50 anni senza Nicola Chiaromonte: maestro dei nostri tempi incerti

Il Meridiano di Nicola Chiaromonte

9 minuti di lettura
Nicola Chiaromonte

Intellettuale plurale e attento alle storture del mondo, eppure non facilmente schierato e, dunque, difficilmente ricordato. È Nicola Chiaromonte, «maestro della dissipazione» non catalogabile e senza categoria nel ritratto di Raffaele Manica a introduzione del Meridiano curato a cinquant’anni dalla scomparsa. Un’opera imponente – quasi duemila pagine di scritti, che spaziano tra politica, filosofia critica letteraria e teatrale – che, com’è stato rilevato, colma un vuoto e rende omaggio postumo a un pensatore antisistema di cui si riscopre finalmente la forte attualità.

Le appartenenze molteplici di Nicola Chiaromonte

Come altri esiliati o auto-esiliati in patria e fuori, il pensatore italiano fu ricco di appartenenze, di percorsi e di luoghi. La Spagna, dove andò a combattere come volontario repubblicano nella Guerra civile e la Francia, dove andò in fuga dalle patrie galere e dalla polizia fascista. Durante la guerra, poi, l’approdo ad Algeri (dove stringerà amicizia con Albert Camus) e a Casablanca, da dove si imbarcherà per gli Stati Uniti. Negli anni Cinquanta si stabilisce infine a Roma, dove scrive su “Il Mondo”, “Il Ponte”, “Nuovi Argomenti” e Tempo presente”, rivista che fonderà nel 1956 insieme a Ignazio Silone. Raro esempio di socialista libertario, sarà tra i fondatori del primo Partito Radicale e avrà legami di amicizia con Leo Valiani e Aldo Garosci, esponenti di spicco del partito d’Azione, incontrati per la prima volta proprio nella città che ha dato il titolo al celebre film con Humphrey Bogart.

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Un “maestro irregolare” per i nostri tempi incerti? La pensa così Filippo La Porta, saggista e critico letterario, che, da Maestri irregolari al più recente Eretico controvoglia pubblicato da Bompiani, si è a lungo occupato dell’intellettuale italiano. Intervistato da chi scrive, ricordando quanto la sua figura sia stata a lungo rimossa dal nostro panorama politico e culturale fino a pochi anni fa, ha affermato:

Nicola Chiaromonte è stato uno degli interlocutori mancati del Sessantotto: come generazione, gli abbiamo preferito modelli ideologici e culturali che provenivano da un marxismo scolastico. Si è trattato però di una scelta di tradizione claustrofobica e sbagliata, che alla lunga ha presentato il conto: la sua critica complessiva della nostra civiltà, della mancanza di senso del limite e dell’egomania avrebbe infatti potuto far maturare il nostro agire politico.

La lezione di Nicola Chiaromonte

Proprio sul senso del limite, si dice che a Chiaromonte piacesse raccontare questa storiella, ben densa di significato, a ricordarci è meglio non fare oggi ciò che è già fattibile ma che non siamo assolutamente in grado di dominare:

In Cina un contadino aveva un piccolo podere. Non c’era acqua, e lui doveva ogni giorno, con grande fatica, andarla a prendere lontano, per la casa e per i campi. Un altro cinese, contadino come lui, gli dice: “Ma scusa, perché non fai come me?”. E gli fa vedere tutto un sistema di ruote, carrucole, funi, canaletti di bambù, eccetera, per estrarre l’acqua da un pozzo e farla arrivare dove serve senza rompersi la schiena. Il primo cinese guarda tutto, poi dice: “Non lo voglio”. “Perché?”.
“Perché così l’acqua diventerebbe furba”.

Sul limite e la misura

A riprenderlo in mano oggi, uno degli aspetti più densi di futuro del suo pensiero è proprio questa sua continua riflessione sul tema della “misura”. «Fermarsi a tempo, niente di troppo, non oltrepassare il limite è la norma morale più giusta e profonda perché non è né un precetto né un “comandamento”, ma un avvertimento», leggiamo Che cosa rimane, diario personale presente nel Meridiano. È il necessario recupero di un senso del limite che oggi abbiamo perduto, antidoto all’egomania che il pensatore rintraccia già nel mondo greco. È questo, infatti, scrive nei suoi taccuini, il significato di γνῶθι σεαυτόν, il “conosci te stesso” inciso sul frontone del tempio di Apollo in Delfi:

Conosci i tuoi limiti: quel che puoi ottenere dal tuo corpo e dalla tua mente e quel che non puoi. Non rimanere al di qua delle tue possibilità, con il pretesto di quel che hai saputo o potuto fare finora, e non andare al di là trascinato dalla baldanza o dall’ambizione di prevalere con artifici, facendoti diverso da quello che sei.

Un difficile dialogo tra pensiero e azione

Dagli epicurei, che indicarono la via del λάθε βιώσας, un “vivi nascosto”, lontano dagli affanni della politica, all’affermazione marxista secondo cui «i filosofi hanno solo interpretato diversamente il mondo; la questione invece è trasformarlo», per millenni la cultura occidentale si è interrogata su quale rapporto dovesse esserci tra pensiero e azione. Una questione che ha preso forma esemplare nella Fenomenologia dello spirito, in cui Georg Wilhelm Friedrich Hegel vi fa scontrare due autocoscienze, due forme della presa di coscienza di sé e del mondo. Da un lato si trova quella “giudicante”, paralizzata dalle conseguenze incontrollabili delle sue scelte, e dall’altro quella “agente”, che sceglie di operare nonostante la tragicità dell’agire umano.

È uno scontro che va oltre la stessa cultura europea, per giungere fino in Russia (non ricorda, d’altronde, anche il dialogo tra il Grande inquisitore e Gesù Cristo nei Fratelli Karamazov?), negli scritti di un pensatore che da più parti è stato accostato allo stesso Nicola Chiaromonte. Arthur Koestler, dissidente anticomunista, immagina un confronto tra due personaggi: un saggio yogi che sceglie l’inazione per non avere le mani sporche di sangue e un commissario politico sovietico che pone la trasformazione sopra ogni cosa, anche la stessa vita umana.

Saper stare alla giusta distanza

Oggi, contro prese di posizione spesso autoassolutorie, contro adesioni senza prezzi, contro un pensiero che sceglie di farsi servo – gli stessi rischi da cui ci ha messo in guardia il grande intellettuale Edgar Morin – questi tempi difficili e incerti possono essere l’occasione per riscoprire in Nicola Chiaromonte un “maestro irregolare” dimenticato. Per mettersi in ascolto di chi seppe mantenere la lucidità e osservare con profondità il proprio presente, per cercare di comprenderlo e prendersene cura. E così imparare stile e sostanza da chi scelse di essere un “spettatore critico”, secondo la tua stessa definizione, distante, ma sempre interessato ai drammi del mondo.

Luca Cirese

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