«Sempre tornare» chiude la trilogia di Daniele Mencarelli

Al centro del romanzo, un diciassettenne che attraversa l'Italia centrale in autostop

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Sempre tornare

Lo scorso 5 ottobre è uscito per Mondadori Sempre tornare, il nuovo romanzo di Daniele Mencarelli, che chiude la sua trilogia autobiografica, cominciata nel 2018 con La casa degli sguardi e proseguita nel 2020 con Tutto chiede salvezza, vincitore del Premio Strega Giovani.

Ritroviamo il suo stile schietto, in cui il romanesco si mescola all’italiano, e, al tempo stesso, poetico. Nei punti più intensi, infatti, gli “a capo” aumentano, avvicinando nella struttura il testo più alla poesia che alla prosa. Non è solo un retaggio degli inizi di Mencarelli come poeta. Gli spazi bianchi sulla pagina sono un invito per il lettore a rallentare il ritmo della lettura e soffermarsi davvero su ogni parola. Come quando si legge una poesia.

«Sempre tornare»: la trama

Al centro di Sempre tornare troviamo un ragazzo di 17 anni, Daniele, che prende una decisione insolita. Dopo una disastrosa serata al Cocoricò, infatti, abbandona gli amici con cui è partito per le vacanze – le prime senza genitori – e decide di tornare verso Roma da solo, in autostop.

Subito, però, si rende conto di una complicazione: ha dimenticato soldi e documenti nella macchina dell’unico amico maggiorenne e automunito. Siamo nel 1991 e i cellulari ancora non esistono. Significa che Daniele non ha nessuna possibilità di avvertire i suoi amici e si vedrà costretto a fare totale affidamento sulla compassione degli sconosciuti che incroceranno il suo cammino. Dovrà chiedere loro ben più di un semplice passaggio.

Il viaggio a ritroso di Daniele, da Misano Adriatico a Roma, toccherà diverse zone dell’Italia centrale: le Marche, l’Umbria, infine l’agognato Lazio. Soprattutto, sarà un’avventura indimenticabile a livello umano. Tante saranno infatti le persone che incontrerà, come Annamaria, tutta casa e chiesa, Manlio, incapace di dire ai genitori che detesta la vita che avevano immaginato per lui, o Emma, che ingolla Roipnol di nascosto per rivedere in sogno la madre morta. Sempre tornare è un romanzo traboccante di umanità, che in questo ricorda Tutto chiede salvezza. L’ultimo libro di Mencarelli è però un’opera ancora più corale, costellata di vite che incrociano quella di Daniele anche solo per poche ore – e quella del lettore per poche pagine –, ma riescono comunque a lasciare un segno.

Le storie migliori le scrive la realtà

Daniele Mencarelli ne è convinto: è la realtà a scrivere le storie migliori. Lo scrittore, se è bravo, può giusto mettere il tutto in bella copia. Sempre tornare pare confermare questa teoria. Tante delle storie di cui Daniele viene a conoscenza tra le pagine di questo libro sembrano quasi frutto della penna di uno scrittore che prima si accanisce sui suoi personaggi, ma poi decide di non privarli della loro umanità. Come nel caso di Emilio, dalla vita distrutta da un’ingiusta accusa di pedofilia ma ancora, nonostante tutto, «innamorato del bene»:

Mi saluta con un occhiolino.
Per tornare indietro fa un’inversione al volo, ci manca solo che gli capiti un incidente per colpa mia. In fondo, sarebbe qualcosa che ha già vissuto.
Pagare per un gesto di generosità.
Resto da solo, aggrappato alla mia valigia.
Che cosa sterminata e imprevedibile la vita.
Uomini vanno, compiendo ogni male, senza mai pagare nulla, con il destino dalla parte del manico.
Altri, innamorati del bene, giusti nelle azioni, travolti da un male immeritato.
Deve esistere una giustizia ultima.
Una voce definitiva.
Una mano che tolga la pena dalla schiena degli innocenti per metterla su quella dei colpevoli.
Altrimenti a cosa serve tutto?

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L’incontro con il male

Il viaggio raccontato in Sempre tornare non è solo fisico, ma anche un vero e proprio cammino di formazione. Chi ha letto Tutto chiede salvezza ricorderà l’empatia smisurata del protagonista nei confronti delle vite degli altri. Un’empatia che sembra una condanna, poiché lo costringe a sobbarcarsi tanto dolore che non gli appartiene, ma che forse è un dono, alla luce del suo destino di poeta e romanziere.

La ritroviamo anche tra le pagine di questo libro, che segna il primo, vero incontro del giovane Daniele con la morte e la crudeltà gratuita. Assiste, nell’arco di poche ore, prima alla morte di un ragazzo in un incidente stradale, poi a quella di un gattino ucciso da un uomo senza scrupoli. Un conto è sapere che la morte violenta esiste, tutt’altro è conoscerla. Viene spontaneo chiedersi se Dio c’è davvero, e come mai allora era voltato dall’altra parte:

Se questa è l’opera, mi chiedo, perché mai il suo creatore non si offre per il tributo di applausi che gli spetta?
Eppure, a pensarci, cosa me ne importa dell’artista che ha dipinto? Avverato? Quel che conta è il quadro. Posso fare a meno del suo volto, anche del suo nome.
Ma non posso fare a meno della sua mano.
La stessa mano che è rimasta immobile di fronte a ben altro spettacolo.
Di lamiere bruciate, corpi schiantati, l’orrore muto della morte.
Perché restare nell’ombra?
Perché non proteggere quelle anime indifese?

La necessità di tornare a casa

Come si intuisce dal titolo, la morale di Sempre tornare è che in qualunque viaggio è necessario un ritorno. La parola ritorno, d’altronde, implica la presenza di un luogo che identifichiamo come casa. Non importa chi lo popola. Ciò che conta è che ci accolga e protegga – seppur temporaneamente – da tutto il male che c’è fuori e al quale abbiamo dovuto assistere. In fin dei conti, anche Ulisse dopo un lungo peregrinare sentì il desiderio di tornare a Itaca.

La casa è però per Daniele anche il luogo in cui rifletterà sull’avventura di questi giorni di fine agosto 1991. Ha visto tanta sofferenza, è innegabile. Ma ha anche conosciuto una generosità e un amore che non si aspettava, e che con tutta probabilità non si aspettavano nemmeno le persone che glieli hanno offerti. Si è specchiato negli occhi di persone di cui fino a poco prima ignorava l’esistenza, e che ora non sono più estranee. Allo stesso modo, ognuna di loro si è specchiata negli occhi di Daniele.

Di questo viaggio resterà una certezza, questo sì.
Ho chiesto tanto.
E tantissimo ho ricevuto.
In molti mi hanno aperto la loro casa, mi hanno accolto come un amico offrendomi la sacra intimità delle loro cose. […]
Di tutto l’aiuto che mi hanno dato, i primi a sorprendersi sono stati loro. Si sono scoperti dentro una generosità che non sapevano d’avere. Perché è così. […] Per scoprire quello che siamo veramente, abbiamo solo una maniera.
Farcelo dire dagli altri.
Accogliere le loro richieste, i bisogni, e nell’aiuto offerto scoprire la nostra reale statura, nostra e del nostro cuore.
Questo mi rimarrà, per sempre.

E questo rimarrà anche a chiunque leggerà e amerà Sempre tornare.

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Francesca Cerutti

Classe 1997, laureata in Lingue per l’impresa e specializzata in Traduzione. Caporedattrice di Magma Magazine, sempre alla ricerca di storie che meritino di essere raccontate. Nel 2020 è stato pubblicato il suo romanzo d’esordio, «Noi quattro nel mondo».

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