«Randagi» di Marco Amerighi: eredi della sconfitta

La storia di una generazione in lotta contro un destino di sconfitta già scritto per loro

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Randagi

Negli ultimi tempi sta diventando sempre più importante per la letteratura italiana rappresentare chi, nato dagli anni Ottanta in poi, sente il peso della generazione precedente che l’ha privato di tutto e lasciato con un grande senso di vuoto e sconfitta. Un esempio è Prima di noi di Giorgio Fontana, uscito l’anno scorso per Sellerio, che attraverso Letizia, membro dell’ultima generazione della famiglia Sartori, si chiede: «possibile, si diceva, che il passato avesse una tale forza sul presente? Il potere di ciò che accadde prima di noi è tale da forgiare un destino? O era soltanto colpa sua?».

Predestinati, in preda al senso di colpa per una sconfitta annunciata: questi sono anche i protagonisti di Randagi (Bollati Boringhieri, 2021), il secondo romanzo di Marco Amerighi, vincitore del Premio Bagutta Opera Prima nel 2018 per Le nostre ore contate (Mondadori, 2018).

La trama di «Randagi»

Ambientato fra Pisa e Madrid, Randagi è incentrato sulle vicende della famiglia Benati. Protagonisti, infatti, sono: il nonno Furio, detto il Maggiore, disperso durante la guerra d’Etopia e poi rimpatriato con dietro un segreto che emergerà in vecchiaia; il padre Berto, detto il Mutilo, truffatore e scommettitore incallito, che sparisce per mesi per poi tornare con un dito mozzato; e i figli Tommaso e Pietro. Il primo è studioso, sportivo, destinato a grandi cose; il secondo, invece, goffo, maldestro, aspirante musicista, ma destinato a raccogliere delusioni su delusioni.

Tutti loro sono accomunati da una maledizione: quella di sparire e tagliare la corda.

Trovava insopportabile l’idea di scomparire. Su un ponte panoramico o tra le braccia di una sconosciuta, in un campo di battaglia o davanti a un motel per commessi viaggiatori, tutti i maschi della sua famiglia, prima o poi, tagliavano la corda; solo lui non riusciva a farsene una ragione. Possibile che nel loro sangue si tramandasse un gene che li obbligava a dileguarsi? 

A fare questa riflessione è Pietro, l’ultimo dei Benati destinato a questa maledizione, che in apparenza sembra andarsene definitivamente da Pisa e da questa sua condanna, ma gli incontri con persone come Dora, appassionata di film horror e impiegata in una cineteca, e Laurent, ex surfista ora ridotto a fare il gigolò, gli faranno presto cambiare idea e maturare un atteggiamento diverso nei confronti di un destino di sconfitta già scritto.

«Randagi»: romanzo di un’eterna lotta

Randagi si prefigge l’obiettivo di essere un romanzo che tematizza il confronto fra la generazione di fine Novecento – rappresentata da Furio, Berto e sua moglie Tiziana – e quella di inizi anni Duemila, nata però alla fine del XX secolo. Da un lato una generazione che è riuscita a costruirsi una strada; dall’altro una che si trova smarrita di fronte a una società profondamente cambiata e che deve costruirsi nuovi valori e punti di riferimento.

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Quest’ultima generazione è quella di Tommaso e Pietro, ma anche di Dora e Laurent, che l’ultimogenito dei Benati incontra durante il suo Erasmus a Madrid. Ed è su di loro che si concentra questo romanzo, suddiviso in tre parti, ciascuna con un esergo significativo che rimanda a un unico fil rouge: la consapevolezza di essere eredi della sconfitta e dello smarrimento, da cui non si può fuggire ma solo accettare, senza cercare di ripetere il passato, ma anticipando il futuro e rifondarlo. «Non cerco un ricordo, Pietro. L’esatto contrario», afferma Tommaso, «voglio vedere il futuro prima che prenda forma».

Il contesto in cui si svolge questo romanzo è quello del passaggio fra il Novecento e il Duemila. Sullo sfondo, infatti, abbiamo l’avvento di internet, gli sms, il G8 di Genova del 2001 e l’attentato di Madrid del 2004. Ci troviamo, dunque, di fronte a una storia di ampio respiro, rinforzata da una prospettiva in terza persona che serve a universalizzare il disagio e la frustrazione vissuta da Pietro, attorno a cui il romanzo si concentra particolarmente.

Maledizione randagia di una generazione 

Pietro, Laurent e Dora si confrontano con quello che la giovane definisce «un guasto. Un’avaria. Un malfunzionamento di un ingranaggio che si nascondeva, come diceva quella frase di Nietzsche, lì, da qualche parte, nell’abisso della mia carne». Qui torna, dunque, il peso del passato e l’idea di un destino già scritto di cui si è accennato parlando di Prima di noi. Si tratta, più in particolare, della «paura di sbagliare, di deludere, di fallire», una paura dovuta alla futura incapacità di tener testa alle ambizioni della generazione passata.

Per Pietro, ad esempio, la paura più grande è quella di essere condannato a «una vita di mortificazioni», di essere «l’unico a cui non capitava mai un tubo di niente». Una paura che contraddistingue anche Dora e Laurent: la prima condannata a vivere amori instabili e dolorosi per paura di rivivere la relazione tormentata dei suoi genitori; il secondo a restare immobile nel suo fallimento di sportivo, perché «non ero pronto ad ammettere che non sapevo cosa cazzo farmene della mia vita».

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Tutti loro, dunque, sono costretti a convivere con un passato – quello dei genitori – ingombrante, che li riempie di paure nei confronti del futuro, e dal quale cercano di scappare, per evitare da un lato di non ripetere i loro stessi errori, dall’altro di costruirsi una propria vita. Per farlo, devono cercare qualcosa a cui aggrapparsi, un orientamento, una via che li permetta di non incappare negli sbagli passati. È quello che fa Dora pensando alla vita di suo padre, nel momento in cui pensa che «per una volta nella vita sentiva il bisogno di orientarsi. Di smetterla di girare a vuoto. Di imboccare una strada con la certezza che alla fine avrebbe trovato ciò che cercava».

L’eterna lotta per salvare se stessi

Cercare un posto nel mondo, però, sembra essere difficile per i protagonisti, soprattutto in un’epoca in cui si vive nell’incertezza e nell’instabilità più totale. Ciò che resta da fare è lottare per restare a galla. È significativo, per esempio, il regalo che Pietro e Tommaso ricevono dal padre sia una statuetta di un toro in sella al cavallo che calpesta un serpente, rappresentante «l’eterna lotta», ma anche il nome intero di Dora, “Doramas”, come il condottiero indigeno delle Isole Canarie, un nomen omen dell’inquietudine della giovane.

Se è vero quello che scrisse Paolo Cognetti in Sofia si veste sempre di nero, ovvero che «la nascita è una nave che parte per la guerra», Pietro, Dora e Laurent sono navi che navigano a vista in un oceano di smarrimento cercando di combattere contro il proprio dolore e gli errori delle proprie famiglie per salvarsi. La loro maledizione si spezza nel momento in cui comprendono che non c’è altra scelta che accettare che «sia tutto scritto e che l’unica cosa che ci resta da fare sia avanzare sui binari che qualcun altro ha costruito per noi», che l’unico modo per sopravvivere è «piantare i piedi, restare immobile. Vivere al buio per smarrire un dolore».

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Come l’anguilla di montaliana memoria, la dignità di Pietro, Dora e Laurent sta nell’accettare la loro eredità della sconfitta, nell’andare controcorrente nonostante tutto, cercando di anticipare il futuro, perché come scrive il poeta ligure, la vita inizia laddove «morde l’arsura e la desolazione». Laddove tutto sembra perduto, questa generazione smarrita può crearsi un posto nel mondo dove essere se stessi.

«Randagi»: eredi sconfitti in eterna lotta

Marco Amerighi riesce con Randagi nel difficile compito di scrivere un romanzo che sa rappresentare una generazione smarrita, quella di chi ha vissuto il brusco passaggio valoriale e sociale fra la fine del Novecento e l’inizio del XXI secolo. Una generazione che non può far altro che combattere contro il peso ingombrante di un passato che non gli ha lasciato altro che un mondo instabile e precario, in cui l’unico modo è sopravvivere lottando e accettando le proprie sconfitte. 

Che la maledizione Benati fosse vera oppure no, se n’erano andati loro, non lui. A ventotto anni, mentre affidava l’orrendo talismano di suo padre alla corrente e lo guardava scivolare via al tenue brividio dei lampioni, Pietro si sentì liberò. Tirava un’aria fresca sul fiume e il buio aveva già smarrito l’orizzonte.

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Alberto Paolo Palumbo

Laurea magistrale in Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee presso l’Università degli Studi di Milano con tesi in letteratura tedesca e allievo dell'edizione 2021 del Master "Il lavoro editoriale" della Scuola del Libro. Crede fortemente nel fatto che la letteratura debba non solo costruire ponti per raggiungere e unire le persone, permettendo di acquisire nuovi sguardi sulla realtà, ma anche aiutare ad avere consapevolezza della propria persona e della realtà che la circonda.

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