Pinocchio e il fiabesco nella cultura contemporanea

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Secondo Anna Antoniazzi, il diffuso utilizzo cross- e trans- mediale di protagonisti che rimandano agli eroi della fiaba è dettato dalla consapevolezza culturale di avere a che fare con «personaggi mondo». Essi sono icone senza tempo che racchiudono in nuce potenti metafore, con le quali anche il panorama-adulto deve necessariamente confrontarsi nel caso voglia riuscire a interpretare con successo la realtà circostante. In questo modo, attraverso codici, media e linguaggi differenti, le narrazioni contemporanee tornano tanto sui medesimi personaggi, quanto sui simboli che essi rappresentano. Nella migliore delle ipotesi, ciò avviene ricorrendo ai topoi fondanti del fiabesco, ma pur sempre esplorando nuove alternative di percezione e di senso. I meccanismi di cui parla Antoniazzi possono essere riscontrati prendendo in analisi Pinocchio, personaggio-burattino ideato dalla mente di Carlo Collodi, pseudonimo di Carlo Lorenzini.

L’analisi del personaggio Pinocchio

Nel caso di Pinocchio, operazioni di riduzione, riscrittura e crossmediazione sono state largamente esplorate nel corso dei decenni che ci separano da quella prima edizione datata 1883, parimenti agli aspetti più critici da esse portati all’evidenza. La creatura di Carlo Collodi sembra capace di resistere all’urto delle versioni più disparate: dal «bravo ragazzo americano», fortemente etero-diretto e affiancato a una bionda Blue Fairy, restituitoci dalla lezione disneyana (1940), al fedelissimo e surreale burattino toscano, cesellato da Matteo Garrone per la sua recente pellicola (2019). Il tutto passando per trasposizioni in fumetto, animazione digitale e persino approdando nel mondo polisensoriale delle book apps interattive. Ma quali sono le principali cause a garantire una simile longevità? A cosa è dovuta la trasversalità secolare del burattino di Lorenzini?

Pinocchio-eroe: morire per rinascere

In primo luogo, è possibile ipotizzare che le ragioni vadano ricercate tra le pieghe del «mito di Pinocchio»: una dimensione a tratti mitologica, caratteristica dell’opera di Collodi e già individuata dall’analisi di Vittorio Spinazzola, che inscrive questa figura letteraria nella categoria morfologica dell’eroe. Non un eroe marziale, né epico, bensì una versione a tratti «grottesca» e fortemente imperniata sul modello nascita-perdita-rinascita. Assumendo una prospettiva educativa e sociologica, è da evidenziare come, attraverso l’identificazione con l’eroe, il racconto letterario contribuisca alla costruzione del carattere di uditori giovani e meno giovani. La capacità di trasportare «altrove» e di agevolare un mutamento del punto di vista tramite l’adozione di uno sguardo differente dal proprio ha il merito di acuire la consapevolezza di sé e della realtà in cui si vive.

Pinocchio analisi del personaggio
«Le avventure di Pinocchio» visto da Enrico Mazzanti, Firenze, 1883. Fonte: Wikipedia

Questa dinamica si traduce per il burattino di legno in una condizione esistenziale che lo destina dal principio a un percorso costellato da profonde metamorfosi, sia fisiche sia psicologiche. Egli diviene, così, oggetto e voce dell’intero spettro di trasformazioni che fuor di metafora ha da sempre caratterizzato l’instabilità di due età ricche di sconvolgimenti: infanzia e adolescenza. Seguendo la storia immaginativa de Le Avventure di Pinocchio, le metamorfosi da investigare sono quattro: la nascita, la trasfigurazione da burattino in asino, quella da asino in burattino e, per concludere, quella in «bambino per bene».

Analisi delle metamorfosi di Pinocchio

Prima metamorfosi: la nascita

È interessante notare come la nascita di Pinocchio altro non sia se non una manifestazione in forma sensibile di un principio vitale già insito nel pezzo di legno ricevuto da Geppetto. In essa, sono stati letti i caratteri di una vera e propria teofania: giunti alla umile casa di quello che diventerà suo padre, sappiamo già che Pinocchio può sentire dolore, che soffre il solletico, che ha una voce e ascolta, nonché che i suoi nodi legnosi in qualche modo «han da essere occhiuti». Né Mastro Ciliegia né tanto meno Geppetto, dunque, «danno vita» al celebre burattino, il loro merito di adulti è esclusivamente quello di accompagnarlo durante la sua prima trasformazione e di proiettarlo nel mondo reale.

Seconda metamorfosi: la perdita

In tale frangente è coinvolto lo status animale in una delle sue più basse manifestazioni: il burattino, ormai vicino all’obiettivo di essere reso «bambino vero», si fa traviare da Lucignolo e dopo cinque lunghi mesi trascorsi a divertirsi nel mistificatorio Paese dei Balocchi diviene un ciuchino. Si tratta a tutti gli effetti di una trasmutazione al negativo. Pinocchio è soggetto a una vera e propria regressione, la quale assume i connotati di una battuta d’arresto nel suo percorso evolutivo. In questo senso, è utile ricordare quanto i desideri inscritti nell’hic et nunc, le trasgressioni e la dimensione del gioco restino connotati fortemente caratterizzanti del personaggio preso in esame, ma siano non di meno portatori di profonde involuzioni.

Terza metamorfosi: la morte

Pinocchio-ciuco è costretto a superare una serie di ulteriori peripezie prima di riuscire a raggiungere la terza mutazione, quella che gli permetterà di tornare burattino. Vero è che trovarsi faccia a faccia con la morte non è condizione nuova per lui. Viene gettato in mare, zoppo, dal commosso direttore di un circo, ma a questo punto della storia l’affondare tra onde e pesci inizia ad assumere connotati salvifici. È questo stesso percorso che dovrà compiere all’apice della propria avventura, discendendo tra le fauci di uno «spaventoso pescecane» per tentare di riunirsi con il povero, generoso padre.

Quarta metamorfosi: la rinascita

Nella favola del burattino di legno, la mutazione ultima in ragazzo è una condizione inderogabile e fatale, in cui l’edonismo infantile urta contro il muro della necessità. Divenire uomini è necessario, crescere è necessario ed essere savi è l’unica alternativa al soccombere in un mondo colmo di prevaricazioni per gli ingenui e di vizi puniti. In questo senso, una sorte esemplare spetta a Lucignolo, il quale muore «di troppa leggerezza»: intrappolato nelle carni di un ciuchino e sfruttato fino allo sfinimento.

Il percorso catartico dello «sbagliando si impara»

La dolorosa catarsi di Pinocchio è ottenuta mediante un viaggio che lo porta verso la concretezza del mondo reale soltanto attraverso l’impegno, il perseguimento di una buona istruzione, il duro lavoro e un’epifanica abnegazione nei confronti della figura paterna. Attraverso l’ipostasi di un’idea pedagogica che ha il suo fondamento nella tradizione paremiologica dello «sbagliando si impara», Pinocchio evolve a partire dai suoi errori. Esplora, sperimenta, si muove nello spazio tentando di decifrare gli indizi disseminati sulla via, anche se ciò non avviene sempre con successo.

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L’aiuto salvifico proveniente dagli altri personaggi, però, giunge sempre in extremis, quando egli ha già introiettato la negatività del proprio comportamento, fatto ammenda e ricercato in autonomia una migliore soluzione verso cui orientare il proprio agire. Il percorso del burattino vede in questo senso un mutamento ulteriore: quello che coinvolge l’asse valoriale. Pinocchio si appresta a passare da una prospettiva sinallagmatica, che lo vede affrontare la vita nella speranza di ottenerne un tornaconto immediato, a una marcata oblatività, in cui spiccano gratuità e disinteresse delle azioni compiute.

Analisi conclusiva: la sopravvivenza trasversale in Pinocchio

Il segreto della durevolezza del personaggio è da ricercare in questa direzione, tra i suoi meccanismi costitutivi: diviso tra la lotta contro l’impossibile, la caparbia ostinazione e l’ingenuità di calcare la vita rincorrendo una auspicata presa di coscienza. Ciò pervade il burattino di un’aura in fieri, facendolo metafora del delicato passaggio dal principio di piacere al principio di realtà. In questo modo, egli ci suggerisce il potenziale salvifico racchiuso nella metamorfosi volta al riscatto, pur restando fedele al proprio dualismo, evidente sia nella risoluzione del conflitto necessità-possibilità, sia nella contrapposizione della purezza di un esistere totalmente svincolato dai doveri e l’aderenza forzosa e forzata a un modello di vita già scritto.

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Carolina Astore

Laureata in Filologia Moderna all’Università Cattolica di Milano, si occupa principalmente di Critica e Letteratura, ma con un occhio ben aperto sull’attualità e sulle tendenze del panorama culturale contemporaneo (linguistiche e non). Ciò che più la stimola sono i temi in intersezione tra discipline differenti. Appassionata di editoria cartacea e digitale, esaltata dai «perché?»: scrive per partecipare alla conversazione.

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