«Nel nome del figlio» di Björn Larsson

Riflettere sulle proprie origini

9 minuti di lettura

Esistono varie ragioni per cui si legge o si scrive un libro. A volte, in mezzo alla rete inestricabile di motivazioni, la stessa può valere tanto per la scrittura quanto per la lettura. Venire a patti con se stessi e con una dimensione della propria vita. Come disse Cesare Pavese:

«Leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma. Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra – che già viviamo – e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi».

In quale dimensione della nostra vita entriamo, dunque, quando leggiamo «Nel nome del figlio»? Quando lo ha scritto, Björn Larsson ha messo dentro tutta la sua personalità e il suo vissuto. E come una corrispondenza diretta, ha costruito per il lettore una coperta avvolgente per le sue idiosincrasie verso certi aspetti della vita.

«Nel nome del figlio»: alla ricerca del padre perduto

Il libro di Larsson è un ibrido sotto diversi punti di vista. Inizia come romanzo, sembra un racconto come gli altri, con una narrazione originale che sa di confidenza appassionata e intima. Tuttavia, quando ci si addentra all’interno di questa confessione lunga e sentita, essa si configura sempre di più come una sorta di autobiografia saggistica. Il tema principale sembra essere la figura del padre, che approfondendo la biografia dell’autore scopriamo essere scomparso.

Tra realtà e finzione, ci accorgiamo sempre di più che il narratore è un alter ego dell’autore. Un io lirico che ci racconta di come il padre sia morto prematuramente in un incidente in Svezia. Da allora il protagonista, il figlio di Bernt Larsson, prova un forte disagio in quanto al pensiero della morte del padre non ha percepito sofferenza, bensì quasi sollievo. Da questo pensiero inizierà una profonda autoriflessione di questo figlio di cui apparentemente non sappiamo il nome, cercando in un certo senso di capire le sue origini.

[Il figlio] Pensa che dovrebbe piangere. Sa che dovrebbe piangere. È quello che fai quando ti muore il padre.

Da un presupposto apparentemente banale nasce la riflessione al centro del libro. Quanto ciò da cui abbiamo origine ci definisce? Riconosciamo in noi aspetti comuni ai nostri genitori? Siamo segnati per sempre da ciò da cui traiamo la vita?

Una semplice storia familiare, quindi, all’apparenza. Un uomo che ci confessa il suo disagio nei confronti di un padre che è dentro di sé, a prescindere di quanto se lo ricordi, sta dentro di lui. Eppure ritorna sempre a ricordargli le sue origini e la sua identità.

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Nel nome del figlio attraverso il padre

È sul concetto di identità, infatti, che si focalizza la lunga confessione del protagonista. Per percepire il proprio essere non è fondamentale ricordare tutto della propria vita familiare, pertanto anche la perdita del padre e quei pochi ricordi contribuiscono nell’animo dello scrittore a costruire qualcosa di sé e di ciò che è. La parola e la scrittura sono elementi imprescindibili per un uomo che cerca se stesso e il suo nome. Forse proprio per questo quel nome nel libro non viene mai esplicitato, anche se, poi lo capiamo, lo ritroviamo in copertina.

Già dal titolo si può intuire esattamente che cosa nel profondo l’autore stia cercando. Apparentemente anela al padre attraverso dei ricordi, anche se quei ricordi non li desidera, non sembrano fondamentali. Dall’altro sembra sempre più alla ricerca di se stesso. Nel nome del figlio, non nel nome del padre. Ciò in quanto le due cose sembrano coincidere: ritrovare le proprie origini pur non avendole, essendo consapevoli di questa loro assenza, forma la persona e la sua identità.

Per quanto il protagonista si sforzi, ritorna il padre in qualcosa, in un movimento ciclico verso l’esistenza e verso la natura.

La riflessione antropologica sul concetto di origine

Da questo punto l’autore inizia vere e proprie riflessioni scientifiche, sociologiche, ma soprattutto antropologiche. Senza per questo aver scritto un saggio, come già sottolineato, e nemmeno totalmente un autobiografia. Quanto un libro profondamente “umano” che attinge alle scienze umane in modo funzionale e naturale. Ad esempio alla psicologia, all’idea di memoria, ricordo e rimozione. Anche l’infanzia è protagonista di questo viaggio dentro la mente di un uomo che rappresenta però un modo per ragionare su tutta la società.

Nel nostro sistema sociale la famiglia è il primo nucleo da cui comincia tutto e sapere di qualcuno “di chi è figlio” rappresenta senz’altro un modo per conoscerlo. Sono delle certezze che diamo quasi per scontate, invece Larsson le mette in dubbio. In un’epoca in cui si è scoperto che il dubbio è la chiave per l’evoluzione, l’autore probabilmente è consapevole di portare avanti una riflessione interessante avendo come case study la sua stessa storia.

La storia di un bambino ormai uomo che cresce senza un padre e che deve accettare la perdita formando la propria identità senza quelle certezze che diamo per scontate. La soluzione per affrontare tutto questo sembra stare proprio nella forza della narrazione e della parola.

Una brillante dissertazione letteraria di Larsson

Palesata la sua storia, adesso può mostrare realmente chi è. La sua essenza non è fatta solo del sangue che lo unisce alle sue origini, ma anche e soprattutto di letture, di pagine, di autori. Per questo la seconda metà del libro, se non di più, è costituita da dissertazioni letterarie brillantemente realizzate.

La narrazione è originale proprio perché non è in prima persona, ma è come se lo fosse. Larsson si esprime dicendo «Il figlio pensa», «Il figlio ricorda», senza mai nominarlo. E da questo ha continue reminiscenze delle sue letture e della sua vita. Attraverso queste digressioni e vari excursus teorici, da libro o romanzo il lavoro di Larsson si trasforma quasi in una lezione che il lettore ascolta con profonda curiositas e coinvolgimento.

Lo stile scorrevole consente all’autore di non annoiare mai chi lo sta ascoltando. Non si pone come insegnante freddo e distaccato, ma come sincero amico che condivide e permette anche di crescere con lui.

Il figlio ricorda bene la propria delusione quando attorno ai trent’anni lesse quelle riflessioni di Simone de Beauvoir sul «raccorciamento dell’avvenire», sull’insensatezza o almeno la futilità di formulare progetti ambiziosi e impegnativi che da un momento all’altro possono andare in fumo per una malattia, per gli acciacchi dell’età o per la morte.

La scrittura è liberazione del dolore, ma anche condivisione. È evidente il bisogno vitale che aveva Larsson di raccontare la sua storia e di farlo attraverso un personaggio che ha tanto dell’autore, ma anche tanto del lettore. Un protagonista fragile ma anche forte, loquace ma anche silenzioso. Debole eppure così tenace nel saper affrontare con profonda forza la vita nel suo presente e nel suo passato. Racconta entrambi in modo doloroso, intimo, ma anche profondamente vivido, delicato e vero.

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Silvia Argento

Nata ad Agrigento nel 1997, ha conseguito una laurea triennale in Lettere Moderne e una magistrale in Filologia Moderna e Italianistica. È una tuttofare nell’ambito della letteratura e scrittura: docente di letteratura italiana e latina, scrittrice e redattrice per vari siti di divulgazione culturale e critica musicale. Svolge anche il ruolo di editor e copywriter. È autrice di un saggio su Oscar Wilde e della raccolta di racconti «Dipinti, brevi storie di fragilità». Come dice il suo autore preferito, la vita è una cosa troppo seria per essere presa sul serio e quindi attenzione: può contenere sarcasmo.

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