«Qualcuno volò sul nido del cuculo», un inno alla libertà

L’indimenticabile storia di Ken Kesey compie sessanta anni

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Da secoli, negli Stati Uniti, si tramanda una nenia popolare per bambini che recita: «Uno stormo di tre oche, una volò ad est, una volò ad ovest, una volò sul nido del cuculo». Questa filastrocca parla del destino, una forza imprevedibile e casuale che porta ognuno di noi in direzioni differenti. C’è anche chi finisce nel «nido del cuculo». Un luogo simbolico che, nello slang americano, allude al manicomio.

Proprio uno di questi nidi accoglie la storia narrata da Ken Kesey nel suo Qualcuno volò sul nido del cuculo, di cui, quest’anno, ricorre il sessantesimo anniversario dalla prima pubblicazione.

Un simbolo di Controcultura americana

Dopo una giovinezza vissuta in Oregon tra mura familiari impregnate di etica cristiana e promettenti risultati scolastici, Kesey subisce il fascino delle idee rivoluzionarie e pulsanti della Beat Generation. Affamato di esperienza, dice addio alle convenzioni e chiude con il passato da giovane borghese.

Negli anni ’60, Kesey è già un simbolo di Controcultura americana, come lo dipinge nel 1968 Tom Wolfe nel libro The Electric Kool – Aid Acid Test. L’autore americano si trasforma in un pioniere della sperimentazione dei “paradisi artificiali” moderni: è il primo a diffondere la “filosofia” dell’LSD, una droga allucinogena che gli permette di addentrarsi nei labirinti psichedelici della mente. Descrive con autenticità i cambiamenti di percezione fisica e psichica, le visioni mistiche e le profonde manifestazioni d’empatia dell’uomo sotto effetto di stupefacenti.

L’urlo di denuncia

Attratto dalla psicologia umana, si fa assumere come assistente notturno nel Veterans’ Hospital di Menlo Park, in California. Lì si avvicina ai pazienti, ci parla, e sperimenta su sé stesso gli effetti dei farmaci psicoattivi somministrati tra le mura ospedaliere. I veterani ricoverati, spesso in preda ad allucinazioni e reazioni irrazionali, vengono percepiti dalla società come “pazzi”: un pretesto per ignorare la disumanità delle strutture psichiatriche. Kesey smaschera l’ipocrisia: dopo nove mesi d’internamento volontario, ha una storia da raccontare e volti emarginati da strappare all’oblio imposto da un sistema refrattario alla comprensione.

E mi ammalai. Non a causa di quelle abitudini, non credo, ma a causa della sensazione che l’enorme e micidiale indice della società era puntato contro di me… e la voce possente di milioni di uomini cantilenava “Vergogna. Vergogna. Vergogna”. È il modo che ha la società di trattare chi è diverso.

Qualcuno volò sul nido del cuculo esce nelle librerie nel 1962 e si afferma fin da subito come un urlo di denuncia, una feroce critica alla società americana e alla sua ideologia egemonica. Il sistema, la «Cricca», come viene definita, è uno strumento d’oppressione che trasforma le vittime in automi, relegandole tra le mura carcerarie degli istituti psichiatrici.

«Il nido del cuculo»

«Il nido del cuculo» è un ospedale psichiatrico situato in Oregon, un micro mondo affresco di un’umanità derisa e umiliata. La narrazione è trainata dal silenzioso racconto del colossale Grande Capo Bromden, un nativo americano schiacciato dalla società, in fuga dall’oppressione del mondo reale, quello al di là delle finestre ospedaliere. Fin da giovane, intuisce che l’unica salvezza è diventare invisibile in un luogo perfetto per essere dimenticati. Fingendosi sordomuto, rinuncia alla sua voce e alla sua identità: non sarà altro che «Chief Broom», «Capo Ramazza», un paziente silente, costretto a spazzare incessantemente.

Non ero stato io a cominciare a fingermi sordo: era stata la gente a comportarsi come se io fossi troppo stupido per udire, o vedere, o dire qualsiasi cosa.

Bromden, nel suo isolamento, osserva e racconta il limitato e spietato cosmo che lo avvolge. Tra allucinazione e ricordo, emerge l’essenza del «nido», un carcere dell’anima in cui non esiste più tempo, ma solo una «nebulosa e confusa» nebbia che mescola ricordo e delirio. Al lettore non resta altro che districarsi nella narrazione che oscilla tra realtà e immaginazione, presente e passato.

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Qualcuno vola nel «nido»

L’arrivo di un nuovo paziente, lo sregolato, chiassoso, irlandese Randle McMurphy, rompe l’equilibro della comunità. Lo «stupido giocatore d’azzardo», come ama definirsi lui stesso, è pronto a sconvolgere il nido e a risvegliare le coscienze anestetizzate degli altri pazienti.

Al diavolo, me ne infischio. Non capite che dovete far qualcosa per dimostrare di avere ancora un po’ di coraggio? Non capite che non potete lasciarvi dominare completamente?

La battaglia di McMurphy è iniziata, feroce e incontrastabile, e non lascerà nessuno escluso. Neppure Grande Capo Bromden, che, per la prima volta, si troverà costretto a frantumare l’artificio del suo isolamento.

Mi resi conto ad un tratto, con una certezza cristallina, che né io né nessun altro di noi sei sarebbe riuscito a fermarlo. Che né i ragionamenti di Harding, né una mia presa alle spalle, né gli insegnamenti dell’anziano colonnello Matterson, né le provocazioni di Scanlon, né gli sforzi accomunati di tutti noi avrebbero potuto fermarlo. Non potevamo fermarlo perché eravamo noi a farlo agire.

Un incontrastabile inno di libertà

Kesey, con uno stile asciutto e dinamico, alternando momenti di profondo pathos a spietate descrizioni di violenza disumana, consegna ai lettori una storia rabbiosa e commovente. Il suo racconto, divenuto famoso anche grazie alla trasposizione cinematografica di Miloš Forman, è ormai simbolo di un’intera generazione.

L’autore americano, per tutta la vita, si è rifiutato di assistere al film, per protesta contro la scelta di non affidare la narrazione della vicenda al suo Grande Capo Bromden. Eppure, la risata ribelle di Jack Nicholson e lo sguardo traboccante di umanità di Will Sampson, ancora oggi marchiano, indelebili, l’animo di milioni di spettatori.

A distanza di sessanta anni, Qualcuno volò sul nido del cuculo, risuona incontrastabile, come un potente inno alla libertà.

Mi sembrava di volare. Libero.

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Costanza Valdina

21 anni, nata a Perugia, studia lingue e letterature straniere all’Università Ca’ Foscari di Venezia. La descrivono come un’instancabile lettrice, un’incurabile cinefila e una viaggiatrice curiosa. Negli anni si è innamorata della scrittura e del giornalismo, ispirata dall’ideale che “pensieri e parole possono cambiare il mondo.”

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