Thomas Bernhard e la disperata ricerca della felicità

Ognuno di noi ha la responsabilità di essere felice

10 minuti di lettura

Il soccombente è un romanzo dello scrittore austriaco Thomas Bernhard. Si tratta della prima opera della Trilogia sulle Arti (musica, teatro e pittura) che l’autore scrisse tra il 1983 e il 1985 (e di cui fanno parte anche A colpi d’ascia. Una irritazione e Antichi Maestri. Commedia).

Ci sono tanti modi di leggere Il soccombente. Quel che è certo è che non si tratta di uno di quei libri nei quali ci si può semplicemente imbattere; si tratta di un’opera in grado di smuovere qualcosa dentro, una lettura che va assaporata lentamente. Una lettura che è in grado di trovare te, prima che tu trovi lei.

Il libro, uscito in Germania nel 1938, ci permette di compiere un viaggio interiore nei mandri della nostra coscienza più intima e di interrogarci sul significato più profondo di un concetto tanto pleonastico quanto inafferrabile: quello di felicità. In poco più di centocinquanta pagine, a tratti claustrofobiche, Bernhard compie una variazione sul tema, chiedendosi: ognuno di noi è veramente l’unico sostenitore del proprio destino? E ancora: ha senso ossessionarsi per il virtuosismo, che ci permette di godere della riprova sociale? Oppure è preferibile accettare di essere dei soccombenti?


Ma facciamo un passo indietro: immaginatevi un pomeriggio piovoso a Salisburgo. Tre amici si incontrano al Mozarteum per seguire il corso di musica tenuto da Vladimir Horowitz. Uno di loro è un pianista predestinato, una vera e propria promessa mondiale: Glenn Gould. Non appena Wertheimer – altro componente del trio – assiste alla sua magistrale esecuzione delle Variazioni di Goldberg di Bach, rimane internamente ammutolito, devastato e schiacciato. Il ragazzo sa perfettamente di non poter in alcun modo eguagliare il talento del suo compagno.

Un monologo fluido e inarrestabile

La voce di Bernhard – che non prevede soste in capitoli, quanto piuttosto un ritmo lento ma inarrestabile – si traduce in un’analisi lucida, approfondita e capace di farci sprofondare nelle sfumature della mente umana. Il narratore, un “quasi reale” Thomas Bernhard, si ritrova nella stessa osteria frequentata da Wertheiemer, recentemente scomparso. Qui, attraverso una lucida analessi, ripercorre i punti salienti della vita dell’amico, per indagarne le ragioni del suicidio, a suo avviso premeditato a lungo.

Se davvero ritenterò da capo la mia descrizione di Glenn Gould, dovrò inserirvi anche la sua descrizione di Wertheimer, e c’è da domandarsi chi sarà al centro di questa descrizione, se Glenn Gould o Wertheimer.

La riflessione sulle vite parallele degli amici prende spunto dal tema del virtuosismo per dipanare la propria riflessione su tutte le strade a esso connesso. La voce narrante ha infatti rinunciato da tempo a rincorrere questo concetto, arrivando addirittura a regalare il proprio pianoforte. In una lucida dissertazione, Bernhard afferma di essersi aggrappato al proprio talento senza aver mai realmente desiderato diventare un virtuso, anzi, quasi odiando il virtuosismo fine a sé stesso. Ha così compreso che la ricerca dell’approvazione altrui e della perfezione a tutti i costi l’avrebbe solo portato a un «processo di intristimento».

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Al contrario, Wertheimer – lo capiamo sin dalle prime pagine – è un uomo devastato in maniera irrimediabile dall’invidia, spaventato dall’idea dell’abbandono da parte della sorella, segnato da un’insicurezza dilagante. Tanto timoroso della solitudine che, nell’ultima parte della sua vita, lo vediamo pagare dei semplici conoscenti perché gli facciano compagnia nella sua casa in campagna, costringendoli ad ascoltare una musica che rispecchia solo il suo eterno sconforto.

Sembra un personaggio uscito da un libro di Dostoevskij: non riesce a cavare nulla di buono da questa sua disperazione che lo corrobora lentamente, portandolo verso un triste epilogo. Tuttavia, la solitudine alla quale si autocostringe Wertheimer è annichilente ma piena di verità.

Wertheimer era il tipico uomo da vicolo cieco, ogni volta che usciva da un vicolo cieco, entrava in un altro vicolo cieco. […] Pur essendo in molte cose più fine e sensibile di me, finiva sempre per armarsi, fu questo il suo errore più grande, di sentimenti sbagliati. Voleva essere un artista, a lui non bastava essere l’artista della propria vita, benché questo concetto racchiuda tutto ciò che può rendere felice qualsiasi persona lungimirante. Wertheimer insomma si era innamorato o addirittura era rimasto ammaliato dal proprio fallimento, pensai, e in questo fallimento si era incaponito fino alla fine.

Il peso delle parole e l’accento sulla gentilezza

Wertheimer si guadagna da Glenn l’epiteto di soccombente, e su questo la voce narrante sembra intransigere: bacchetta il genio, dicendo che le parole possono avere un peso schiacciante per il destinatario, anche quando pronunciate ad anni di distanza.

Noi diciamo una parola e annientiamo un essere umano senza che questo essere umano da noi annientato, nel momento in cui pronunciamo la parola che lo annienta, abbia cognizione di questo fatto micidiale, pensai.

La prosa arriva così a concentrarsi su dissertazioni rispetto all’etica e alla morale, su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, su quanto pesi il giudizio che riponiamo sugli altri.

Ma qual è la vera colpa di Wertheimer allora? Forse il fatto di non conoscersi a sufficienza per accettare i propri limiti?

Felicità e l’infelicità sono fenomeni dell’anima, la quale prova piacere o dispiacere a esistere a seconda che si senta o non si senta realizzata. La realizzazione di sé è dunque il fattore decisivo per la felicità. Ma per l’autorealizzazione occorre esercitare quella virtù capace di fruire di ciò che è ottenibile e desiderabile e di non desiderare ciò che è irraggiungibile.

Alla fine, chiuso il libro, un amaro ristagnante permea il lettore: e se Glenn Gould avesse ragione? Se la vita si dividesse davvero tra chi soccombe e chi ce la fa? E se gran parte di questo divario fosse accentuato dall’indole con cui superiamo o meno certi ostacoli? Allora, alla fine, la felicità diventa una responsabilità di ognuno di noi. Sapersela guadagnare è una fatica quotidiana, soprattutto qui e oggi, in questa società che sempre di più pone la sua spada di Damocle sopra i soccombenti, sopra chi non ce la fa. In questo modo il giudizio degli altri, per quanto atroce, sembra avere un peso enorme e allo stesso tempo infinitamente piccolo.

Forse è giusto fare come Wertheimer e suonare sempre, anche per chi non ha voglia di ascoltare, anche quando la nostra esecuzione non è impeccabile e perfetta.

Chi era Thomas Bernhard?

Thomas Bernhard (Heerlen 1931 – Gmunden 1989) si affermò come scrittore, giornalista, romanziere e drammaturgo. Bambino schivo e solitario, figlio di una ragazza-madre che preferì lasciarlo crescere con i nonni, non arrivò a concludere il liceo classico. Pubblicò i suoi racconti su quotidiani e riviste e, nel 1963, con il suo primo romanzo Gelo vinse il prestigioso premio Brema. A partire dagli anni Settanta si dedicò intensamente al teatro scrivendo numerosi testi che il regista Claus Peymann mise in scena. Proprio come il nostro soccombente, anche Bernhard viveva in una casa di campagna nel cuore del Lake District austriaco e anelava la solitudine.

Tra le sue opere principali, oltre a Il soccombente, ricordiamo: Perturbamento, Il nipote di Wittgenstein ed Estinzione – tutte edite in Italia da Adelphi.

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Lettrice incallita, amante della letteratura e della lingua italiana in tutte le sue declinazioni. Classe 1989, è nata in un paesino della Pianura Padana. Si è laureata in Storia dell’Arte a Venezia e poi si è trasferita a Rimini, nel cuore della Romagna. Ha frequentato la scuola Holden di Torino e pubblicato il suo primo romanzo «Il bagno di mezzanotte».

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