Con «La felicità del lupo» si compie la svolta di Paolo Cognetti

Il nuovo romanzo dell'autore Premio Strega 2017 narra una storia ad alta quota di ricerca della felicità

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La felicità del lupo

«Quarant’anni, pensai. I miei amici mi aspettavano e mi dissi che tra poco la mia vita sarebbe ricominciata». Con queste parole finisce Senza mai arrivare in cima (2018), l’ultimo libro dell’autore Premio Strega Paolo Cognetti che raccontava del suo viaggio in Nepal verso l’Himalaya. Un viaggio in cui alla fine non era importante arrivare in cima, ma fare tesoro dell’esperienza e della felicità ottenuta. Sembra partire da qui l’ultimo romanzo dello scrittore milanese, La felicità del lupo, pubblicato lo scorso ottobre da Einaudi, che prosegue il filone narrativo montanaro iniziato con Ragazzo selvatico (2013) e proseguito con Le otto montagne (2016) e il già citato reportage sul viaggio in Himalaya.

La trama de «La felicità del lupo» di Paolo Cognetti

La felicità del lupo ha per protagonista Fausto Dalmasso. Quarantenne come Cognetti ai tempi di Senza mai arrivare in cima, Fausto è uno scrittore alla deriva separato dalla moglie Veronica che decide di lasciarsi alle spalle Milano per andare a Fontana Fredda, sul Monte Rosa a cercare di rifarsi una vita.

Di fondamentale importanza saranno gli incontri con Silvia, Babette, proprietaria del ristorante «Il pranzo di Babette» (come l’omonimo racconto di Karen Blixen) dove il protagonista farà il cuoco, e il forestale in congedo e gattista Santorso, «come l’antico monaco irlandese […] eremita fra i montanari».

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La montagna fa qui da crocevia di destini solitari. I personaggi di questo romanzo fuggono da qualcosa, ma allo stesso tempo sono alla ricerca di un posto dove essere felici e realizzarsi. Cercano difatti un luogo da chiamare casa. Questa ricerca, però, li riempirà a poco a poco di irrequietudine, perché non sempre l’idea di casa e di felicità si trovano nell’altrove, anzi, spesso il luogo in cui trovarle è dentro se stessi.

«La felicità del lupo»: una svolta narrativa “ad alta quota”

La felicità del lupo conferma ancora una volta il successo del filone della letteratura di montagna ormai intrapreso da Paolo Cognetti. La decisione da parte di quest’ultimo nell’ambientare i suoi romanzi in spazi ad alta quota sta nel fatto che la montagna è un luogo universale. Questo vuol dire che ciò che viene narrato in montagna è specchio di quello che può accadere ovunque. Cognetti spiega bene questa decisione nella sua intervista con Alberto Riva per «Il Venerdì» del 22 ottobre:

Io ho scritto su Milano, New York, ma con Il ragazzo selvatico ho sentito che avevo trovato il mio posto come scrittore. La montagna in me genera storie, sto bene quando ne scrivo e sento che ha senso che continui. Uno scrittore senza una patria, grande o piccola, è un po’ perso.

È interessante come attraverso il personaggio di Fausto l’autore esplichi la sua nuova idea di letteratura:

Fausto prese dalla mensola il libro che aveva pubblicato anni prima. Storie di coppie, perlopiù. Coppie che si stancavano, si tradivano, si lasciavano, o che restavano insieme per poi farsi ancora più male. Il tipo di storie che gli interessavano una volta, e che ormai gli parevano scritte da qualcun altro.

Fausto, infatti, ha molti punti in comune con Paolo Cognetti: entrambi originari di Milano; amanti della montagna (soprattutto quelle valdostane, visto che Cognetti trascorre parte dell’anno a Brusson e Fausto si rifugia a Fontana Fredda); hanno lavorato come cuochi al ristorante «Il pranzo di Babette» – che nella già citata intervista l’autore ha dichiarato esistere veramente –; ma soprattutto sono entrambi scrittori in cerca di una svolta.

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Per Fausto la svolta sta nel recidere del tutto i rapporti con il passato; per Cognetti si tratta invece di un cambiamento dal punto di vista letterario. Non si tratta più, quindi, dell’autore di storie borghesi, di amori complicati ambientati fra Milano e New York come in Sofia si veste sempre di nero e Una cosa piccola che sta per esplodere, ma di uno scrittore che percorrendo il solco di Mario Rigoni Stern e il minimalismo americano à la Raymond Carver – retaggio quest’ultimo della sua carriera come autore di racconti brevi – racconta la montagna come luogo dell’anima, di crescita e maturità dei personaggi, che vivono esperienze uguali a quelle di chi vive in città, rendendo la montagna un luogo universale.

Tale universalità Cognetti l’aveva già colta in Senza mai arrivare in cima:

Ero affezionato all’idea che esistesse un unico grande popolo sulle terre alte del mondo, ma era anche quella una romanticheria: sulle Alpi eravamo ormai cittadini dell’immensa megalopoli europea, o di una periferia boscosa. Abitavamo, lavoravamo, ci spostavamo, avevamo relazioni da cittadini.

Utopia di felicità nell’altrove della montagna

Anche ne La felicità del lupo la montagna continua a essere metafora dell’anelito dell’uomo verso la felicità. A esclusione di Santorso, tutti i personaggi di questo romanzo vanno in montagna inseguendo «la ridicola utopia del vivi-nel-posto-che-ti-fa-felice». Se, ad esempio, la montagna per Fausto è il luogo dell’infanzia e dell’adolescenza a cui tornare per ripartire, per Babette e Silvia è una scoperta, un luogo a cui si arriva per caso, nel momento in cui si cerca un’idea di libertà e di evasione da una realtà che, almeno per Babette, ti faccia sentire «nata in ritardo».

A poco a poco che la storia prosegue, è proprio Babette che matura una visione diversa della montagna e una consapevolezza differente sulla sua idea di felicità:

Conosci quel detto zen che parla di montagne? Dice: «Prima di avvicinarmi allo zen, per me le montagne erano solo montagne e i fiumi erano solo fiumi. Quando ho cominciato a praticare, le montagne non erano più montagne e i fiumi non erano più fiumi. Ma quando ho raggiunto la chiarezza, le montagne sono tornate montagne e i fiumi sono tornati fiumi». Credo che tu e io questa storiella la possiamo capire bene, perché quel posto è pieno dei significati che gli abbiamo dato noi. I significati stanno lì tra i campi, i boschi e le casette di pietra. Quando per me la montagna significava libertà, vedevo libertà perfino nelle mucche al pascolo! Ma la montagna in sé non ha nessun significato, è solo un mucchio di sassi su cui scorre l’acqua e cresce l’erba. Ora per me è tornata a essere quello che è.

La montagna assume una connotazione diversa dovuta alla crescita personale di chi la vive. La si può inizialmente concepire come simbolo di libertà, ma ben presto può diventare solo un mero luogo fisico impregnato della nostalgia di ricordi che non possono tornare più. D’altronde, come diceva Pietro, il protagonista di Le otto montagne, ricordando il padre, «in certe vite esistono montagne a cui non è possibile tornare».

La felicità del lupo e degli alberi

La montagna «la pensi in un modo quando ci vivi, e in un altro quando ne stai lontano». È un luogo che assume un certo significato a seconda di come lo si vive, ma anche dell’esperienza umana che ti porta a confrontarti con essa. L’altrove della montagna, dunque, non è il luogo in cui si può trovare la felicità, perché quest’ultima assume valore in base alle nostre scelte.

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Un tipo di felicità, per esempio, è quella degli alberi. È la felicità che contraddistingue Fausto e Santorso, che cercano di essere felici con quello che hanno e nel posto in cui sono approdati. Questo tipo di felicità, però, è molto diversa da quella di Silvia e Babette, per le quali la montagna è solo una fase, una tappa del percorso, perché animate da una certa inquietudine, quella della felicità del lupo, che dà il titolo al romanzo:

Il lupo obbediva a un istinto meno comprensibile. […] Arrivava in una valle, magari trovava abbondanza di selvaggina, eppure qualcosa gli impediva di diventare stanziale, e a un certo punto lasciava lì tutto quel ben di dio e se ne andava a cercare la felicità da un’altra parte. Sempre per nuovi boschi, sempre oltre il prossimo crinale, dietro all’odore di una femmina o all’ululato di un branco o a nulla di così evidente, portandosi via il canto di un mondo più giovane, come scriveva Jack London.

Anche qui ritorna, dunque, Senza mai arrivare in cima, soprattutto il momento in cui Cognetti ricorda le parole di Peter Mathiessen e del suo Il leopardo delle nevi: «poiché perderai qualsiasi cosa tu abbia creduto di guadagnare, impara che ben più prezioso della vetta è il sentiero. Trova un senso in ogni passo». La felicità, perciò, non sta nella montagna: sta nel significato che noi diamo ai luoghi che viviamo, ma anche al percorso di vita che scegliamo di fare. Se per Fausto e Santorso essere felici significa trovare un posto in cui essere se stessi e in cui possono bastarsi, per Silvia e Babette significa continuare a cercare, viaggiare, e arricchirsi di esperienze che ti rendono liberi.

La felicità del stare nel mondo

La felicità del lupo celebra il ritorno in libreria di un autore come Paolo Cognetti, uno scrittore dalla prosa lieve e delicata capace di trasformare un microcosmo come la montagna in un luogo in cui si esprimono tutte le ambizioni, le solitudini e le frustrazioni dell’essere umano. Come tutti i luoghi, la montagna è vita, parte del nostro cammino esperienziale che ci aiuta a capire cosa ci rende quello che siamo, cosa ci rende felici: restare e accontentarsi, ricominciare sempre da capo. La felicità, come la montagna, è uno stare nel mondo.

E questi sogni facevano parte del paesaggio di Fontana Fredda tanto quanto i boschi devastati dal vento, le cataste di tronchi invendute, i torrenti in secca dell’autunno, i caprioli che uscivano a pascolare sulla pista da sci non ancora innevata, le villette buie e i mirtilli appassiti e i larici che cominciavano a ingiallire, i cani vagabondi dei pastori e lo strato sottile di ghiaccio che si andava formando nelle vasche delle fontane. Fontana Fredda era fatta in egual misura di realtà e di desiderio. E intorno a Fontana Fredda la montagna esisteva, del tutto indifferente ai sogni di questi esseri umani, e sarebbe continuata a esistere al loro risveglio.

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Alberto Paolo Palumbo

Laurea magistrale in Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee presso l’Università degli Studi di Milano con tesi in letteratura tedesca e allievo dell'edizione 2021 del Master "Il lavoro editoriale" della Scuola del Libro. Crede fortemente nel fatto che la letteratura debba non solo costruire ponti per raggiungere e unire le persone, permettendo di acquisire nuovi sguardi sulla realtà, ma anche aiutare ad avere consapevolezza della propria persona e della realtà che la circonda.

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