«Sei una bestia, Viskovitz» di Alessandro Boffa

Il nirvana bestiale di Viskovitz

12 minuti di lettura
Sei una bestia Viskovitz

Ci sono opere che appena arrivano in libreria ottengono un gran successo e vengono persino tradotte all’estero. Molte di queste cadono successivamente nel dimenticatoio, per poi ritornare in libreria dopo anni grazie all’attività di editori indipendenti che vedono nelle ripubblicazioni un modo per ridare visibilità ad autori la cui opera merita di essere letta e di diventare un classico.

Questo è il caso di Sei una bestia, Viskovitz di Alessandro Boffa, capolavoro della letteratura umoristica pubblicato da Garzanti nel lontano 1998. Caduto presto nel dimenticatoio malgrado il successo all’estero con traduzioni in oltre venti lingue, Quodlibet lo ha riportato in libreria nel gennaio 2021 nella collana Compagnia Extra curata da Ermanno Cavazzoni.

La genesi e la trama di «Sei una bestia, Viskovitz»

Di Alessandro Boffa si sa poco. Si trova soltanto una sua fotografia con un cammello nel deserto del Sinai, mentre informazioni più dettagliate si trovano nell’articolo del 12 marzo 2021 di Alberto Riva per «Il Venerdì». Nato a Mosca da Giuseppe Boffa e Iris Laura Zoffo, cresciuto a Roma. Abita vicino a Gianni Rodari, il quale lo incoraggia a scrivere filastrocche. Boffa si laurea in biologia e viaggia molto tra America, Estremo Oriente e Australia.

Al ritorno a Roma, dove attualmente vive, pubblica Sei una bestia Viskovitz, di cui Boffa racconta la genesi nell’articolo di Riva:

In uno dei miei ritorni in Italia, scopro che mio fratello, giornalista, aveva fatto leggere cinque dei miei racconti a Garzanti. L’editor Gianandrea Piccioli venne a Roma e mi fece il contratto. Da quel momento ho fatto una fatica bestiale a scrivere, tanto che mi aiutavo con la meditazione buddhista.

Raccolta di racconti brevi, oppure un romanzo in racconti. Quest’ultima definizione è quella che meglio calza a pennello a Sei una bestia, Viskovitz. Il protagonista di questi racconti è, infatti, sempre lo stesso: Viskovitz. Un personaggio che assume sembianze animali diverse: a volte leone, a volte ghiro, poi lumaca, passero, fino a diventare spugna o microbo. Parafrasando Lucio Dalla, l’impresa eccezionale di Viskovitz è quella di essere normale – anzi, bestiale – ovvero un uomo con tutti i suoi sogni, desideri, frustrazioni, vizi e virtù.

«Sei una bestia, Viskovitz» fra passione per la biologia, buddhismo e allegoria umana

Ritornando all’articolo di Riva, Alessandro Boffa ha motivato nel seguente modo la scelta di raccontare storie con protagonisti animali in Sei una bestia, Viskovitz: «Volevo far qualcosa di molto diverso da me. Mettendomi nei panni di personaggi sempre diversi finisci per stupirti».

Da un lato la passione per la biologia, che si nota soprattutto nel linguaggio scientifico usato nel descrivere alcuni animali, dall’altro l’influenza del buddhismo. Quest’ultima è evidente proprio per i diversi animali di cui Viskovitz assume le sembianze. Da un lato questo aspetto riprende l’idea della reincarnazione; dall’altro una visione ciclica della vita, o samsara, per la quale Viskovitz cerca di prendere in mano la propria vita e le proprie passioni, ma è destinato sempre a fallire.

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Come nel buddhismo, ben presto anche Viskovitz giunge a una specie di rivelazione, o nirvana, nel momento in cui comprende che tutti i suoi fallimenti sono parte fondamentale del suo essere. In questo senso Viskovitz e le sue reincarnazioni rappresentano varie sfaccettature dell’animo umano: l’amore, l’illusione, la frustrazione. Tutte imprese eccezionali, ritornando a Lucio Dalla, per comprendere che essere animale o uomo vuol dire accogliere in sé ogni esperienza, positiva o negativa, che serve per vivere.

L’amore secondo Viskovitz

Il primo elemento che rende Viskovitz molto umano è l’amore. Per il protagonista due sono i personaggi che rappresentano questo sentimento: Jana, l’amore coniugale, noioso e che col tempo sfiorisce, e Ljuba, la femme fatale, simbolo di una felicità che è sogno, mai realtà. L’amore secondo Viskovitz è ciò che tiene «tutto quel mondo desolato e spento a uno sbadiglio di distanza dalla felicità». La felicità, però, è, prendendo a prestito le parole di Petrarca, breve sogno.

Ne sa qualcosa, per esempio, la lumaca Viskovitz in Ma non ci pensi mai al sesso, Viskovitz?. «Il sacrificio della giovinezza per una promessa d’amore. E non era l’amore forse sempre una grande scommessa?». Viskovitz rinuncia ai suoi pretendenti per inseguire il suo sogno d’amore, leilui, che in realtà si rivela essere una sua illusione. «Ero sgomento, il mondo mi era crollato sotto il piede. Credo bene che mi venisse incontro, che rispondesse ai miei richiami! Luilei era un’immagine riflessa».

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Per amore Viskovitz sacrifica tutto quello che possiede, anche la sua quotidianità ordinaria, per poi ridursi a un pugno di mosche. In Stai perdendo la testa, Viskovitz, il protagonista è una mantide religiosa che per amore perde letteralmente la testa, a riprova che l’amore è un’illusione dolorosa. Nel racconto Hai le corna, Viskovitz, quest’ultimo è, invece, un alce che difende Ljuba dagli altri pretendenti per sentirsi dire che «il periodo dell’estro è finito, mio signore, e dovremo aspettare il prossimo anno per queste cose, se avremo l’onore di averla ancora con noi».

Le illusioni di Viskovitz

Viskovitz lotta sempre e incessantemente per realizzare i suoi sogni d’amore e le sue ambizioni. Ben presto, però, si rende conto che vive per alimentare delle illusioni, che una volta scoperte provocano in lui dolore. In Belle porcherie, Viskovitz, ad esempio, il protagonista, diventato un maiale, pensa di andare in giro per il mondo a dimostrare la sua grandezza, quando invece la gente lo ha preso per un fenomeno da baraccone e molto probabilmente ne farà carne da macello.

Se in Ti sei fatto un brutto nome, Viskovitz, la formica Viskovitz vede nel crollo della statua a lui eretta il ritratto «di una nullità», segno di un potere illusorio ed effimero, in Bevici sopra, Viskovitz, invece, la spugna protagonista si dispera all’idea di veder falliti i suoi ideali, al punto da riflettere ironicamente sul fatto che «il dramma di essere un vegetale era l’impossibilità di suicidarsi. Il vantaggio di essere una spugna era la possibilità di berci sopra».

Sii te stesso, Viskovitz

La chiave di tutto sta in quest’ultima frase: «berci sopra». Una chiave ironica e divertente del concetto buddhista del nirvana, ovvero la consapevolezza che tutto il mondo sia illusione, e che di queste illusioni abbiamo bisogno per vivere.

Se, per esempio, la già menzionata spugna spera che «la sua infelicità la renda finalmente felice», il cane del racconto Ti sei messo il cuore in pace, Viskovitz, arriva alla seguente consapevolezza: «in questo universo, in cui tutto è instabile ed effimero, nulla è più evanescente dell’amore tra cani. Nessuna illusione è più breve. È per questo, credo, che abbiamo bisogno di altri idoli, altri padroni».

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Accettare le illusioni, creandone persino delle nuove, e trasformare l’infelicità in felicità con la consapevolezza che «conta saperla creare, la bellezza» sono aspetti fondamentali per la vita di Viskovitz, ma anche di tutti noi esseri umani. Questa consapevolezza la raggiunge il protagonista, ora camaleonte, nel racconto Chi ti credi di essere, Viskovitz?:

Non è difficile […]. Per essere originali bisogna tornare alle origini, sauro. Il segreto per essere se stessi è saperci rinunciare. Svuotarsi e lasciarsi riempire. Se saprai farlo, voilà, i tuoi colori si metteranno a parlare, e al posto di un punto interrogativo alla fine di quel ridicolo nome, potrai mettercene uno esclamativo.

Il segreto della vita, dunque, è quella di essere capaci di rinunciare a comprendere ciò che è più grande di noi. Viskovitz – e con lui anche noi – impara ad accettare le illusioni, a farne parte del suo essere, ma allo stesso tempo a staccarsi da esse – anche qui ritorna il buddhismo – per non trasformarle in ossessioni, in quanto solo così può vivere e superare la frustrazione derivante da ogni fallimento.

«Sei una bestia, Viskovitz»: l’impresa eccezionale di essere bestiale

Come Esopo o George Orwell prima di lui, anche Alessandro Boffa con Sei una bestia, Viskovitz è riuscito nell’impresa di raccontare l’essere umano attraverso una storia di animali. Lumaca, ghiro, verme, leone o microbo, Viskovitz rappresenta l’umano in tutte le sue sfaccettature: le sue passioni, la sofferenza e l’illusione. Questa è, però, l’impresa eccezionale di essere bestiale: sciogliere il circolo vizioso delle proprie frustrazioni per renderci conto che le illusioni e i fallimenti sono mali necessari per essere se stessi.

«Bravo, ora sei una bestia», si complimentò la voce, «ma ti rimane ancora una cosa da imparare…»
«Sentiamo. La meiosi? La fermentazione? L’ontogenesi?»
«La morte, Visko».
«Stai scherzando».
«Non sei più un microbo, Visko. Le bestie muoiono».
«Un momento, amico, un momento… Rinunciare a tutto?»
«Tutto».

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Alberto Paolo Palumbo

Laurea magistrale in Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee presso l’Università degli Studi di Milano con tesi in letteratura tedesca e allievo dell'edizione 2021 del Master "Il lavoro editoriale" della Scuola del Libro. Crede fortemente nel fatto che la letteratura debba non solo costruire ponti per raggiungere e unire le persone, permettendo di acquisire nuovi sguardi sulla realtà, ma anche aiutare ad avere consapevolezza della propria persona e della realtà che la circonda.

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