«Sulla riva del mare»: il dolore mai sepolto della Tanzania

Il romanzo del Premio Nobel per la Letteratura 2021 si confronta con i conflitti irrisolti della Tanzania

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Sulla riva del mare

Nel 2021 si è assistito al trionfo internazionale della letteratura africana. Il sudafricano Damon Galgut ha vinto il Booker Prize con La promessa (Edizioni e/o, 2021). Il senegalese Mohamed Mbougar Sarr si è aggiudicato il Premio Goncourt con La plus secrète mémoire des hommes (di prossima pubblicazione per Edizioni e/o). La mozambicana Paulina Chiziane è stata insignita del Premio Camões per la narrativa di lingua portoghese, vinto fra i tanti da Jose Saramago, Jorge Amado e Antonio Lobe Antunes.

Quanto al Premio Nobel, è stato assegnato, invece, ad Abdulrazak Gurnah, autore originario di Zanzibar e naturalizzato inglese, di cui La nave di Teseo ha acquisito i diritti delle opere all’ultima Fiera di Francoforte. Inizia la pubblicazione dell’autore tanzaniano lo scorso dicembre con Sulla riva del mare, precedentemente edito Garzanti e ora riproposto con traduzione rivista da Alberto Cristofori.

La trama di «Sulla riva del mare»

Il protagonista di Sulla riva del mare è Saleh Omar, tanzaniano sessantacinquenne ed ex mercante di mobili rifugiatosi in Inghilterra con l’inasprirsi della situazione politica in Tanzania a seguito dell’indipendenza dal Regno Unito. Lì l’uomo si rifugerà usando un passaporto falso dal nome di Rajab Shaaban:

E io mi chiamo Rajab Shaaban. Non è il mio vero nome, ma un nome che ho preso in prestito per l’occasione di questo viaggio salvavita. Apparteneva a qualcuno che conoscevo da molti anni. Shaaban è anche il nome dell’ottavo mese dell’anno, il mese della divisione, quando i destini dell’anno in arrivo vengono fissati e i peccati dei veri penitenti assolti.

Quello scelto da Omar è un nomen omen: un nome che appartiene a un passato di cui non può disfarsi, presagio di una resa dei conti che lo attende. Il protagonista dovrà, infatti, confrontarsi con Latif Mahmud, poeta, professore e mediatore culturale, figlio del vero Rajaab Shaban, in realtà rivale e parente lontano di Omar, che trascinerà l’uomo in un serrato confronto con il passato e le sue origini.

«Sulla riva del mare»: due sofferenze che s’incontrano

Per parlare di Sulla riva del mare, sarebbe meglio partire da ciò che sostiene Nicoletta Brazzelli, docente di Letteratura Inglese all’Università degli Studi di Milano e massima studiosa di Gurnah, nella sua guida all’autore pubblicata su «Rivista Studio»:

By the Sea offre un racconto frammentato che si dipana lentamente e attraverso il dialogo fra due personaggi che si ritrovano in Inghilterra e riscoprono un passato comune a Zanzibar, e mostra come la memoria sia il principale “bagaglio” del migrante.

Il romanzo di Gurnah, infatti, è suddiviso in tre parti: nelle prime due, Reliquie e Latif, si alternano i punti di vista di Omar e Latif, che raccontano la propria storia di migrazione. Quella di Omar è una storia di persecuzione; quella di Latif, invece, è la storia di un uomo arrivato in Inghilterra grazie a un permesso di studio per andare nella Germania Est. Le due storie si incontrano nella terza parte del romanzo, Silenzi, dove i due si confrontano e ricostruiscono quello che si scoprirà essere un presente, ma anche un passato comune.

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Il presente è quello di migranti in cerca di una nuova vita, come dimostra il cambio di nome adoperato dai due protagonisti: Omar sceglie il nome del padre di Latif, ma quest’ultimo, il cui nome vero è Ismail Rajab Shaaban Mahmud, sceglie “Latif”, perché «desideravo un po’ di delicatezza». I loro nomi nascondono un passato comune di liti familiari che fanno da specchio della storia dell’Africa e dei vari conflitti religiosi ed etnici che l’hanno martoriata.

“Sì, ma lei ha preso il nome di mio padre. Questa combinazione non ci rende parenti? E siamo in terra straniera. Questo ci renderebbe quasi naturalmente parenti, così dicono quelli che mi telefonano per chiedermi un favore. Non mi ha ancora detto questo, perché ha preso il suo nome. È tutto passato, comunque. Non ha più importanza, in realtà. Non voglio dire che il passato non abbia importanza, sapere quello che è successo per capire cosa stiamo facendo e come siamo diventati quello che siamo e quali storie ci raccontiamo. Dico che non voglio recriminazioni, tutti questi affari di famiglia, tutti questi pettegolezzi che risalgono indietro all’infinito. Ha notato come la storia dell’islam è legata ai litigi familiari?”

La casa della discordia

Questa storia di conflitti familiari viene raccontata attraverso la proprietà della casa che Rajab e Omar si contendono nel corso degli anni. Quello di raccontare la storia coloniale attraverso una casa è un espediente già visto, ad esempio, in Una casa per Mr Biswas del trinidadiano V.S. Naipaul (1932-2008), dove la casa diventa motivo per il protagonista – e in senso più ampio per i trinidadiani – di cercare una propria identità autonoma.

Qui la casa diventa specchio dell’evoluzione della società tanzaniana, ritratta nel passaggio da una cultura pacifica e multiculturale a una realtà che, dopo l’indipendenza dagli inglesi, diventa sempre più intollerante contro chi non appoggia la nuova élite di governo, che cerca in ogni modo di cancellare le tracce di quella precedente di governanti originari dell’Oman.

In questo senso diventa importante la storia di vendetta che coinvolgono i due protagonisti. Omar si è impossessato della casa di Rajab a seguito di un accordo commerciale andato male. Con l’arrivo del nuovo governo quest’ultimo, che nel frattempo ha maturato legami con uomini di potere, è riuscito a impossessarsi della sua vecchia casa e a privare Omar della sua attraverso delle false accuse. A seguito di ciò il protagonista sarà inoltre arrestato e allontanato dalla famiglia, caduta in rovina durante la sua detenzione.

Vendetta e riconciliazione «sulla riva del mare»

La storia della casa di Rajab è, quindi, una storia di vendetta come quella della Tanzania. Una vendetta destinata a non spegnersi, che si rinnova in Inghilterra, quando Omar incontra Latif:

“Ho visitato la sua casa una volta”, disse Latif Mahmud. “non so se si ricorda. È stato molto tempo fa. E adesso, dopo una vita, visito la sua nuova casa qui. È come se un pezzetto di filo ci tenesse legati a un paletto piantato per terra, e uno gratta gratta sempre nello stesso punto, anche se crede di aver percorso mondi interi”.

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Il loro incontro diventa l’occasione per un’ultima resa dei conti. I due protagonisti dismettono i panni che hanno vestito per sopravvivere per scavare nella propria memoria e cercare di risolvere un conflitto durato anni e sepolto da silenzi insopportabili:

Questi dunque sono i fatti che mi capitarono. Di molti è difficile parlare in maniera non drammatica, e alcuni mi riempiono di angoscia, ma sento il bisogno di dirli, di mostrarli come giudizi sul mio tempo e sulla meschinità delle nostre vite insincere. Li racconterò brevemente, perché molti sono fatti sui quali ho cercato di non soffermarmi, per timore di rovinare il poco che mi resta con l’amarezza e la disperazione. Ho avuto molti anni per pensarci e per soppesarli rispetto al resto, e a questo punto di vista ho capito che è meglio vivere tranquillamente con i miei graffi e le mie slogature quando altri devono sopportare crudeltà intollerabili.

Omar e Latif, che hanno raccontato le proprie versioni della stessa storia, sono costretti a smascherarsi. Riempiono i vuoti creati dalla propria incapacità di perdonare e di comunicare, ma allo stesso tempo dal dolore che la memoria porta con sé. Dal loro dialogo emerge un destino comune di sopraffazione e rabbia, in cui le due famiglie erano entrambe proprietarie della stessa terra, ma a causa della Storia e delle vicende politiche e sociali della Tanzania si sono ritrovati gli uni contro gli altri in un vortice di rivalsa e vendetta che li ha distrutti e costretti allo sradicamento, così come l’indipendenza dal Regno Unito e la fine del colonialismo ha comportato l’intolleranza della diversità culturale e l’annullamento delle tradizioni.

«Sulla riva del mare»: uno stesso destino fra due mari

Con Sulla riva del mare (acquista), La nave di Teseo riporta in Italia, anche grazie al Premio Nobel, Abdulrazak Gurnah. Uno scrittore che ha saputo indagare con empatia e intelligenza il tema dell’esilio e della memoria, raccontando la verità del mondo postcoloniale. Quest’ultimo è una realtà fatta di vendetta in cui la riconciliazione è difficile, ma dove allo stesso tempo risulta complesso ricordare ed espiare le proprie colpe. Le colpe di noi europei, incapaci di riconoscere che «il mondo intero aveva già pagato per i valori dell’Europa, anche se per molto tempo aveva pagato e basta, senza arrivare a goderseli»; le colpe di Omar e Latif, sordi al dolore dell’uno e dell’altro, incapaci di ascoltarsi reciprocamente e di perdonarsi.

Voglio guardare avanti, ma mi trovo sempre a guardare indietro, a frugare in periodi lontani e rimpiccioliti da altri avvenimenti successivi, eventi tirannici che incombono enormi su di me e dettano ogni più semplice azione. Ma quando guardo indietro, scopro che alcuni oggetti brillano ancora con una scintillante cattiveria e ogni ricordo fa sgorgare sangue. È un posto triste, il paese della memoria, un deposito buio con pavimenti marci e scale arrugginite dove a volte si passa il tempo frugando fra cose abbandonate.

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Alberto Paolo Palumbo

Laurea magistrale in Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee presso l’Università degli Studi di Milano con tesi in letteratura tedesca e allievo dell'edizione 2021 del Master "Il lavoro editoriale" della Scuola del Libro. Crede fortemente nel fatto che la letteratura debba non solo costruire ponti per raggiungere e unire le persone, permettendo di acquisire nuovi sguardi sulla realtà, ma anche aiutare ad avere consapevolezza della propria persona e della realtà che la circonda.

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