Il potere della nomenclatura in «Mentre morivo»

In «Mentre morivo» Faulkner presenta il viaggio della famiglia Burden.

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Ombroso esempio di Southern Gothic, il quinto romanzo dello scrittore Premio Nobel William Faulkner, Mentre morivo (1930) è una narrazione densa e cruda. In quest’opera, la perfetta connivenza di voci narranti e stile autoriale si mescolano per regalarci l’immersione nelle vicende della famiglia Burden.

Faulkner scrisse Mentre morivo nell’estate del 1929, all’età di 32 anni, quando lavorava come fuochista alla centrale elettrica dell’Università di Oxford. Lì vi si dedicava «nelle ore di minor lavoro, tra la mezzanotte e le quattro del mattino, usando come tavolino una carriola capovolta» (Fernanda Pivano).


Degna sepoltura: la rivisitazione del rituale

Il rituale ricorda ai vivi perché sono vivi. Il titolo richiama un verso dell’Odissea (Libro XI, vv. 423-26), e in particolare dal famoso episodio in cui Ulisse incontra Agamennone nel suo viaggio nell’Ade. Il re di Micene racconta il tragico destino che lo accolse al ritorno a casa dalla guerra di Ilio: sua moglie Clitemnestra, omicida e fedifraga, si era rifiutata di seppellirlo. Parallelismo pertinente, dal momento che tutta la fabula del romanzo ruota intorno alla sepoltura di Addie Bundren, moglie e madre delle voci narranti che si alternano durante i vari capitoli del libro. La famiglia Bundren infatti si è riunita per consacrare un rito a cui tutti siamo destinati ad assistere: dare una degna sepoltura alla madre-moglie, o meglio per “soddisfare il suo capriccio”. Addie aveva infatti chiesto, quand’era ancora in vita, di esser seppellita a Jefferson, la sua città originaria.

Una famiglia, tante voci

Le voci narranti sono Anse, il capofamiglia, insieme ai figli: Cash, Darl, Jewel, Dewey Dell e Vardaman, in ordine di nascita. Insieme decidono, dopo averle costruito la bara, di intraprendere il viaggio per Jefferson. Purtroppo i mezzi a disposizione (un semplice carro trainato da due muli) e le condizioni meteorologiche sono loro avverse. Nonostante sia luglio inoltrato, queste fanno sì che il viaggio diventi una vera e propria epopea. C’è infatti un’esondazione del fiume che molto ricorda il biblico Giudizio Universale. Questa spazza via i ponti e costringe la strana comitiva a improvvisati guadi e ad estenuanti deviazioni. Inoltre tutto il viaggio è carico di simboli archetipici e allegorie anche bibliche. Sono presenti simboli come il pesce, il cavallo, il diluvio, la discesa agli inferi, il rogo purificatore, il capro espiatorio, etc.

I Burden sono una famiglia di contadini poveri e legati alla terra in modo atavico. Geograficamente Faulker ambienta la prima parte del romanzo nella contea di Yoknapatawpha (immaginaria regione del Mississippi). Oltre ad essere poveri, i Burden sono anche famiglia dai precari equilibri, mantenuti in piedi tra i vari componenti grazie a silenzi, tradimenti e frustrazioni represse. Saranno proprio le difficoltà del viaggio e far esplodere i vari rancori e a portare alla luce, attraverso gli eventi tragicomici, l’espiazione dei miasmi tragici che si portano dietro sin dalla nascita.

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La crudeltà del dramma privato

Ogni personaggio è prigioniero del proprio dramma privato e nasconde segreti e desideri inconfessabili. La loro voce – e la voce dei personaggi vicini alla famiglia Burden – ci consegna 59 monologhi e altrettanti capitoli. In questi viene trattata l’inafferrabile essenza delle cose importanti, come il tempo, la morte, la famiglia, il potere della nomenclatura.

Giunti a Jefferson, i Burden seppelliscono il cadavere ormai in putrefazione di Addie: sono ormai passati nove giorni dalla sua morte. Spediscono Darl al manicomio di Jackson, mentre la diciassettenne Dewey Dell, segretamente incinta, cerca di procurarsi un aborto farmacologico finendo involontariamente per prostituirsi a un droghiere senza scrupoli.

Certe volte giacevo accanto a lui nell’oscurità, udendo la terra che adesso era del mio sangue e della mia carne e pensavo: Anse. Perché Anse. Perché sei Anse. Pensavo al suo nome finché dopo un po’ vedevo la parola come forma, un recipiente, e guardavo lui che si liquefaceva e ci si versava dentro come la melassa fredda che usciva dall’oscurità e si versava nel recipiente, finché il vaso rimaneva pieno e immobile: una forma significativa profondamente priva di vita come il telaio vuoto di una porta; e poi mi accorgevo di aver dimenticato il nome del vaso. Pensavo: La forma del mio corpo dove una volta ero vergine ha la forma di un ____ e non riuscivo a pensare Anse, non riuscivo a ricordare Anse.

La destinazione che non cura

Ma l’approdo finale, la destinazione ultima, ha quasi uno scopo lisergico: non dipana i dubbi e i divari, ma crea nuovi spazi e crepe. Ogni personaggio ha la sua piccola e misera soddisfazione – tanto che qualcuno dei protagonisti sembra aver dimenticato il passato più recente.

In una meta-realtà impregnata di dolore, fango, miseria e morte e dove il significato stesso delle parole perde spessore e vengono mistificati termini come morte, maternità, pazzia, Faulkner ci regala un ritratto aderente alla comunità rurale dell’epoca, donandogli uno spessore riserbato che solo i grandi autori riescono a raggiungere.

Ogni personaggio è caratterizzato in maniera sottile. Attraverso una legge che ne regola fardelli e desideri carichi di forti valenze simboliche, si crea una caricatura allegorica dei rispettivi vizi e e virtù. La storia prende forma lentamente attraverso un complesso contrappunto polifonico di monologhi, secondo la tecnica del flusso di coscienza piegata alla propria peculiare esigenza di rappresentare la dicotomia tra un modo crudo e al contempo profondamente elegiaco.

Davanti a noi la corrente scorre densa, minacciosa. Ci parla con un mormorio fattosi vario e incessante, la superficie gialla mostruosamente butterata di vortici evanescenti che per un istante viaggiano lungo la superficie, silenziosi, fugaci, e profondamente significativi, quasi che sotto la superficie qualcosa di enorme e di vivo esca per un momento di pigra attenzione da un leggero assopimento, e subito vi ricada.

William Faulkner, ritratto dal fotografo Carl Van Vechten. Fonte: Wikipedia

Madre sopra tutte

Addie è una figura ricca di complessità svelate. Nonostante sia già morta, compare in un efficace monologo centrale dove ripercorre brevemente la sua misera esistenza. Utilizza cinismo e disincanto, enunciando la sua personalissima teoria sul potere della parola e sulla sua inefficienza nello spiegare i meccanismi che regolano il cosmo delle relazioni umane. Da qui l’idea, più volte ripresa dall’autore, che i rapporti familiari, se lavati dalle parole cui spesso li associamo, siano regolati unicamente da convenzioni sociali che prevedono (soprattutto per la donna) un destino di infelicità.

[…] mi resi conto che maternità era stata inventata da qualcuno che doveva trovarle una parola perché a chi i bambini li ha avuti non gli importava nulla se c’era una parola o no. Mi resi conto che paura era stata inventata da qualcuno che non aveva mai avuto paura; orgoglio, da qualcuno che di orgoglio non ne aveva mai avuto. […] avevano dovuto usarci l’un l’altro con parole, appesi per la bocca come ragni a una trave, che oscillano e si attorcigliano senza toccarsi mai, e che solo attraverso le spinte del maschio il mio sangue e il loro potevano scorrere come un solo flusso […] Ma era da un pezzo che avevo fatto l’abitudine alle parole. Sapevo benissimo che quella parola [Amore] era come tutte le altre: semplicemente una forma per riempire un vuoto. […]

Una madre che porta alla comprensione della vita

La stanchezza e la ricercatezza della morte di Addie la rendono una Madre Terra annientata dai doveri e dalla disillusione delle scelte commesse in passato con la promessa di una vita migliore. Faulkner ci regala un personaggio germogliato da un impasto di sangue e dolore, legata però all’essenza pura, primordiale e primigenia delle cose di cui la parola costituisce solo un velo ipocrita per nominare ciò che ci circonda. E sembra quasi che Addie abbia chiesto di esser sepolta nella terra natìa non solo per una volontà di un metaforico ricongiungimento al grembo materno, ma per istituire una sorta di prova, attraverso cui far passare i propri famigliari attraverso l’espediente del viaggio. Le peripezie permetteranno loro di raggiungere forse la comprensione dell’assurdo della vita. In Addie risuona forte la voce di Faulkner. La voce di una terra e di un mondo rurale che conosceva il vero e inestimabile valore delle cose senza bisogno di nominarle, ma solo con uno sguardo d’intesa, il valore della semplicità.

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Ester Franzin

Lettrice incallita, amante della letteratura e della lingua italiana in tutte le sue declinazioni. Classe 1989, è nata in un paesino della Pianura Padana. Si è laureata in Storia dell’Arte a Venezia e poi si è trasferita a Rimini, nel cuore della Romagna. Ha frequentato la scuola Holden di Torino e pubblicato il suo primo romanzo «Il bagno di mezzanotte».

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