Fallimenti a matriosca

«Non sappiamo come continuare. Nove processi biofisici» di Demetrio Marra

15 minuti di lettura
Non sappiamo come continuare

Quando si sente parlare di autopubblicazione, tante persone, in particolare chi è ben navigato nell’editoria nostrana, cominciano a nutrire molti sospetti. Lasciando stare il caso Vannacci, generalmente si associa all’autopubblicazione autori che, ignorati da editori indipendenti e non, decidono di pubblicarsi da soli tramite Amazon o altre piattaforme bypassando tutte le procedure che conviene rispettare se si vuole pubblicare un libro e finire in libreria.

C’è chi, però, ha comunque voluto usare il canale dell’autopubblicazione come gesto politico nei confronti di un’editoria il cui lavoro redazionale è pagato poco e male e la promozione dei libri è lasciata molto alla responsabilità dell’autore. Questo atto diventa più politico quando a farlo è un poeta come Demetrio Marra che, dopo Riproduzioni in scala per Interno Poesia, ha autopubblicato Non sappiamo come continuare. Questa nuova silloge poetica non solo si è aggiudicata il sesto posto alla Classifica di Qualità dell’Indiscreto, ma è stata anche selezionata – senza, però, arrivare in semifinale – all’ultima edizione del Premio di Poesia Paolo Prestigiacomo.

Le poesie di «Non sappiamo come continuare»

Non sappiamo come continuare costituisce un capitolo nuovo rispetto a Riproduzioni in scala. Non ci troviamo più a Reggio Calabria, e l’autore non è più uno studente in odore di laurea magistrale. Ora è un insegnante di scuola secondaria e direttore di riviste, impegnato soprattutto nel sociale, che come il suo idolo Luciano Bianciardi si ritrova a Milano, animato come lui dalla stessa rabbia contro il mondo attorno a sé, o meglio contro una città che, come scrive Lucia Tozzi in L’invenzione di Milano – che non a caso Marra in questa sua nuova silloge cita – per diventare città globale del lusso adatta solo a ricchi e turisti sta escludendo sempre più i ceti sociali più fragili.

Leggi anche:
«A Milano con Luciano Bianciardi», viaggio in una metropoli scomparsa

L’io di Marra si frange in mille pezzi: passeggia per le strade di Milano fra senzatetto e venditori ambulanti, passeggia con i suoi pensieri fra il ricordo di sedute terapeutiche – un altro filo conduttore che lo lega a Riproduzioni in scala – e quello di alunni che in cuor suo vorrebbe salvare, ma per cui alla fine non può fare molto. Di questi tempi neoliberali non c’è nessuna alternativa all’alienazione e al pessimismo e non esiste più un modo per continuare a sperare di poter cambiare le cose.

Riproduzioni in scala di consapevoli fallimenti

Per comprendere al meglio le poesie di Non sappiamo come continuare, si legga questo brano tratto dalla prefazione scritta da Dimitri Milleri:

«Non sappiamo come continuare» è il libro della consapevolezza di non poter essere una creatura decente, del riconoscimento di quanto per forza si debba cadere in basso, di quanto ancora serva sognarci in una vita diversa.

Prima di queste righe, Milleri parla nella sua prefazione di «fallimenti a matriosca» articolati in «nove processi legali» – e aggiungiamo noi “biofisici” – che il Marra-autore fa a un io che molto probabilmente è un Marra-personaggio, che grazie alle situazioni che il suo autore gli fa vivere giunge alla conclusione di non poter cambiare le sorti del suo destino e di quello degli altri. In questo risulta essere molto diverso, per esempio, dalla silloge di Pietro Cardelli Tu devi prendere il potere. Se per quest’ultimo la presa di posizione nei confronti del mondo è un atto di resistenza e di lotta, per Marra rendersi conto della propria posizione nel mondo non è altro che una presa di coscienza di una probabile «sesta estinzione di massa».

Leggi anche:
Rabbia blk, amore blk

È in questo senso che va interpretata la scelta di autopubblicarsi. Questo gesto rivoluzionario compiuto da parte dell’autore reggino vuole parlarci del fallimento dell’editoria, specie quella di poesia, che con i suoi tempi lunghi e lavoro precario non permette un lavoro di promozione serio nei confronti di certi autori, e che allo stesso tempo ci vuole dire come per pubblicare ci vogliano soldi e conoscenze, e un gesto ribelle come l’autopubblicazione è una presa di coscienza di questo fatto e dell’impossibilità di poter cambiarlo.

«Pentirti dei peccati che non hai commesso non ti renderà il giro delle ore»

Marra inizia queste poesie ponendoci la seguente condizione: «immaginiamo il mondo visto che tutti veniamo/dal mondo, come significato». L’io di Marra prova a immaginarlo quasi fosse all’inizio di un’Apocalisse, un mondo ormai collassato in «guerra di precoiti e postmortem», dove l’inizio dell’amore è in realtà la fine della vita, in quanto la relazione fra persone è in realtà un incontro fra due individui anonimi, alienati e depersonalizzati.

Leggi anche:
Gli anni Sessanta nella poesia italiana

In un certo senso, questo senso di alienazione e spaesamento crea, citando Cynthia Cruz, una specie di melancolia di classe. L’io di Marra, infatti, è spaesato, senza radici – o meglio, con delle radici, ma lontane –, impotente di fronte a ciò che vede e dunque in preda all’ansia per il futuro, al punto da dover ricorrere a sedute di psicoterapia come ultima spiaggia per non isolarsi.

La psicoterapeuta dell’io consiglia di «accusare la realtà,/sentirla attorno, percepirla», di liberarsi nel tempo, ma l’io non vi riesce: ovunque va i fantasmi dell’ansia, delle preoccupazioni del futuro lo perseguitano, e l’impossibilità di redimire i peccati da lui non commessi lo trasformano in ciò che non ha mai voluto essere:

invece è già dopo,
trasformandosi in tutto quello
che da giovane ha odiato,
e solo perché è precario,
ha un contratto a gennaio, ventinove,
poi quella lì recupera per miracolo dall’ernia,
dice non vedo l’ora a a gennaio
non si presenta lo richiamano.

There is no alternative to the sixth mass extinction

In questo breve brano tratto da Tautoromanzo, l’io si ritrova in un luogo e un contesto chiuso, circolare, che inizia con un «no trespassing» e finisce con un «only authorized» in un’«odissesa banale casa-scuola-scuola-casa» dove «una volta fuori e dentro gli era sembrato uguale». L’io di Marra osserva le ciminiere delle fabbriche, i negozi Mondo Convenienza e Ikea, consigli di classe dove ci si preoccupa di far restare inascoltati gli alunni difficili, e guardandosi allo specchio non solo si rende conto che tutto è rotto, ma anche che «la scrittura non vivifica un cazzo».

Nemmeno un atto politico come la narrazione e la poesia aiuta l’io a risolvere i problemi che lo preoccupano e che gli creano ansia per il futuro. L’unica cosa che gli resta è piegare la sua testa su un computer «che non capisce, che non ha intelligenza» con «quella sensazione, quella perdita, quella sconfitta,/tra gli alberi soffocati/da un cantiere per il restauro dell’entrata», ovvero prendere atto che la sesta estinzione di massa a cui allude Milleri nella prefazione è già in atto e non vi è nessun punto di ritorno.

Parlando di sesta estinzione, l’io lirico di Marra ricorda l’io narrante anonimo di Cronache della sesta estinzione di Stefano Valenti. Per citare quest’ultimo, entrambi sono «sprofondati» nell’«invisibilità dei morti», costretti a vagare come fantasmi in un mondo che sta vivendo una catastrofe da cui non c’è via d’uscita, e che loro possono soltanto osservare cadere sempre più in basso.

La classe è già andata in Paradiso

Osservare questo mondo depersonalizzante e depersonalizzato riporta l’io di Demetrio Marra a una consapevolezza simile a quella di Riproduzioni in scala, ovvero all’idea che l’impegno e il dovere non fanno altro che debilitare la persona costringendola a reiterare un atto alienante e, sotto certi aspetti, controllato dalle logiche di mercato:

Il lavoro debilita l’uomo. Il dovere
che sia non è liberante, la classe andrà
in Paradiso, comunque meglio il neocristianesimo
a sfondo disattivistico e copulatorio di Luciano:
scopare come elemento fondante del reddito di
di base universale.

Demetrio Marra, da «Riproduzioni in scala»

Questi versi riecheggiano nella sezione intitolata Fuori, dove l’io parte dalla Design Week a Milano per discutere di come la società cerchi attraverso l’ostentazione del bello e della moda di nascondere i veri problemi sociali – i senzatetto o la questione palestinese – costringendo l’io a sognare la rivoluzione e allo stesso tempo a smettere di lottare per quello che succede attorno a lui.

Lo volete o no l’Ambrogino d’oro?
Non mi sembra: intanto, non dite parolacce
di fronte al mio non figlio
alla mia non nipote
alla mia compagna che hai maltrattato,
poi vediamo, dipende tutto
da quali abbinamenti fai
sennò come fanno a salvare
il tuo quartiere con la moda?
Dimmi un po’, se ti vesti con le calze lunghe
in estate e soprattutto bucate.

Come si è anticipato prima, non è un caso che Marra citi il saggio di Tozzi, la quale, in una recente intervista su «Lampoon Magazine» ha affermato che a Milano «il sociale viene declinato nella falsa partecipazione. I quartieri del centro, all’interno delle porte per intenderci, sono luoghi dove c’è una forte attenzione ai diritti LGBTQI+, al transfemminismo, alla lotta al razzismo, teoricamente anche all’ecologia, intesa però come borracce e architettura green», negando, però, ogni forma di conflitto, di per sé annullato dalle logiche neoliberali che negano il dolore se non addirittura il concetto di classe sociale.

In un continuo interrogare gli altri, l’io si rende conto di essere sempre più solo. Nell’ultima sezione Per tenerci lontano, infatti, l’io dice al suo interlocutore che «non ascolta perché ha paura»: anche lui come l’io non ha più «forza e coraggio», trova impossibile non avere più paura di ciò che lo circonda, perché si trova davanti un futuro senza prospettive, dove anche la cultura più progressista impedisce di cambiare le cose e di mostrarti un modo di poter continuare.

Serve ancora sognarci in una vita diversa?

Per concludere questo discorso su Non sappiamo come continuare, si trasformi in domanda l’ultima affermazione che fa Milleri nella sua prefazione: serve ancora sognarci in una vita diversa? Forse no, visto che viviamo in una realtà sempre più depersonalizzante e precaria dove è impossibile farsi carico delle storture a cui ci ha condannati il neoliberismo, ma forse sì, se consideriamo che Demetrio Marra ha trasformato il fallimento di una certa idea di editoria e del mondo a lui circostante in un nuovo inizio. Un inizio che certifica il collasso ecologico globale a cui allude Milleri, che prova a interrogarsi su nuovi modi per confrontarsi con gli altri e con il mondo senza avere paura di ciò che viene dopo, ma ricostruendolo a poco a poco liberandosi del tempo e di una società che ci vuole sempre prestanti e distratti dalle storture sociali che viviamo.

Fuori. Senza il ghiaccio delle mattonelle
o anidride carbonica,
senza l’umidità del riscaldamento,
senza acqua corrente,
senza filtri anticalcare. Senza luce artificiale,
poltrone imbottite e librerie verniciate,
senza agende che non riesci a usare,
la città del sole.

Non sai come continuare, vero?
Non sappiamo come continuare.

Segui Magma Magazine anche su Facebook e Instagram!

Alberto Paolo Palumbo

Insegnante di lingua inglese nella scuola elementare e media. A volte pure articolista: scuola permettendo.

Lascia un commento

Your email address will not be published.