«Per strada è la felicità»: il ’68 di Ritanna Armeni

La vita, l'amore, le battaglie di una giovane del '68

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Per strada è la felicità, Ritanna Armeni

La pagina di Ritanna Armeni è densa di umori, sapori, poggia sul racconto tattile dei luoghi, sul peso delle emozioni che innervano la Storia. Legata ad un uso della scrittura come “galoppo” di immagini, ferma nella concretezza della materia – al di là della plasticità formale – l’autrice elabora storie vive, trame gonfie di strappi esistenziali – fuori dai pretesti, lontano dai paradigmi.

Per strada è la felicità, edito Ponte alle Grazie, si pone in tal senso come un romanzo-sonda, ideale continuazione di un’indagine sul femminile volta alla revisione di dati sclerotizzati. Dopo aver raschiato l’immagine della donna fascista in Mara, l’autrice rilegge ora il Sessantotto per mezzo di una protagonista insubordinata, placida interprete di un’epoca in subbuglio, densa di slanci e contraddizioni.

Altre donne, prima e dopo di lei, hanno indagato i segni, i lapsus delle parole, cercando di dire la loro storia, di riallacciare i fili di un discorso mitizzato, in cui l’epica combattente procede in parallelo alla forma autobiografica, prossima al limite normativo, all’eccedere smodato dei vissuti individuali.

Il volto femminile del Sessantotto

Nella sua crescita liberatoria il percorso di Rosa ha qualcosa di diverso, adombra l’esperienza di Armeni senza invadere la scena e fa dell’“innegabilmente femminile” il suo punto di forza, meglio il nodo tra storia pubblica e racconto privato, striato dall’utopia sfiancante della libertà: dal matrimonio, dalla coppia, dal discorso sociale, e ancora dai modelli, dalle norme, dai limiti di genere.

La stagione delle rivolte e la sua capacità di produrre una memoria viva inesauribile, si infiltrano nel romanzo come detonatore a uno sguardo “in cammino”. Gli atti e i pensieri della protagonista rivelano quel che la Storia riduce o nasconde. Omonima di Rosa Luxemburg, altra figura cardine della narrazione, la giovane ingaggia con noncuranza un corpo a corpo con i lettori, assommando in sé i tratti di un’esperienza comune, sommersa dal cumulo di simboli ingombranti. Nel romanzo ci sono tutti: le bandiere rosse, l’immagine del Che, i «Viva Marx, viva Lenin, via Mao Tse Tung!». Oltre quelli, un profluvio di sentimenti, di indici tesi a dimostrare che oltre la performance c’è il senso dell’esistenza, che negli scarti, nei non-detti, riposa la forza del quotidiano.

Articolato in tre fasce temporali – 1968, 1969, 1970 – Per strada è la felicità lascia ampio spazio alla terza persona di Rosa, Luisa, Ann, Grazia. Queste donne affatto disposte a lasciarsi addomesticare, sono pronte a mettere in discussione il microcosmo in cui ri-vivono, strappando i fili di un discorso normativo. La loro parabola è tessuta di ogni dettaglio minimo, dall’arredamento della Comune all’incontinenza verbale che si avventa contro il sistema. Il filo della narrazione, così, appare teso fino allo spasmo, anche grazie a una prosa demolitrice, abile nel ricorrere al dialogo serrato, alternato alla confessione, al sarcasmo, alla rabbia.

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Un viaggio alla ricerca dell’identità

In questa prospettiva, Per strada è la felicità è anche un viaggio alla ricerca dell’identità, un’immersione nella frattura fra lotta di classe e liberazione, laddove l’occhio maschile e le ataviche logiche di dominio si scontrano con l’irrompere di una nuova consapevolezza. Rosa è chiamata a trovare una forma priva d’attrito violento, un equilibrio tra l’amore e la ri-scoperta di sé: sono queste le pagine più intense del libro, tramate di una malinconia lievemente sottotraccia.

Nell’alternarsi di immagini e voci, lo stile nudo di Armeni scarnifica le convinzioni, dipinge l’ottusità del dogma marxista, la noia di incontri chiassosi e vacui. Non ci sono elementi inediti, le donne sono “angeli del ciclostile” come in Via Ripetta 155 di Clara Sereni (per fare un solo esempio). Le torrenziali invettive di Ann, le misurate pause di Rosa: tutto concorre alla costruzione di una memoria passionale, in cui i passaggi densi, carnali, sembrano suggerire la corporeità del periodo. E proprio il corpo, la scoperta del piacere e del dolore (dell’abuso di legge, con l’aborto ancora illegale) è uno dei fuochi centrali di Per strada è la felicità, titolo mutuato ancora da Luxemburg, straordinaria epitome di una stagione “sfuggente”: faticosa, inebriante, privata e collettiva.

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Ginevra Amadio

Laureata con lode in Filologia Moderna presso l’Università di Roma "La Sapienza" con tesi magistrale dal titolo Da piazza Fontana al caso Moro: gli intellettuali e gli “anni di piombo”. È giornalista pubblicista e collabora con webzine e riviste culturali occupandosi prevalentemente di cinema e letteratura otto-novecentesca. Ha pubblicato su Treccani.it e O.B.L.I.O. – Osservatorio Bibliografico della Letteratura Italiana Otto-novecentesca, di cui è anche membro di redazione. Lavora come Ufficio stampa e media. Nel luglio 2021 ha fatto parte della giuria di Cinelido – Festival del Cinema Italiano dedicato al cortometraggio.

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