«A Milano con Luciano Bianciardi», viaggio in una metropoli scomparsa

Gaia Manzini celebra Luciano Bianciardi e ci accompagna in una Milano che non esiste più

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A Milano con Luciano Bianciardi

In A Milano con Luciano Bianciardi (Giulio Perrone Editore, 2021) la scrittrice e giornalista Gaia Manzini realizza un doppio omaggio: allo scrittore e traduttore maremmano, certo, ma anche a quella che nel sottotitolo del libro viene definita la «città romantica». I più appassionati di musica penseranno subito a Un romantico a Milano, tra le canzoni più belle dell’album La malavita dei Baustelle. Un brano espressamente dedicato a Luciano Bianciardi, che Manzini cita anche nel libro.

È un romantico, Bianciardi, come quello della canzone dei Baustelle (Un romantico a Milano), che gli è stata dedicata da Francesco Bianconi. Uno che vuole scappare, ma non ci riesce; uno che ha la febbre a trentanove, ma va comunque fuori a bere, ad anestetizzare il dolore; uno che detesta l’ipocrisia di questa città, il suo perbenismo culturale; uno che ama tutti, che è pronto a un abbraccio, ma li odia anche con la stessa intensità perché sa che non ci sarà mai uno scambio vero, un’appartenenza duratura. Un dandy, un artista: quando morirà nascerà un fiore.

«A Milano con Luciano Bianciardi»: il disincanto della metropoli

Nel 1954 Luciano Bianciardi lascia la Maremma per trasferirsi a Milano, dove Giangiacomo Feltrinelli intende dare vita all’omonima casa editrice. Bianciardi è in un primo momento affascinato dal progetto dell’ereditiere che sogna di cambiare il mondo con i libri; col tempo, però, matura un certo disincanto anche nei confronti del lavoro di redattore. Non c’è nessuna missione da portare a termine, nessun mondo da cambiare con i libri. È questo che Bianciardi intuisce e racconta ne L’integrazione (1960), un romanzo che si fa beffe della vita straniante in casa editrice. Feltrinelli rifiuta di pubblicare il libro, che uscirà per i tipi di Bompiani.

Il vero successo per Bianciardi arriva con La vita agra, pubblicato da Rizzoli nel 1962, sei anni dopo il licenziamento da Feltrinelli. Gli erano stati garantiti solo gli incarichi da traduttore, da svolgere a distanza, lontano da un ufficio simbolo dell’alienazione dell’uomo contemporaneo. Nei suoi anni milanesi Bianciardi non patisce solo un progresso che gli sembra falso, dettato dal consumismo, ma anche la mancanza di intellettuali in grado di fare da ponte tra i diversi strati sociali.

Detesta Milano, Bianciardi, e la lascia, ma poi vi fa ritorno, nonostante tutto. È una città che lo respinge, eppure lo trattiene con sé. Un luogo in cui l’anonimato – forse la principale caratteristica che distingue le metropoli dalle piccole realtà di provincia – è al tempo stesso una benedizione e la peggiore delle maledizioni.

Milano non approva, ma ti regala l’anonimato, ti dona la solitudine: quella cosa di continuare a sentire la vita intorno, mentre ti dimentichi della tua. […] Dentro Milano c’è questo paradosso: è una città che respinge […] Però respingendoti ti tiene con sé, corteggia la tua solitudine, non la giudica, non ti inganna, non ti volta la faccia.

Una città scomparsa

A Milano con Luciano Bianciardi è un libro che causa un forte straniamento in chi conosce il capoluogo lombardo, una città «rifiorita per l’Expo del 2015», come scrive Marco Missiroli in Fedeltà. Gaia Manzini ci riporta invece nella Milano degli anni ’50/’60, che ha poco o niente a che vedere con quella odierna. Una città oggi tutta votata a uffici e grattacieli, che un tempo ospitava invece delle fabbriche, come la Falck o la Breda.

Quella vissuta da Bianciardi è una Milano in cui Brera è un quartiere popolare, se non un po’ malfamato, con le case di tolleranza e le tipiche “latterie” dove si mangia con pochi soldi. Una città caratterizzata dagli alberghi diurni, strutture sotterranee dedicate alla cura della persona, oggi totalmente in disuso. «Sotto il porticato opposto all’Arengario, tra i negozi e il viavai di persone, si nota appena la sua bella scalinata liberty che scende sotto la strada», scrive Manzini. Sono una traccia tangibile di una Milano che non esiste più.

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È la città che ritroviamo ne La vita agra, quella che vede il suo tramonto alla fine degli anni ’60, quando inizia a stagliarsi il futuro di quella che sarà la “Milano da bere”, contraddistinta da yuppies e paninari. Il libro di Gaia Manzini è tutto permeato di un senso di nostalgia per un’epoca che né l’autrice – nata nel 1974 – né la maggior parte dei lettori ha conosciuto. «Al Derby, quando Bianciardi siede con le braccia conserte in mezzo a tutta la confusione, c’è nell’aria la nostalgia: è il senso di una fine prossima», leggiamo tra le pagine di A Milano con Luciano Bianciardi.

Uno sguardo ancora attuale

Gaia Manzini ci lascia un’opera fortemente frammentata, in cui ogni capitolo è quasi a sé stante, e instaura una sorta di dialogo con Luciano Bianciardi. A raccontare Milano è dunque lo sguardo di uno scrittore e traduttore che, malgrado l’odio per la sua città di adozione, non è mai riuscito ad abbandonarla. E, nonostante tutto, certe sue impressioni suonano attuali anche oggi. Cambia lo skyline, ma il senso di alienazione è sempre lo stesso.

È lavorando in casa editrice che si sviluppa la seconda grande disillusione di Luciano Bianciardi, dopo quella di Ribolla. La città è un posto duro, cattivo, teso, assillato. La gente corre dappertutto, ma per arrivare dove? Le persone se ne vanno in giro con occhi febbricitanti, dimentiche di tutto tranne dei soldi che servono ogni giorno per mantenersi nella metropoli. Nessuno si accorge delle contraddizioni di tanta fatica, si sentono dei privilegiati.

Consigliato a…

Consigliamo A Milano con Luciano Bianciardi a chi ha voglia di fare un tuffo indietro nel tempo e scoprire Milano da una prospettiva tutta nuova. A chi non ha paura dei punti di riferimento che vengono meno ma, al contrario, vuole andare a spasso per una città scomparsa, affidandosi a una guida d’eccezione.

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Francesca Cerutti

Classe 1997, laureata in Lingue per l’impresa e specializzata in Traduzione. Caporedattrice di Magma Magazine, sempre alla ricerca di storie che meritino di essere raccontate. Nel 2020 è stato pubblicato il suo romanzo d’esordio, «Noi quattro nel mondo».

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