«Non pensarci due volte»: perdersi e ritrovarsi

Segnalata alla XXXIII Edizione del Premio Calvino, una storia di ricerca di se stessi

10 minuti di lettura

Secondo John Steinbeck, «le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone». Per trovare se stessi è spesso necessario perdersi, non avere paura di ciò che si potrebbe incontrare lungo il viaggio. Ogni esperienza è, di fatti, parte fondamentale del nostro essere. Perdersi e ritrovarsi sono verbi che si addicono a Non pensarci due volte, romanzo opera prima di Arjuna Cecchetti, segnalato alla XXXIII Edizione del Premio Italo Calvino e pubblicato dalla casa editrice ternana Dalia Edizioni lo scorso aprile.

La trama di «Non pensarci due volte»

La protagonista di Non pensarci due volte è Sara, una tredicenne ribelle rimasta ormai sola. La madre, infatti, è morta dopo una lunga malattia, il padre si trova in prigione, e la ragazza è affidata a Cristina, un’assistente sociale:

Mia madre era l’unica di noi tre che sapeva affrontare il mondo, guadagnare uno stipendio, pagare le bollette e regolare i conti. Mio padre ha il fuoco nelle mani e conosce i mestieri, può fare tutto: il cuoco, il falegname, il muratore, ha la macchina per saldare e gli basta accostare un orecchio al muro per sapere dove passa il tubo che perde. Il punto non è questo. Il vero problema sono le persone dalle quali non gli riesce di staccarsi. Sono loro che lo trascinano nei guai. E infine ci sono io, che a un certo punto sono diventata quella che in paese è meglio far finta di non conoscere.

Dopo aver sparato con un fucile a dei “fessi” che tenevano in ostaggio due ragazze, la protagonista decide di tagliare i ponti con il suo «paese di idioti». «Non ho intenzione», dichiara Sara, «di tornare al paese perché lì non c’è niente per me, non è colpa mia se la scuola fa schifo, se non ho amici e se ancora non ho un ragazzo. Dico che forse è così che deve andare».

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Sara intraprende un viaggio lungo l’Appennino. La meta della giovane è Sarajevo, dove vive sua nonna Elsie, ma la destinazione è ciò che conta di meno di questo viaggio. Importante per Sara sarà, infatti, tutto ciò che incontrerà sul suo cammino, fondamentale per conoscere se stessa. Sara imparerà, inoltre, ad accettarsi e a non sentirsi emarginata come a scuola, dove i compagni la chiamano “zingara” per le origini bosniache del padre.

Il contrasto fra i ricordi e il presente

La narrazione di Non pensarci due volte si svolge in prima persona, risultando molto introspettiva e intima. La prospettiva adottata rende al meglio la crescita della protagonista, le sue paure e i suoi dubbi nell’intraprendere il suo percorso. Più volte, infatti, Sara ripete l’espressione che dà il titolo al romanzo, ovvero «non pensarci due volte». Allo stesso tempo, sono anche i lettori a intraprendere un cammino di consapevolezza assieme alla protagonista.

Ciò che colpisce di più è sicuramente la contrapposizione con i ricordi del passato. Sara confronta l’infanzia dei giochi con i cugini e gli insegnamenti dei nonni materni con un presente privo dell’aura magica del passato. Si legga, ad esempio, questo brano in cui la protagonista ricorda un chiosco in riva al lago:

Tutt’intorno al chiosco i tavoli, quelli rimasti, stanno impilati l’uno sull’altro come un ammasso di ferraglia bianca che sta perdendo la vernice. A questo punto non voglio più andare ai pontili del canottaggio. A nessuno importa più niente di questi posti. Eppure ci eravamo divertiti un mondo. Eravamo piccoli. Ora i miei cugini sono cresciuti: la più grande è a Londra e si dà un mucchio di arie, gli altri abitano in città e si danno arie anche loro. Ma forse, come sempre, è colpa mia che sono rimasta l’unica che preferisce vagabondare e pensare a come eravamo solo una manciata di estati fa.

Passato e presente si compenetrano nel paesaggio degli Appennini. Nel suo viaggio Sara incontra luoghi che facevano parte della sua infanzia: idilli naturali ormai spariti a causa dell’egoismo e dell’indifferenza della società moderna, la stessa che, nella forma del fantasma del “fesso” a cui aveva sparato, la perseguita cercando di farle capire che allontanarsi dalla società è un’azione destinata fin da subito al fallimento.

Su e giù per gli Appennini ritrovando se stessi

Nonostante sia perseguitata dal pensiero che i Carabinieri possano trovarla e che i “fessi” a cui ha sparato possano vendicarsi, Sara prosegue il suo viaggio. Le sue avventure ricordano molto quelle di Huckelberry Finn, noto personaggio di Mark Twain, autore, tra l’altro, citato da Arjuna Cecchetti in esergo. Il percorso dei due, infatti, non è volto tanto al semplice ritorno alla natura, quanto a incontrare persone e situazioni che risvegliano in loro una migliore consapevolezza di sé.

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Sara incontra persone che come lei hanno sempre vissuto ai margini. Il personaggio che più salta all’occhio è sicuramente quello di Duccio, un pittore che ospita la protagonista nel suo casolare e che l’aiuterà a fuggire depistando le indagini dei vigili. Quest’ultimo è stato una volta sottoposto a un trattamento sanitario obbligatorio dopo una rissa durante una festa in paese a seguito di cui «è stato facile diventare il mostro».

Quella di Duccio, ma anche degli altri personaggi tra cui Manuela, Rachele e Kum, sono storie di solitudine ed emarginazione, dove chi è diverso viene escluso e umiliato dagli altri. Sara in queste storie si identifica molto, perché a sua volta vittima di esclusione. La protagonista vede negli Appennini, pertanto, non solo la natura dell’infanzia, ma anche il luogo dove essere se stessi, lontani dal piattume del quotidiano, dove per ognuno «potrei raccontare una storia e dare un nuovo nome».

Il coraggio di «non pensarci due volte»

Non pensarci due voltedi Arjuna Cecchetti è un romanzo sul ritorno alla natura inteso in senso roussoniano: non come spostamento fisico, ovvero il ritorno alla natura selvatica degli Appennini, quanto come allontanamento dalla società moderna.

Il viaggio di Sara è una riappropriazione del proprio io schiacciato dalle convenzioni sociali. Quella raccontata è una storia che ci invita a prendere coraggio di «non pensarci due volte»: ad abbandonare ciò che non ci soddisfa, che ci rende inadatti agli occhi degli altri, a riscoprire se stessi e la propria autenticità.

Poi i pensieri ritornano tutti dentro, ma sono pensieri diversi, non quelle stupidaggini che di solito mi ronzano in testa. Penso che il fiume è come la vita perché il passato rimane impigliato tra i rami bassi che sfiorano l’acqua e poi è sempre un gran macello districarlo e disfarsene; le cose rotte affondano che nessuno le ritrova più, poi ricompaiono chissà dove come i cadaveri, per esempio. Invece le cose che si possono riparare prima o poi tornano utili a qualcuno, come la canoa. Io sopra questa canoa sono al mio posto mentre le sponde, gli alberi e tutto il resto scorrono via. E quel che importa, dico quello che importa davvero, è arrivare alla foce senza perdersi tra le diramazioni che scompaiono nella foresta, nella pianura o nel deserto. Devo restare viva e scendere il fiume fino al mare, perché il mare è Gesù, Buddha, l’infinito o quel che diavolo vi pare!

Immagine in evidenza: copertina del libro, a cura di © Dalia Edizioni

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Alberto Paolo Palumbo

Laurea magistrale in Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee presso l’Università degli Studi di Milano con tesi in letteratura tedesca e allievo dell'edizione 2021 del Master "Il lavoro editoriale" della Scuola del Libro. Crede fortemente nel fatto che la letteratura debba non solo costruire ponti per raggiungere e unire le persone, permettendo di acquisire nuovi sguardi sulla realtà, ma anche aiutare ad avere consapevolezza della propria persona e della realtà che la circonda.

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