Un libro per perdonare il passato

«Questo giorno che incombe» di Antonella Lattanzi

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«Questo giorno che incombe» di Antonella Lattanzi

Antonella Lattanzi, tra le voci più autorevoli del panorama letterario italiano contemporaneo, è tornata quest’anno in libreria con un’opera autobiografica, Cose che non si raccontano, che ricostruisce quanto vissuto dall’autrice in concomitanza con il lancio del suo romanzo precedente: Questo giorno che incombe, uscito nel gennaio 2021 per HarperCollins. All’epoca, il libro era stato proposto per il Premio Strega da Domenico Starnone con la seguente motivazione:

È un giallo avvincente, rispettoso delle regole di genere. Ed è altro. C’è un’esperienza vera ben saldata al finto. C’è una donna e madre infelice con una voce memorabile, sempre vicina a incrinarsi. C’è un coro di gente comune che esegue uno spartito di crescente ferocia. C’è una storia d’amore snervante, con la più dilazionata delle congiunzioni carnali. C’è un appartamento parlante che inquieta protagonista e lettore. E, sempre, una scrittura potente. Il risultato è una realissima invenzione dell’oggi.

Pur non essendo entrato nella dozzina dei candidati al Premio Strega 2021, Questo giorno che incombe resta senz’altro un’opera talmente ricca, sfaccettata e ben congegnata da meritare, anche a distanza di due anni, una (ri)lettura.

«Questo giorno che incombe»: la trama

Questo giorno che incombe narra la storia di Francesca e Massimo, una coppia serena e innamorata, con due bambine, Angela ed Emma. Vivono a Milano ma, quando per lavoro Massimo viene trasferito nella capitale, l’intera famiglia lo segue e si stabilisce in un condominio in una zona periferica, Giardino di Roma. Un condominio in cui tutti si conoscono e sembrano un’unica, grande famiglia. «Qui saremo felici»: lo pensa davvero Francesca, che ha deciso di abbandonare momentaneamente il lavoro per dedicarsi a un sogno rimasto per troppo tempo nel cassetto: la scrittura di un libro per bambini. Il trasferimento a Roma non è forse una nuova, entusiasmante opportunità?

Le cose, però, non vanno come Francesca sperava. Massimo è impegnatissimo, esce di casa la mattina presto e rientra la sera molto tardi. Francesca si ritrova così da sola con le figlie e inizia a sentirsi prigioniera del suo ruolo di madre, incapace di mettersi a lavorare al suo libro. Con il passare delle settimane, inoltre, la sua opinione sui vicini inizia a cambiare: da grande famiglia, cominciano a sembrarle più una setta che nasconde qualcosa di oscuro. Dov’è il confine tra le sue paranoie e la realtà? Francesca non ne ha idea. Come spesso non ha idea di cosa abbia fatto pochi minuti prima, in un susseguirsi di amnesie. La sua stabilità mentale è messa a dura prova, al punto che spesso si ritrova a parlare con il suo appartamento e ha la sensazione che questo le risponda.

Il malessere di Francesca si acuisce man mano che si susseguono eventi che la inquietano e su cui tutti gli altri sembrano nicchiare. Finché non accade l’imprevedibile: Teresa, la bambina di una coppia di vicini, un pomeriggio sparisce inspiegabilmente nel nulla. Francesca è divisa tra l’inconfessabile sollievo che alle sue figlie non sia accaduto niente e la paura che in realtà in quel condominio si nasconda un mostro pronto a colpire ancora.

Il lato più oscuro della maternità

Con Questo giorno che incombe Antonella Lattanzi dà vita a una storia che non teme di mostrare il lato più oscuro della maternità – un’esperienza che, anche quando è profondamente desiderata, non è mai un’isola felice. Francesca si sente sola, imprigionata nel suo ruolo di madre, che sembra avere annullato il suo essere prima di tutto una donna. Non esce quasi più di casa, vive in funzione di Angela ed Emma e arriva a guardare con invidia gli occhiali da sole di Massimo che, a differenza sua, lo seguono in giro per il mondo.

Come spesso accade, il suo malessere viene sottovalutato da chi la circonda, complice l’idea (ancora fin troppo radicata nella nostra società) che, dal momento in cui nasce suo figlio, una donna diventa in primo luogo una madre, la figura che per eccellenza è tenuta a mettere da parte la propria individualità e i propri desideri, anteponendo loro quelli del suo bambino. C’è senz’altro una componente di sacrificio nella genitorialità, ma siamo sicuri che dai padri si pretenda lo stesso annullamento che ci si aspetta dalle madri? È questa idea della maternità a essere profondamente sbagliata e tossica, ci ricorda Lattanzi. Che di recente lo ha ribadito anche sull’inserto 7 del Corriere della Sera: «il figlio non è della mamma, si è in due fin dall’inizio, altrimenti diventa una solitudine sconfinata».

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Un giallo ben congegnato

Per la sua capacità di tenere i lettori incollati alle pagine, nel tentativo di ricostruire cosa è davvero accaduto alla piccola Teresa, Questo giorno che incombe può essere considerato a tutti gli effetti un giallo. Come aveva sottolineato anche Starnone nella proposta del libro al Premio Strega, Antonella Lattanzi mostra di padroneggiare le regole che contraddistinguono questo genere letterario, creando una forte tensione narrativa che accompagna i lettori fino all’ultima pagina. Il finale – termine con cui qui intendiamo proprio le ultimissime righe del libro – è quasi impossibile da prevedere e piomba sui lettori alla stregua di una doccia gelata.

Il romanzo è pervaso fin dall’inizio da un sottile senso di inquietudine, che cresce con lo scorrere delle pagine. Vediamo appassire pian piano la gioia di Francesca, senza un vero evento scatenante, ma con il passare dei giorni. Entriamo nella sua mente, nei suoi vuoti di memoria, nelle sue nevrosi. Come lei, nemmeno i lettori riescono ad avere una visione lucida. L’inquietudine si fa più palpabile quando Francesca inizia a intessere veri e propri dialoghi con la casa, per poi trasformarsi in tensione da thriller dal momento della scomparsa di Teresa.

Tratto da una storia vera

Questo giorno che incombe racconta, romanzandola, una storia effettivamente accaduta nel condominio di Bari dove Antonella Lattanzi viveva da bambina. Lo precisa la stessa autrice nella nota introduttiva, spiegando di avere scoperto solo in adolescenza, per caso, che proprio nel luogo dove era cresciuta si era consumato un crimine, derubricato dalle persone coinvolte a “incidente“, nel tentativo di mettere in qualche modo la polvere sotto il tappeto e riprendere in fretta la vita di prima. Ma le cose, ci ricorda Lattanzi, vanno chiamate con il loro nome se si vuole perdonare un passato doloroso. Da qui la scelta, a distanza di anni, di trasporre questa storia in un romanzo:

Ma ormai avevo deciso. Dovevo studiare questa storia. Dovevo raccontarla. Dovevo; anche per strapparle di dosso la parola che, come aveva detto mia sorella, rendeva le cose meno orribili in superficie, forse, ma lasciava che morissero e svanissero dalla memoria senza che gli innocenti fossero vendicati. […] Scrivo questo libro anche contro me stessa. Lo scrivo contro la me di adesso, e contro il mio passato. Ma pure per poterlo perdonare. Si può scrivere un libro per accusare, ma anche per provare a dire a te, e a chi ti ha amato: ti perdono? Il passato non ti lascia mai, ti trova sempre.

L’altro protagonista di «Cose che non si raccontano»

Cose che non si raccontano (Einaudi, 2023), l’ultimo libro di Antonella Lattanzi, può in un certo senso essere considerato il backstage di Questo giorno che incombe, poiché ricostruisce quanto vissuto dall’autrice proprio nel periodo del lancio e della promozione del romanzo. Leggendolo, ci si rende conto che questo libro è a pieno titolo il protagonista del successivo. Si è ritrovato infatti a ricoprire un ruolo che i lettori non sospetterebbero: tenere in vita la sua autrice in un momento difficile.

Cosa mi tiene in vita? Il romanzo. Tutti quelli che sanno mi dicono: adesso ti riposi, poi ci riprovi, ci riprovi a fare un bambino. Ma loro tre sono morte. Non ci saranno mai piú. Mi tiene in vita il romanzo, diventa tutto: le mie tre figlie e il mio lavoro e la mia speranza e la mia ambizione. I libri non sono figli, l’ho detto. Ma tutto quello che mi convince a non spalancare la finestra del mio quinto piano è lí: in quelle quasi quattrocento pagine.

Sorge una riflessione: che rapporto c’è davvero fra un libro e il suo autore? Un libro non è solo qualcosa che passa da file dattiloscritto a opera rilegata ed esposta sullo scaffale di una libreria. Un libro nasce nella testa del suo autore, ma poi diventa qualcos’altro, che vive di vita propria e in alcuni casi riscatta la persona che lo ha scritto. Ne è un caso emblematico, per esempio, la vicenda di Ada d’Adamo, morta di cancro pochi giorni dopo la candidatura al Premio Strega del suo romanzo d’esordio Come d’aria (Elliot Edizioni, 2023), che non solo è stato la voce che lei non aveva più, ma è arrivato perfino a vincere il prestigioso premio letterario.

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Un destino simile è toccato a Questo giorno che incombe (acquista) che, seppur escluso dal Premio Strega, è riuscito nel suo compito più importante: dare silenziosamente linfa vitale alla sua autrice, aiutandola perfino nelle ore più buie a rimanere aggrappata alla vita e rialzarsi. Si dice che la letteratura – o, più in generale, l’arte – abbia un potere salvifico su chi ne fruisce. Non molti ricordano, però, che in molti casi l’influsso più salvifico che possa avere un’opera è proprio nei confronti del suo autore.

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Francesca Cerutti

Classe 1997, laureata in Lingue per l’impresa e specializzata in Traduzione. Caporedattrice di Magma Magazine, sempre alla ricerca di storie che meritino di essere raccontate. Nel 2020 è stato pubblicato il suo romanzo d’esordio, «Noi quattro nel mondo».

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