«Stirpe e vergogna»: la necessità di fare i conti con il Ventennio

Michela Marzano ripercorre la storia di suo nonno Arturo, fascista della prima ora

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«Stirpe e vergogna», recensione del romanzo di Michela Marzano

Filosofa, scrittrice, docente universitaria, editorialista: Michela Marzano è una persona che non ha bisogno di grandi presentazioni. Dopo averne apprezzato i saggi, l’abbiamo scoperta alcuni anni fa alle prese con la narrativa, con i toccanti L’amore che mi resta (Einaudi, 2017) e Idda (Einaudi, 2019). La ritroviamo oggi con Stirpe e vergogna (Rizzoli, 2021) che, però, non è un’opera di fiction.

Si tratta infatti di un monumentale viaggio a ritroso di Marzano nella storia della sua famiglia, a partire da una scoperta sconvolgente: suo nonno Arturo era convintamente fascista. È un terremoto nella vita dell’autrice, nota intellettuale di sinistra. Il fascismo si è sempre annidato anche nella sua famiglia; i fascisti non sono “gli altri”.

«Stirpe e vergogna»: la trama

Dopo la pubblicazione di Idda, Michela Marzano sta raccogliendo le idee per un nuovo romanzo quando, quasi per caso, scopre dal certificato di battesimo del padre che questi non si chiama solo Ferruccio, bensì Ferruccio Michele Arturo Vittorio Benito. Rimane colpita in particolare da Vittorio, omaggio al re Vittorio Emanuele III, e soprattutto da Benito. Perché suo padre porta il nome del Duce? Quando glielo chiede, lui risponde con nonchalance che è perché il nonno, Arturo, era fascista. E non tra quelli che presero la tessera del partito negli anni Trenta, quando ormai la dittatura era ben consolidata. Arturo Marzano era un fascista della primissima ora, che partecipò anche alla Marcia su Roma.

È una doccia fredda per l’autrice, che tra il 2013 e il 2018 è stata deputata, prima nel PD e poi nel Gruppo Misto. Pure suo nonno era stato deputato, negli anni Cinquanta, ma dall’altra parte dell’emiciclo. La scoperta diventa per Marzano un’occasione per riflettere sulla storia della sua famiglia, fino alla decisione di accantonare le idee che le erano venute in mente per il nuovo romanzo. È la storia non solo di Arturo, ma di tutta la famiglia Marzano, che deve raccontare nel suo prossimo libro. Comincia così un lungo viaggio a ritroso, tra diari e cimeli dimenticati in cantina. Un viaggio che è anche un tentativo di capire chi era davvero Arturo Marzano. La ricerca di un’identità che prova ad andare oltre il contenuto di una tessera del PNF.

Oltre la retorica dei buoni e dei cattivi

Forte delle sue idee, Michela Marzano è sempre stata sicura di essere dalla parte giusta della Storia. I genitori sono socialisti, lei è stata deputata del PD, è convintamente una donna di sinistra. I fascisti, i “cattivi”, sono gli altri. Lei e le persone della sua vita non hanno nulla a che vedere con il partito che si è reso responsabile di una dittatura sanguinaria e della vergogna delle leggi razziali. Eppure la scrittrice è costretta a fare i conti con la realtà. Suo nonno Arturo era fascista, certo fino alla fine della bontà delle idee di Mussolini. Il fascismo è sempre stato dentro casa Marzano, e Michela ne era ignara.

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Stirpe e vergogna è il libro con cui Michela Marzano impara ad andare oltre la retorica dei buoni e dei cattivi, che forse esistono solo nelle fiabe. La realtà è infinitamente più complessa. Arturo Marzano, fascista, andrebbe catalogato in teoria come cattivo. Scavando a fondo, però, la nipote scopre che ha dato prova anche di grande amore per le persone della sua vita. Come può, allora, una persona capace di sentimenti così luminosi non accorgersi di tutto il male del fascismo? Per certe domande una risposta logica non c’è. Marzano, e con lei i lettori, deve ammettere che forse non esistono persone del tutto buone o cattive, e che gli esseri umani sono più irrazionali di quanto si creda.

La ricerca di un’identità

«Michela Marzano non esiste». Stirpe e vergogna si apre con questa frase lapidaria, che fa riferimento al fatto che all’anagrafe l’autrice si chiama Maria. Sebbene tutti la conoscano come Michela e lei firmi così tutti i suoi libri, ufficialmente Michela Marzano non esiste. La frase, però, anticipa anche la tematica chiave del libro: la ricerca dell’identità. La scoperta che il nonno era fascista mette in discussione le certezze dell’autrice, portandola a dubitare di sé stessa. Possibile che il suo tentativo continuo di fuggire dalle sue origini, perfino dalla sua lingua – Marzano vive a Parigi e per un lungo periodo ha scritto solo in francese –, abbia radici così profonde? La vergogna passa di generazione in generazione?

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Con questo libro Michela Marzano fa pace anche la sua mancata maternità e, a 51 anni, accetta il fatto che non sarà mai madre. Fino a confessare apertamente il vero motivo per cui non ha avuto figli: la paura di trasmettere anche a loro la vergogna e il senso di inadeguatezza che si è sempre portata dentro, come una malattia ereditaria, e di non saper rispondere quando le avrebbero chiesto perché li aveva messi al mondo.

La necessità di fare i conti con il Ventennio

Ciò che ci fa male, sembra dirci Michela Marzano, va affrontato di petto. È l’unico modo per evitare che una ferita si trasformi in una piaga e di permetterle di cicatrizzarsi davvero. È quello che in Stirpe e vergogna ha fatto lei con la sua mancata maternità e il passato della sua famiglia, ma è anche quello che ogni italiano dovrebbe fare con il Ventennio fascista. Il libro si articola in quattro parti, come in una sorta di elaborazione del lutto: le fasi sono in questo caso Il disonore, La colpa, L’amnesia e Il riscatto. L’Italia sembra vivere da troppo tempo una fase di amnesia nei confronti del fascismo. È facile mettere la polvere sotto il tappeto, sostenendo che si tratta solo di una pagina del libro di storia, che ormai non ha più ripercussioni sulla nostra contemporaneità.

Eppure fatti di cronaca recenti, come l’attacco squadrista alla sede della CGIL dello scorso 9 ottobre, mostrano che i rigurgiti fascisti ci sono ancora, eccome. E che c’è chi si ostina a negare la realtà. Alla fine del suo libro Michela Marzano parla di un riscatto. Non si può raggiungere quella fase, però, se prima non si supera l’amnesia e non si riflette in modo serio, una volta per tutte, su quello che è stato davvero il fascismo. È un compito più importante che mai, visto che prima o poi chi ha vissuto il Ventennio in prima persona non ci sarà più. Tra qualche anno, in assenza di testimoni diretti, potrebbe essere più facile provare a negare quello che è stato. Si fa allora più urgente che mai una vera presa di coscienza che consenta in particolare alle generazioni più giovani di liberarsi, una volta per tutte, dell’orrore fascista e poter dire, finalmente, «mai più».

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Francesca Cerutti

Classe 1997, laureata in Lingue per l’impresa e specializzata in Traduzione. Caporedattrice di Magma Magazine, sempre alla ricerca di storie che meritino di essere raccontate. Nel 2020 è stato pubblicato il suo romanzo d’esordio, «Noi quattro nel mondo».

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