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«Spatriati»: l’altrove e le mille possibilità del sé

Una storia di radici e sradicamenti

6 minuti di lettura
«Spatriati», recensione libro di Mario Desiati

Mario Desiati ha vinto il Premio Strega 2022 con Spatriati, edito Einaudi. Il suo ultimo romanzo è una storia di radici e sradicamenti.

Una storia di rincorse

Francesco la nota subito, a ricreazione. Claudia sta in disparte, porta la sua diversità con spavalderia senza curarsi dell’opinione dei loro compagni. E sarà sempre con la sua tipica spavalderia che si farà avanti per chiedergli notizia di sua madre, la donna con cui era andato a vivere il padre. Le famiglie di Francesco e Claudia si sbriciolano, ma loro si uniscono. Crescono insieme, lei divora libri «solo per sapere che qualcuno ci è già passato», lui arriva sempre dopo, ma arriva. Legge quelle autrici che senza Claudia non avrebbe mai conosciuto, solo per essere un passo più vicino a lei.

Francesco è schivo, incerto, confuso, si trucca di nascosto per poi lasciare l’ombra sul cuscino. Claudia è sempre in fuga, prima l’università a Milano, poi Berlino. Lui resta a Marina Franca, tra gli ulivi e il mare, a sognarla. Il loro rapporto è fatto di lunghe telefonate in cui Claudia gli racconta le storie sbagliate che perennemente vive. Anche lei non smette di aspettarlo, quando Francesco si farà avanti per raggiungerla in Germania gli dirà soltanto «è arrivato il tuo momento». Claudia e Francesco maturano da spatriati nella città dei club notturni e delle mille possibilità, per poi tornare là dove erano cresciuti insieme, sotto gli ulivi pugliesi.

Più di un innamoramento

Francesco non sa definire cosa sia quel sentimento che lo lega a Claudia: «era più di un innamoramento, era una nazione libera e indipendente e non aveva nome». Il loro amore scorre, resiste al tempo e ai cambiamenti proprio perché non ha forme e confini, è tutto e nulla. Si mescola agli altri amori possibili, ai tanti di Claudia, ai pochissimi di Francesco, conclusi non appena si faceva cenno alle presentazioni familiari. La svolta avviene quando il ragazzo fa la valigia e lascia lo sguardo carico di disapprovazione del padre per salire su un aereo in direzione di Berlino, di Claudia e dei suoi capelli rossi.

Nella città del gender fluid, le labbra di Francesco e Claudia si sfiorano, a volte da sole e altre con labbra di ragazzi o ragazze incontrati nei locali. Il genere è una categoria sbiadita, loro sono come la relazione che li unisce: tutto e niente. Francesco dà sfogo alla sua curiosità erotica, esplora, scopre fino ad innamorarsi di Andria, un clandestino georgiano che sarà costretto a tornare nella propria terra d’origine. Claudia  e la sua eccentricità si innamoreranno di Erika, tanto istintiva quanto poco affidabile, una versione esasperata della protagonista. Ancora una volta, Claudia e Francesco vivono insieme le loro storie complicate, restando l’uno per l’altra una casa alla quale fare ritorno quando il mondo sembra fare troppo male.

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Anche se Francesco è schivo di natura, Claudia ha sempre compreso tutto quello che non diceva, cogliendo anche ciò che l’amico cercava di nascondere. Era stata lei a spiegargli come doveva struccarsi per non lasciare segni sulle lenzuola, lei a dirgli che non importava chi baciava, se maschi o femmine. Claudia abbracciava i lati nascosti  di Francesco, «Accetto il buio di chi amo perché è parte di lui» gli dice ad un certo punto. 

Non è semplice definire il rapporto che unisce i due, non esistono confini o linee di demarcazione.  É un legame di caratteri complementari, di differenze che si incastrano, di letture che uniscono.

L’altrove e l’altrove interiore

Spatriati, dal dialetto di Martina Franca “spatrièt”, emigrati. Ma anche disorientati, inadeguati, sbagliati, mancati. Una perfetta descrizione di Claudia e Francesco, spatriati per cercarsi. Per capire chi si è, per scoprire l’infinita gamma di sé possibili che si possono abbracciare, è necessario lasciare il posto sicuro in cui si è cresciuti per entrare in un mondo ben più grande.

Per anni, lui si ostina a restare mentre in lei emerge la necessità di partire e ripartire. Due scelte adattive contrapposte, due meccanismi per sopravvivere che emergono soprattutto nei dialoghi in cui Desiati riversa con maestria il rapporto ossimorico tra i protagonisti, la vicinanza ma anche la distanza che intercorre tra di loro, le diverse concezioni che hanno della fuga. 

Berlino viene descritta come la città in cui le individualità possono essere libere di esprimersi, o per meglio dire di esplodere, in netta contrapposizione con l’immobilismo che caratterizza Marina Franca. Tutto sembra procedere per estremismi, o tutto o nulla, ancora una volta. Spatriati (acquista) è un libro in bianco e nero, in cui le sfumature non esistono. Gli spruzzi colorati della giovinezza risaltano. Sono le tinte degli spatriati, disorientano, catturano. 

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Maria Ducoli

22 anni, studio linguistica a Venezia, leggo, scrivo e cerco di sopravvivere alla giornata.

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