A tempo di shuffle nella Harlem anni Sessanta con Colson Whitehead

Il ritorno in libreria del due volte Premio Pulitzer Colson Whitehead

12 minuti di lettura
Il ritmo di Harlem

Quando si nomina Harlem, quartiere newyorkese simbolo della comunità afroamericana, si pensa spesso a un ambiente malfamato, ma che attraverso l’Harlem Renaissance ha dato vita a un profondo rinnovamento culturale in America. Harlem è un quartiere che crea fascino per questo motivo: è seducente, violenta e allo stesso tempo culturalmente viva.

Come cantavano Bob & Earl in Harlem Shuffle – successo R&B del 1965 ripreso dai Rolling Stones – «non muoverti troppo in fretta così dura più a lungo». Harlem sa essere spietata, e se vuoi sopravvivere devi scendere a compromessi. Harlem Shuffle è anche il titolo originale de Il ritmo di Harlem, nuovo romanzo del due volte Premio Pulitzer Colson Whitehead (Mondadori, 2021), tradotto in italiano da Silvia Pareschi, che al noto quartiere di New York ha dedicato un ritratto sincero e avvincente.

La trama de «Il ritmo di Harlem»

Il ritmo di Harlem si svolge fra il 1959 e il 1964. È il periodo della presidenza Kennedy, ma anche dei moti di protesta per i diritti civili. Il protagonista è Raymond “Ray” Carney, un commerciante di mobili, ma anche di oggetti di seconda mano come lampade, elettrodomestici e tappeti, quest’ultimi conservati nel seminterrato. Sotto quel negozio sulla 125th Street, il Carney’s Furniture, «un improbabile regno racimolato con intelligenza e operosità», si nasconde la merce dell’attività collaterale di Carney: la ricettazione.

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Ray ha imparato che «non dovevi per forza vivere come ti avevano insegnato a vivere. Venivi da un posto, ma la cosa più importante era dove decidevi di andare». Per restare a galla a Harlem, il protagonista deve mantenere la sua facciata di rispettabilità, ma anche scendere a compromessi con la malavita della città. Vivere in queste due realtà parallele, però, sarà sempre più difficile, soprattutto nel momento in cui il cugino Freddie lo coinvolgerà in una rapina.

Il coinvolgimento di Carney nella rapina, però, sarà un modo per conoscere meglio Harlem, con le sue strade piene di locali e attività commerciali, e una vita notturna fatta di musica jazz, azioni criminali e persone che vivono ai margini della società, dove anche la persona più rispettabile è allo stesso tempo la più disonesta.

«Il ritmo di Harlem»: il ritorno di Whitehead alla letteratura di genere

Il ritmo di Harlem segna il ritorno di Colson Whitehead alla narrativa di genere. Dopo l’horror post-apocalittico di Zona Uno e il romanzo storico dai tratti fantastici La ferrovia sotterranea, il due volte Premio Pulitzer si confronta qui con il poliziesco, in particolare con il sottogenere dello heist novel, incentrato sulla realizzazione di un colpo criminale.

Anche stavolta Colson Whitehead usa la narrativa di genere per confrontarsi con altri temi, come il rapporto fra il potere e la razza, fra legalità e criminalità. Il titolo originale Harlem Shuffle sembra alludere proprio a queste tematiche, come spiega Giancarlo De Cataldo nella sua recensione al romanzo pubblicata sul numero di «Robinson» dell’11 settembre 2021:

[…] nello slang urbano, la rissa di strada e l’atteggiamento sottomesso del padrone nei confronti dello schiavo. Metafora, dunque, di quel coacervo di dure regole che ogni bravo ragazzo afroamericano è costretto a metabolizzare appena impara a reggersi in piedi. Whitehead piega il crime a una riflessione disperata sul rapporto fra le comunità. Kennedy promette integrazione, ma gli sbirri continuano a giocare al tiro al bersaglio coi ragazzi di Harlem.

Più avanti nella recensione, De Cataldo tira in ballo anche un paragone con Chester Himes (1909-1984), noto autore afroamericano della serie hard-boiled Harlem Detective, di cui fa parte Rabbia a Harlem (Marcos y Marcos, 2011). Come lo scrittore newyorkese, anche Himes, infatti, ha usato il genere poliziesco per ritrarre l’umanità allo sbando di Harlem, la corruzione del potere e il razzismo.

Harlem, zona grigia di New York

Se, come scrive Whitehead, «Carney era una parete che divideva il mondo criminale da quello legale», anche Harlem viene descritta come una zona grigia, dove la parte ricca, l’uptown, e quella più malfamata, downtown, convergono nella midtown, il punto dove le altre due «si sovrapponevano, ignoranti l’una dell’altra, separate e collegate da binari».

Girando per la città, Ray nota come Harlem si dimostri diversa a ogni sguardo: a volte buia e silenziosa, a volte frenetica e rumorosa. Di giorno una città in cui si svolgono le normali attività commerciali, mentre di notte si riempie dei suoni della musica jazz e bebop, ma anche di quelli delle sparatorie, dei «vetri rotti al parco giochi» lasciati dalla «sfilata di crudeltà sul marciapiede».

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Anche i palazzi del potere di Harlem, dall’«aria arrogante, sicuri e a proprio agio nel loro potere», sono in realtà luoghi dove si nasconde il mondo sotterraneo e criminale del quartiere di New York, dove ci si comporta come cittadini rispettabili e insospettabili, ma complici della corruzione e delle ingiustizie che regnano in città:

Quel giro con Munson lo portava in luoghi che vedeva tutti i giorni, negozi a un tiro di schioppo da casa sua, davanti ai quali passava da quando era bambino, e glieli rivelava come attività di facciata. Le porte erano ingressi di città diverse – anzi, no, diversi ingressi di una sola, vasta città segreta. Sempre vicina, attigua a tutto ciò che conoscevi, ma sotterranea. Se sapevi dove guardare. […] Non potevi sapere cosa succedeva agli altri, ma il loro io segreto non era mai lontano. La città era un unico casermone brulicante e misero, e la parete che ti separava da chiunque altro era così sottile che si poteva sfondare con un pugno.

Il determinismo sociale di Harlem

Ray, dunque, si rende conto di vivere in una realtà governata dal «buon vecchio know-how americano in bella mostra: compiamo meraviglie, compiamo ingiustizie, e non siamo mai stati con le mani in mano». La società di Harlem è quella in cui ogni scalata verso il successo è impossibile per via delle proprie origini sociali, ma anche per via dell’illegalità che si insinua anche nelle strutture di potere.

Carney, infatti, non riuscirà mai a riscattarsi dall’immagine del padre Mike, conosciuto per essere uno dei criminali più noti della zona di Harlem. La provenienza sociale di Ray è quella che non solo lo rende inviso al suocero Leland Jones, ma gli impedisce anche di entrare nel Dumas Club. «L’errore era stato di essere diventato un altro», afferma il protagonista, «di essere stato plasmato da circostanze diverse, o di poter sfuggire a quelle circostanze come si poteva traslocare in un palazzo più bello o imparare a parlare bene».

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La rivalsa mancata di Ray Carney

Il protagonista pensa di poter diventare una nuova persona attraverso la sua attività di commerciante, la costituzione di una famiglia rispettabile. Vuoi il coinvolgimento nella rapina di Freddie, vuoi il fantasma del padre che aleggia su di lui, Ray alla fine non può scappare dal suo passato e, essendo Harlem governata da un sistema sociale corrotto, non potrà mai riscattarsi. 

Ray giunge, dunque, alla consapevolezza che, se vuole restare a galla, deve cedere anche lui all’illegalità. Così come il detective Munson, il banchiere e capo del Dumas Club Wilfred Duke e la potente famiglia di costruttori dei Van Wyck, quest’ultimi discendenti del sindaco di New York Robert Van Wyck, cercano di nascondere i loro traffici di soldi illegali mantenendo una facciata di onestà, anche il protagonista deve cedere a questo sistema, contribuendo anche lui a tenere in piedi un sistema corrotto da cui non potrà mai uscire.

«Il ritmo di Harlem»: Harlem a tempo di shuffle

Il ritmo di Harlem è un ritratto sincero e appassionato della Harlem degli anni Sessanta. Una Harlem che si muove a tempo di shuffle: seducente, accattivante, che ti illude e ti ferisce. Un quartiere dove la vita e la giustizia conta meno dei soldi, e dove per restare a galla sei costretto a un sistema di corruzione che coinvolge tutta la società. A Carney e a quelli come lui, però, resta ancora la consapevolezza di poter diventare qualcuno malgrado le ingiustizie.

Gran lavoratori contro disonesti. Se eri un gran lavoratore ambivi a qualcosa di meglio – che forse esisteva, forse no –, se eri disonesto tramavi per manipolare il sistema in cui vivevi. Il mondo come poteva essere contro il mondo così com’era. Ma forse Carney era troppo rigido. Molti delinquenti erano grandi lavoratori, e molti grandi lavoratori violavano la legge. 

Bibliografia: Giancarlo De Cataldo, Benvenuti a Harlem, Robinson-La Repubblica, 11 settembre 2021.

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Alberto Paolo Palumbo

Laurea magistrale in Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee presso l’Università degli Studi di Milano con tesi in letteratura tedesca e allievo dell'edizione 2021 del Master "Il lavoro editoriale" della Scuola del Libro. Crede fortemente nel fatto che la letteratura debba non solo costruire ponti per raggiungere e unire le persone, permettendo di acquisire nuovi sguardi sulla realtà, ma anche aiutare ad avere consapevolezza della propria persona e della realtà che la circonda.

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