Quattro inediti di Damiana De Gennaro

Lorenzo Gafforini commenta le opere della giovane poetessa

12 minuti di lettura

LAGUNA 

di Damiana De Gennaro

/ E poi si arrampicarono
i figli dei principi, /per rapidi pendii
rocciosi, per sentieri / angusti, per stretti
valichi, per un percorso /sconosciuto: precipizi
promontori, moltissime / tane di mostri acquatici.

Beowulf, XXI, vv. 1407-11

I.

Giù alla marina, dicevi,
se scavalchi un muro,
si arriva alla laguna.

In una stanza piena di occhi,
avresti detto subito
il paio capace di seguirti

tra lampade e vasi di ceramica
oltre la chiesa circondata
dal coro di gatti randagi.

Mentre gli altri mischiavano
e versavano alcolici,
noi passavamo nell’odore
di barche verniciate.

Al buio, tu ridevi.

II.

Il ragazzo-sirena sapeva
i fuochi d’artificio, i tuoi naufragi.

Al buio, non distingueresti
chi è scelto da chi sceglie,
chi ama da chi ride.

III.

La porta è socchiusa. Lascio
l’impermeabile all’ingresso,
sul divano nero in pelle.

Tuo figlio passa sotto gli occhi
del ritratto appeso alla parete,
con in mano una vecchia copia
de I paradisi artificiali.

Tu arrivi poco dopo,
dalle scale del piano superiore.
Ti piace? Si chiama La sciarpa blu.

Il vaso di fiori sembra dire
che il soggiorno è una finzione.

IV.

Accendi il bollitore. Dalla credenza prendi la tazza decorata con i versi di Shelley: può la primavera essere lontana? Le fragole sul tavolo imitano una sorta di dolcezza. Se la vergogna avesse una forma, per me sarebbe quella dei miei seni. È per questo che tu, amore, hai seni piccolissimi e la tua schiena è quella di un cavaliere in una miniatura medievale.

Le sopracciglia ti si inarcano quando nomini la favola di Amore e Psiche. Dici cose che già so, parli come a una bambina: te stessa, bambina, alla mia età. Io non sono lei, ma lo stesso tu vuoi dirle che va tutto bene. Hai un marito morto e un nuovo finto amore. Parli di cosa sia la leggerezza. Va tutto bene. Ma io non sono lei.

Portando una fragola alla bocca, dici di esserti accorta del suo amore sin da subito. Pensi che l’amore in questione non riguardi proprio te, ma una tua versione astratta, immaginata. Una specie di ritratto. L’amore detto ad alta voce galleggia tra il tavolo e il lavello, più concreto della tazza in cui stai versando il tè. Piccoli esseri subacquei iniziano a pizzicarvi i piedi. La cucina sta diventando una laguna.

Tre piani più sotto c’è un parcheggio. Una volta le avevi chiesto di preparare insieme una lezione di poesia. Eri andata a prenderla in macchina, e nel parcheggio aveva respirato l’aria in cui tuo marito si era ucciso. Quel breve passaggio in macchina era il ti amo che non sapevate pronunciare. Nel buio del tuo studio, gli oggetti che negli anni ti aveva regalato splendevano come rivelazioni in una lingua straniera.

«Anche a me è capitato», dici, «anche io mi sono innamorata di una donna, una volta». La laguna non è un luogo di naufragi. Sarebbe più facile morire d’asfissia. Il tuo sorriso è la superficie acquatica che riflette la donna nel ritratto. La parola scritta la ferisce come Amore è ferito della lampada di Psiche. La donna sa che resta amata se evade dal ritratto. Allora sei evasa.

Il buio dove ridi è un fuoco d’artificio. Naufragio in mare aperto.

Damiana De Gennaro

La mitologia amorosa secondo Damiana De Gennaro

di Lorenzo Gafforini

I catch a paper boy
But things don’t really change
I’m standing in the wind
But I never wave bye-bye

Modern Love, David Bowie

Damiana De Gennaro rimane fedele alla sua poetica, così come è delineata e definita in Aspettare la rugiada e Shibuya Crossing. Cara ad elementi tanto squisitamente pop quanto romantici, l’autrice consegna al pubblico due storie in cui ogni verso ci restituisce un fotogramma preciso.

Nonostante la chiarezza della composizione, l’atmosfera rimane sospesa plasmando personaggi fantastici. Dichiaratamente ispirate al realismo magico di Angela Carter, le vicende si snodano infatti in luoghi stranianti dove anche le massime – figlie della certezza – volgono verso la deriva dell’indefinito. Tutto risulta opaco, distorto, eppure contraddistinto da una delicatezza incolmabile.

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Avvezza a trasporre esperienze autobiografiche, Damiana De Gennaro nei primi due inediti si cimenta in una storia altrui. Un semplice invito diventa una fuga d’amore: la corsa forsennata verso la laguna, dove regna l’«odore di barche verniciate». L’incontro fortuito è immediata passione, sospesa nel buio della riva. Colui che innesca l’avventura è proprio il ragazzo-sirena, il quale invita il/la protagonista a seguirlo – come spingendolo a conoscere la sua casa, il suo luogo sicuro. Le due figure si mischiano, confondendosi reciprocamente nelle loro esperienze, divenendo tutt’uno con la natura circostante. C’è passione, tenerezza e un incontro ordinario – probabilmente a una festa, «piena di occhi».

È base per un mito moderno, coronato nei versi finali. E quando l’aria frizzante culmina, nel terzo inedito, l’autrice decide volutamente di abbandonare gli innamorati mitologici per restituirci un quadro decisamente più casalingo, rinchiuso nelle quattro mura domestiche che, tuttavia, non celano necessariamente accoglienza.

Del ragazzo-sirena e la madre bestiale

L’incipit del Beowulf richiama al mito della madre di Grendel – erede di Caino –, mostro ambiguo la cui missione è dettata da ferocia e violenza. La donna vive togliendo la vita altrui, in una furiosa tortura, e consuma le proprie efferatezze, appunto, in una laguna. Mentre nelle prime due poesie la laguna rimane solo uno spettro, apparentemente rassicurante, la donna compare nella sua forza solo negli altri due inediti.

L’ingresso nella terza poesia è immediato: il racconto nasconde fra le parole un misto tra la fascinazione e l’inquietudine. L’io lirico entra intimidito nell’atrio dove i riferimenti culturali abbondano: passa il figlio della donna con il libro di Baudelaire e con occhi indagatori troneggia una riproduzione di un quadro della de Lempicka; la stanza, in un certo qual modo, parla ancora prima che la storia sia narrata, come in Sovvertimento dei sensi di Zweig. Nonostante le si voglia conferire un’aria di estrema – e forse anche sciatta, scontata – normalità, la scena sembra preposta per quell’incontro («il vaso di fiori sembra dire / che il soggiorno è una finzione»).

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La scoperta della donna/mostro

Dopo il preludio in poesia, De Gennaro si abbandona alla prosa poetica per spiegare con periodi brevi e istantanei la vera e propria storia che si consuma davanti a una tazza di tè. Ricorre l’elemento liquido che simboleggia in un certo senso la fluidità dei rapporti. La donna/madre non ha nulla di spaventevole, anzi: la tazza con i versi di Shelley, le fragole come a decorare la tavola, dimostrano solo pace, serenità. L’io lirico, tuttavia, soffoca l’amore verso la donna; lei, appunto, che dovrebbe essere una minaccia – in un graduale e interessante gioco di specchi – diviene cavaliere salvifico («la tua schiena è quella di un cavaliere in una miniatura medievale»).

La madre è sia bestiale che estremamente delicata, eterea e coraggiosa nel suo esporsi. Solo andando avanti nella narrazione si denota come la protagonista – sì, in questo caso è incontrovertibile che si tratti di una femmina – soggiace alle parole dell’amata. Sì, la donna/mostro è amata in tutta la sua bellezza e superiorità; una superiorità dettata dall’aver vissuto, anche in maniera incredibilmente sofferta («avevi un marito morto e un nuovo finto amore»). Si ingenerano ricordi d’infanzia, allo sbocciare dell’adolescenza.

L’amore finalmente palesato – custodito per anni – conferisce alla stanza una dimensione onirica. Ecco che la laguna emerge in tutta la sua spettrale prospettiva. Gli spiriti popolano le discussioni, aleggiano indiscreti agli occhi della ragazza/protagonista. La donna/madre, così, è come se comandasse con abilità le sensazioni da scaturire e tergiversa, schivando abilmente l’amore dimostratole. L’io lirico è totalmente conquistato.

In questo caso, non c’è comprensione – come con il ragazzo-sirena –, ma solo esibizione. La risata fragorosa esplode nel buio della stanza e come un fulmine nel mare in tempesta rischiara – almeno per un istante – il naufragio dell’amore.

L’autrice

Damiana De Gennaro, 1995. Frequenta la magistrale in Letterature e Culture comparate presso l’Università di Napoli “L’Orientale”. Ha trascorso un anno in scambio presso l’Università Tōhoku, in Giappone. Ha pubblicato Aspettare la rugiada (Raffaelli, 2017) e Shibuya Crossing (Interno Poesia, 2019; premio Ceppo sezione Under 35, 2021). Alcune poesie compaiono su: Un verde più nuovo dell’erba. Poetesse “Millenial” degli anni ’90 (LietoColle, 2018), Poeti italiani nati negli anni ’80 e ’90. Vol. I (Interno Poesia, 2019), Abitare la parola. Poeti nati negli Anni Novanta (Ladolfi, 2019), Versi Vegetali (Homo Scrivens, 2021). Alcune poesie tradotte in spagnolo compaiono su Cuaderno de traducción. Veinte voces de la poesía italiana contemporánea (1949-2001), (Colecion Anverso, 2021). Collabora alla redazione della Rivista Letteraria Mosse di Seppia e al progetto Kotodama.

Illustrazioni di Dafne d’Esposito
© Riproduzione riservata

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Classe 1996. Nel 2020 si laurea in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Brescia. Ha pubblicato cinque raccolte di poesie e due racconti.

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