma per questo efficace. Al centro della vicenda c’è solamente la voce della protagonista che racconta il suo dramma familiare. Per tutta la narrazione, il suo lunghissimo monologo ripercorre passato e presente. Analizza ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza, ma soprattutto più che narrare fatti esprime sensazioni. È come un diario senza date, un flusso di coscienza immenso e irrefrenabile. Così, nella sua mente entra il lettore che non può staccarsi dalla lettura nemmeno per un attimo.

Pur essendo povero di dialoghi, infatti, il romanzo ha una narrazione penetrante quanto scorrevole. Profondamente sincera, vivida, tanto da fare sembrare che lo stesso personaggio si stia confidando con noi. Eppure il dialogo è unicamente con se stessa, volto a indagare fino alla fine la sofferenza di un incendio dato dal rimpianto. Come dice lei stessa: tutto questo ormai è paragonabile a un incendio che si è consumato e spento dentro di me da tempo.

L’incendio trova spazio nelle parole e nella descrizione meticolosa di che cosa comporta la terribile situazione di stasi che la donna vive. È tornata, ma sa bene che ricongiungersi con la madre e la sorella sarà impossibile. Le ha disonorate. Il suo punto di vista, così chiaro e limpido, non può che creare nel lettore una profonda empatia. Per tutto il tempo si fa quasi “il tifo” per questa povera donna che, invecchiata, vorrebbe solamente riavere sua madre.

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La Lontananza può cancellare il sangue?

Nonostante tutto, la lontananza, che infatti è proprio il titolo di questa storia, non cancella tutto. Ho ereditato i colori di mia madre. Capelli rossi e lentiggini, piango quando piove. Dice, ricordandosi quanto le assomiglia. Per questo di fatto, più che una narrazione del suo dolore, più si va avanti più la storia sembra raccontare della madre.

Ma perché ero diventata così poco riguardosa, così poco amabile? Nessuno fa domande per non guastare l’atmosfera. Capire andando in profondità non è una questione che riguarda mia madre e le sue amiche. Sanno che non manda più gli auguri di compleanno a suo nipote, mio figlio, ma è per colpa mia. Mamma, ti invento a parole.

Ti invento a parole, questo è l’esperimento sopraffino che l’autrice attua con questo libro. Procede quasi immaginandosi, e poi spiando, ciò che sua madre svolge ogni giorno nella sua vita. Azioni semplici, ma assolutamente importanti. Johanna non riesce ad accettare il paradosso di una madre che possa non parlarle, la insegue e la ricerca continuamente. Ciò porta il lettore a divorare pagina dopo pagina in attesa di un agognato lieto fine. Ma anche a chiedersi: lo merita questo lieto fine? Per poi non riuscire a giudicare, confondersi e disperdersi come lei.

Il rapporto tra genitori e figli

Lontananza è la continua ricerca in divenire verso una sola donna, quella che ti ha messo al mondo. Mentre lungo le strade crescono ancora le violette e le viole del pensiero, così che natura e mente si uniscono in una connessione fatta di nostalgia. Nostalgia della famiglia, della mamma, di qualcosa.

Più riflette, più Johanna si manifesta come uno dei personaggi più umani e veri che siano stati scritti. Forse perché dell’autrice in lei vi è tantissimo, ma è una figura che si impone e si dispone di fronte al lettore a 360 gradi, senza mai mentire a se stessa e pertanto nemmeno a chi sfoglie le pagine della sua triste storia. Per esempio, anche nel rapporto con le figure genitoriali è incredibilmente vera e sincera.

Nei confronti della prole, i genitori non hanno forse un obbligo che dura tutta la vita, mentre i figli non ce l’hanno? Secondo la Bibbia è il contrario, sono i figli che devono onorare la madre e il padre per vivere a lungo sulla terra, ma la Bibbia è scritta dai genitori per tenere al loro posto i discendenti.

[…]

Che i figli rinneghino i propri genitori è comprensibile, che i genitori rinneghino i propri figli, e in maniera così caparbia, è raro.

Il paradosso di una donna ormai anziana che ancora desidera una madre che si prenda cura di lei, quasi come una bambina. Poi ripercorrendo i ricordi si sente egoista, come se non la avesse davvero capita quella madre. Paradossalmente, capendo lei capisce se stessa, e viceversa, perché un legame tra le due ci sarà sempre.

Mi difendo come se fossi sotto attacco. Perché non prendo sul serio la reazione di mia madre, il suo dolore, soltanto il mio? Nessuno conosce meglio di chiunque altro la propria sofferenza. Eppure, ho il sospetto che la mia profondamente collegata alla sua, l’ho sempre percepita in maniera molto forte.

«Lontananza», un rimpianto che dura tutta la vita

Sono tante le domande importanti che evitiamo di porre se non dentro di noi, sono tante le cose che evitiamo di affrontare, anche se le persone in grado di contribuire a fornirci informazioni utili sono ancora vive. Potremmo andare da loro e pretendere delle risposte, ma non lo facciamo, perché? Non ci risponderebbero comunque, neppure se le supplicassimo, oppure non ne vale la pena, pensando all’umiliazione, all’imbarazzo. Rinunciamo a ottenere informazioni fondamentali per evitare il disagio, quest’esistenza è breve e limitata, ma è la sola che abbiamo, mentre l’irrisolto, l’incerto ci può tormentare per tutta la vita, soprattutto di notte, o no?

La vera e tremenda conclusione del romanzo è nascosta nell’idea di rimpianto e di incapacità di parlare. Una mamma che viene inventata a parole e inseguita, che cosa provoca all’interno se non dolore? Un vuoto dato dalla fuga di Johanna che è scappata senza voltarsi indietro. Tuttavia, ora riflettendo ha capito di suo padre e sua madre cose che non aveva compreso da bambina.

Ha capito che c’era un vuoto e un dolore anche in altri, non solo quello che lei ora sta vivendo, molto di più. Il rimpianto, l’incerto, l’irrisolto ha però preso il sopravvento e ormai forse cercare di riabbracciare la madre è come provare, dopo quell’incendio, ad afferrare il fumo.

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Silvia Argento

Nata ad Agrigento nel 1997, ha conseguito una laurea triennale in Lettere Moderne, una magistrale in Filologia Moderna e Italianistica e una seconda magistrale in Editoria e scrittura. È docente di letteratura italiana e latina, scrittrice e redattrice per vari siti di divulgazione culturale e critica musicale. Autrice di un saggio su Oscar Wilde e della raccolta di racconti «Dipinti, brevi storie di fragilità». Come dice il suo autore preferito, la vita è una cosa troppo seria per essere presa sul serio e quindi attenzione: può contenere sarcasmo.

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