«Dittico dell’acqua»: amare è credere senza direzione

Le poesie di Lucia Brandoli rappresentano l'acqua come assenza, ma anche come intreccio di amore e vita

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Dittico dell'acqua

Quando ci si chiede quale sia l’elemento alla base delle nostre vite, la prima cosa che viene in mente è l’acqua. L’acqua è vita, tempo che scorre inesorabile e ci conduce alla fine. È un elemento semplice ma semanticamente complesso. Lo sa bene Anne Carson, che in Antropologia dell’acqua (Donzelli, 2010) ha cercato di ragionare sulla complessità del tradurre il termine “acqua”, giungendo alla conclusione che la sua fluidità nasconde in sé la complessità delle parole nel catturare le immagini e i ricordi del passato.

L’acqua come scorrere, dunque, di ricordi e immagini di ciò che non c’è più, ma da cui comunque partire per creare la vita. È attorno a questo concetto che verte Dittico dell’acqua, quarta e ultima raccolta poetica di Lucia Brandoli pubblicata per i tipi di Industria&Letteratura con prefazione di Giovanna Frene.

Le poesie di «Dittico dell’acqua»

Ecco cosa vuol dire
Lebensmensch,
persona della vita.
Neutro, totale. Leben
così simile a Liebe.

Con questi versi inizia Olimpiade, il prologo di Dittico dell’acqua. Suddivisa in due sezioni, la silloge di Brandoli è dedicata «ai mari che mi hanno accolta», ovvero a tutte le persone che come acqua hanno costellato la sua vita, che nel loro passaggio hanno lasciato in lei tracce che col tempo, come le acque del mare, si ritirano e diventano sempre più sfuggenti:

Amare

la solitudine come nei cinema,
la soddisfazione di far piangere qualcuno
per una volta sola.

Se è vero che i termini in tedesco per “vita” e “amore”, ovvero “Leben” e “Liebe”, sono simili, è perché per Brandoli sono strettamente intrecciati. La vita col suo scorrere è per l’io lirico – e per l’autrice – il passaggio dell’acqua, ovvero di tutte quelle immagini, sensazioni e persone che sfuggono col passare del tempo, la cui assenza solo l’amore può cercare di catturare.

L’acqua come metafora dell’amore e della vita

Per comprendere al meglio Dittico dell’acqua, bisogna cercare di comprendere innanzitutto il significato che l’immaginario dell’acqua assume, e per farlo si legga quanto scrive Frene nella sua prefazione al volume:

[…] La dimensione marina è quella che rappresenta meglio la dimensione dell’intera vicenda, terrestre e terrena, dell’amore: la metaforizzazione di tutti gli elementi è evidente non solo nei (pochi) titoli dei testi poetici, ma anche nelle analogie tra gli elementi del corpo e la forma dell’acqua, tra e fasi dell’amore e le fasi della natura […] Colpisce che le case al mare che sono state abitate nell’infanzia, sede per eccellenza dei giochi innocenti (in senso etimologico), siano diventate per forza abbandonate, sottoposte a una pioggia battente, con un potenziale inespresso perché non più esprimibile: ed è questa forse l’immagine più forte di un essere che sia stato lasciato dal suo amore, un essere che diventa improvvisamente senza direzione, senza ritorno […]

L’immagine dell’acqua diventa in questo senso bivalente. Il doppio significato dell’acqua si esprime attraverso le due sezioni – il dittico del titolo – della raccolta: nella prima l’acqua ci viene presentata come momento dell’attesa, speranza di rivivere l’amore e dunque la vita; nella seconda, invece, l’acqua appare come assenza e mancanza, colmata, però, dal ricordo delle immagini del passato.

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Da notare, come sottolinea Frene nella prefazione, che questa bivalenza dell’acqua si esprime anche nella dicotomia uomo-donna che si presenta già in Olimpiade attraverso l’uso di termini tedeschi: tranne il termine “das Mädchen” (“ragazza”), i termini neutri e maschili “Leben”, “Lebensmensch”, “Tod” (“morte”) e “Mond” (“luna”) sono tutti associati alla figura maschile, che diventa sinonimo di esistenza attiva, fugace, che decide le sorti di una relazione, mentre i termini al femminile come “Liebe” e “Sonne” (“sole”) sono, invece, associati, al femminile, che come scrive Frene «sembrerebbe relegato al ruolo passivo, freddo», ma in realtà, nella sua attesa e nel suo ricordo, riporta alla vita l’acqua passata, l’amore finito:

Il mare che il tuo corpo mi apre intorno
mi sommerge, mi respira, mi sostiene,
come sempre non mi fa annegare.

Ne esco nuova, rinnovata,
nuda, senza niente.

Qui e ora – un’onda.

Confrontarsi con l’assenza

Come recita la poesia della prima sezione citata poco fa, l’io lirico di Brandoli esprime una situazione in cui si ritrova senza niente in mano nonostante la sua esperienza con il contatto con l’altro. L’io si ritrova con «il potenziale inespresso delle case/abbandonate», «un balcone sbrecciato, le calze bucate,/Maya davanti agli occhi//di chi si professa illuminato/e parla d’amore».

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La città di Brandoli, dunque, risulta «molto lontana, in fondo/alla discesa», dove osserva «L’orizzonte arido,/i cani che abbaiono. In attesa». L’attesa e il silenzio contraddistinguono, dunque, l’atteggiamento dell’io, che aspetta sulla riva del mare con «gli spiragli tra le mie dita, da cui il bene cola come sabbia/per tornare/non si sa dove, da chi». Attorno all’io c’è solo assenza e mancanza di vita, che fluisce come sabbia fra le sue mani per andare via e non tornare più:

Ripetendolo mi mettevo sulla riva di un’isola. Sola.
Aspettando il mare grosso, i tronchi, le ondate.
Aspettando il ritorno, aspettando lui solo.
Riflesso di volontà, per questo amore.

L’io lirico racconta, dunque, un’Odissea in cui lei interpreta una Penelope che cerca di tessere i ricordi dell’amato in sua attesa, che desidera ardentemente il suo ritorno, anche se potrebbe risultare violento come «il mare grosso», «i tronchi» e «le ondate», mentre quest’ultimo è un Ulisse che non tornerà più nella sua Itaca se non che nei ricordi dell’io:

Sei quasi affogato.
Eppure ritorni

con gli anni. E ti fermi,
ti arresti.

Un ramo spezzato,
ma fermo, tenace.

Mi tocchi. Ti accolgo.
E poi te ne vai.

Tenere vivo lo sguardo

Verso la fine della prima parte, l’io lirico afferma quanto segue: «[…] sforzavo/i miei discorsi per tenere viva/l’attenzione del tuo sguardo». Approdiamo, dunque, alla seconda parte di questo Dittico dell’acqua, la sezione che più ricorda Antropologia dell’acqua di Carson, in quanto l’io lirico di Brandoli comprende che l’assenza e la mancanza d’amore e dell’amato sono un fatto naturale, e ciò che può fare è solo provare a colmare il vuoto attraverso la parola e il ricordo:

Il deserto non è spazio d’ornamenti.
          La mancanza detta la vita,
          traccia bisogni, sospende.
Si raccoglie l’acqua – come si può.

L’acqua diventa, allora, insieme di immagini che scorrono, difficili da raccogliere, ma l’io si sforza comunque di farlo, poiché l’acqua resta sempre amore e vita, ciò che tiene in piedi una persona e la porta ad andare avanti. Le immagini dell’io sono come «oggetti allineati sui domestici lari,/promesse immantenute da chi è passato». Questi ricordi diventano, quindi, segno di una «fiducia in tutto ciò che muore, cresce, cambia», un «credo senza direzione» necessario perché parte della vita e dell’esperienza dell’amore.

L’acqua, allora, identificata con l’assenza, diventa attraverso l’immagine della pioggia come il fiume Lete della mitologia che lava tutto, anche l’immagine dell’amato, e dona all’io una nuova vita. «Un crepitare d’onda/un battito di mare basta», afferma l’io, «quel che rimane è vita»: la vita è rappresentata dall’io lirico, da colei che ha cercato di raccogliere il più possibile le immagini di un amore che è passato, e che continua a vivere coltivando un amore ormai scomparso, che si rinnova per poi andarsene di nuovo, ma che resta nelle parole, poiché «l’estate finisce e l’isola resta».

«Dittico dell’acqua»: un’educazione sentimentale fluida

Dittico dell’acqua (acquista) di Lucia Brandoli è la riprova che, come sostiene Frene citando Friedrich Hölderlin, «quello che resta lo fondano solo i poeti». Le parole e i versi di Brandoli sono come acqua le cui immagini scorrono con l’avanzare del tempo, ma che lava via le tracce dell’assenza per rifondare la vita e l’amore, colmando il vuoto lasciato dalla distanza e dalla fine. La vita scorre, ma la parola poetica la fonda e la rinnova.

Ma noi ci muoviamo con le tasche piene
di sassi raccolti
che non abbiamo avuto il tempo di ridare
al mare.

Le nostre cartoline mai spedite.

C’è quello piatto, quello lungo,
quello più pesante
e un soldino
trovato tra due piastrelle in piazza.

Non li dimenticheremo, nonostante il vento.

I nostri piedi ora sanno camminare
insieme
perpendicolari all’orizzonte.

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Alberto Paolo Palumbo

Laurea magistrale in Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee presso l’Università degli Studi di Milano con tesi in letteratura tedesca e allievo dell'edizione 2021 del Master "Il lavoro editoriale" della Scuola del Libro. Crede fortemente nel fatto che la letteratura debba non solo costruire ponti per raggiungere e unire le persone, permettendo di acquisire nuovi sguardi sulla realtà, ma anche aiutare ad avere consapevolezza della propria persona e della realtà che la circonda.

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