«I perdenti»: ritrovare sé stessi nei palazzi di Manhattan

Un viaggio onirico tra i “perdenti” del sottobosco newyorkese

8 minuti di lettura

L’attrice statunitense Hedda Hopper ricordava l’amico scrittore Aaron Klopstein con queste parole:

Aaron Aaron Aaron… il mio piccolo, emaciato, sempre febbricitante Aaron. Dovevano impegnarsi ore e ore per convincerlo ad uscire dalla sua sudicia tana da aspirante grande scrittore e poi lottare fino a esaurire le loro stanche voci per riportarlo a casa, spesso trascinandolo come un sacco di farina, quando l’alba cominciava già a cedere il passo alla caliginosa mattina newyorkese.

Nato nel 1907 in una famiglia ebraica in Galizia, Klopstein emigrò negli Stati Uniti all’età di quattro anni, trasferendosi nel Lower East Side di New York. Autore sfortunato e costantemente perseguitato dai demoni della sua mente, divenne uno degli artisti “maledetti” più esuberanti ai margini della cultura newyorkese. Caduto nel vortice dell’alcolismo, pubblicò per sopravvivenza contributi hard-boiled su riviste pulp, sempre celato dietro a pseudonimi. I suoi romanzi furono riscoperti da Raymond Chandler, divenendo preziosi pezzi da collezione per gli appassionati. Morto suicida nel 1961, Klopstein lascia in eredità un mondo letterario tutto da scoprire, ingiustamente abbandonato per troppi anni all’oblio.

Grazie alla traduzione di Nicola Manuppelli, arriva per la prima volta in Italia uno dei suoi romanzi, I perdenti, edito da Miraggi.

Storie lontane dalla carta

Seppure Klopstein non raggiunse mai la fama, fu considerato da personalità della sua generazione, come Fitzgerald ed Hemingway, uno dei maggiori talenti di quegli anni. Il suo nome compariva poco e le sue pubblicazioni erano sporadiche. Utilizzava una tecnica di creazione molto particolare, basata sulla formulazione a memoria: a mente dava vita alle sue storie e le arricchiva di volta in volta raccontandole nei circoli culturali. «Scrivere non è che l’ultimo atto del processo creativo di un autore, nonché il meno importante», sosteneva. Raramente affidava le sue parole alla carta, tanto che, spesso, ci pensavano altri a farlo al posto suo, rubandogli spunti preziosi.

Tra i vari “furti” letterari se ne ricorda uno in particolare, decisivo per la fine dell’amicizia tra Klopstein ed Hemingway. Si dice che, in occasione di un incontro, Aaron raccontò ad Ernest la storia di un silenzioso anziano alcolista, descritto solo attraverso le parole dei camerieri di un bar. Questa “comune” biografia di un uomo refrattario alla parola, creata unicamente dalle voci degli inservienti, sarebbe poi divenuta lo spunto per una short story di Hemingway. Non è chiaro se si fosse trattato solo di un’invidiosa diceria, ma d’improvviso il legame tra i due si spezzò, lasciando spazio solo all’ indignazione.

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Klopstein: tormentato ragazzo geniale

L’imprevisto matrimonio della sua amata con un altro uomo, le difficoltà economiche e la dipendenza dall’alcool trasformano Klopstein in un «relitto umano». La sua amica Hopper raccontò di avergli presentato uno sceneggiatore di talento, John Huston, nel tentativo di curare le sue ferite. Tra i due artisti nacque fin da subito una profonda amicizia, fondata sulla comune passione per il cinema, la letteratura e la poesia.

Tuttavia, Klopstein continuò a cadere a pezzi: rassegnato, vagava in solitudine per le vie Manhattan, massacrato dall’alcolismo e della delusione. Era refrattario a qualsiasi aiuto, anche a quello dei suoi amici Huston e Hopper. Nessuno dei suoi libri riuscì mai ad essere adattato al grande schermo, come lui desiderava, neppure I perdenti. Era talmente affezionato a questo romanzo che, non solo lo propose a Hollywood, dove fu giudicato «troppo anacronistico e triste», ma anche alla rivista “The New Masses” per una pubblicazione a puntate. Il giornale, seppure ritenne l’opera interessante, la rifiutò, preferendo l’attualità alla narrativa.

L’ultima apparizione pubblica di Klopstein fu in una stanzetta angusta al Greenwich Village, con la matita tra le mani e nessun foglio su cui scrivere. Anni dopo, la sua vita si spense tra le mura di una casa di cura: esplose come un fuoco d’artificio, esaurendosi senza provocare alcun rumore, rimanendo per tutta la vita privo della notorietà che meritava.

Aaron Aaron Aaron… Non è praticamente rimasta traccia di quel piccolo, magro e inquieto ebreo. Uno dei più grandi scrittori sconosciuti d’America. Nessuno conosce le sue storie, nessuno conosce i suoi romanzi, nessuno ricorda il suo cuore troppo grande per essere contenuto in un petto così fragile. Io però, quel sorriso silenzioso, uno dei pochi che mi regalò, con gli occhi scintillanti di lacrime, non me lo dimenticherò mai.

«I perdenti»: un viaggio onirico alla scoperta di sé stessi

Il suo libro I perdenti nasce dalle strade di New York, più precisamente dai palazzi labirintici, attraversati da enormi ed eleganti ascensori. Proprio in un uno di questi edifici, nel Lower East Side di Manhattan, vive il protagonista del libro, Louis Berenstein, un giovane in fuga da una delusione d’amore. L’esistenza del personaggio si divide tra due palazzi: quello in cui vive e quello che vede dalla finestra.

Il primo sembra rappresentare le stanze della sua mente, in cui il giovane riflette e vede concretizzare i suoi pensieri in figure come il pittore Ernest, una sfida intellettuale, e la trapezista Theodore, una sfida sentimentale. Il secondo, invece, è un luogo di perdizione, una sorta di “inferno terreno” popolato dai demoni delle pulsioni. Lì conosce personaggi insoliti come l’ammaliante Bertha, il giovane liftboy, il proprietario arrivista del palazzo, Zed, e tanti altri. Louis incontra svariati individui, tutti annidati ai margini della società, tutti perdenti. Ma, soprattutto, incontra sempre più sé stesso, riconoscendo in queste bizzarre e criptiche figure aspetti della sua interiorità.

Con una prosa scorrevole e dialogica, al limite tra il surrealismo e la psicoanalisi, Klopstein affida ai lettori uno spaccato insolito ed evocativo del sottobosco newyorkese: un sensazionale viaggio onirico nella psicologia di un ragazzo che tenta di ritrovare sé stesso.

Lei può bere quanto vuole, può avere tutti i fallimenti amorosi che desidera, l’importante è che lei capisca che tutto questo avviene perché lei è vivo, desidera, ama, ha sete, ha fame. Fa parte della corrente ed è vita. L’importante è che lei ami tutto ciò, capisca che questo è la felicità. Deve saperci ridere sopra, deve saper rapportare tutto questo… all’infinità del buio

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Costanza Valdina

20 anni, nata a Perugia, studia lingue e letterature straniere all’Università Ca’ Foscari di Venezia. La descrivono come un’instancabile lettrice, un’incurabile cinefila e una viaggiatrice curiosa. Negli anni si è innamorata della scrittura e del giornalismo, ispirata dall’ideale che “pensieri e parole possono cambiare il mondo.”

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