«L’uomo che cade»: come ripensare all’11 settembre

DeLillo cerca un nuovo modo per descrivere il trauma delle Torri Gemelle

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de lillo l uomo che cade

Quando l’ombra dolente di un trauma poggia sulla vita di ognuno di noi, cerchiamo affannosamente di superarlo in tutte le maniere a noi concesse. Il trauma americano delle Twin Towers colpisce l’intero l’Occidente e irrompe nella fitta trama della storia con una violenza sconcertante. La portata storica di quell’evento è indiscutibile e la sua carica simbolica segna un solco profondo nell’immaginario collettivo occidentale. Don DeLillo, con L’uomo che cade, tenta di definire i contorni di quel trauma. Ci insegna che l’11 settembre perdura da decenni e che nessuno sa per quanto tempo ancora inciderà sulla vita di molti.

«L’uomo che cade»: un evento traumatico

L’uomo che cade riguarda l’ossessione derivante da un evento traumatico e sul decorso di quest’ultimo nella sua implicazione più drastica, la perdita di senso. L’11 settembre, come un qualsiasi evento che assume un carattere “traumatico”, stravolge la quotidianità e provoca un terrore e un’angoscia diffusi. Alla perdita di senso corrisponde uno stato di angoscia asfissiante, all’incapacità di trovare un senso corrisponde la paura di non poter più ristabilire un ordine di quotidianità abitabile. Esorcizzare questa angoscia e questa paura significa ricostruire una trama di senso capace di farci convivere con il ricordo del trauma sostenendone il peso.

L’inizio di tutto

Il lettore può riflettere sulla genesi del trauma attraverso la figura di Keith – un lavoratore delle Twin Towers che riesce a sopravvivere al disastro. Gli interni delle Torri, poco dopo l’impatto, rappresentano l’immagine archetipica del trauma. Tutto è fuori posto. La formula che meglio trasmette al lettore il significato più diretto ed esplicito del trauma è interamente contenuta nella cronaca dei momenti immediatamente successivi all’impatto: quando avviene «uno spostamento nella disposizione fondamentale delle parti e degli elementi». Sia che lo si veda da uno schermo, sia che lo si veda a distanza incredibilmente ravvicinata, il crollo di quei due edifici, simbolo della magnificenza della tecnica occidentale, costituisce un punto di rottura nella linearità del quotidiano. Con le Torri crollano le certezze di un popolo. Crolla, in particolar modo, l’assoluta certezza di essere sempre al sicuro. È dinanzi a questo tipo di eventi che mancano le parole. Quando qualcosa di troppo sconvolgente accade, il bisogno di una spiegazione plausibile o di una descrizione soddisfacente deve fare i conti con gli angusti limiti del linguaggio. DeLillo non fa altro che ricercare i termini più idonei a raccontare quel fatto, nelle implicazioni che più sconfortano l’animo umano, senza scadere in banali sentimentalismi.

Le conseguenze dell’11 settembre

Questa cronaca è affiancata da due differenti sequenze narrativo. Quella che dischiude l’universo narrativo della protagonista Lianne e quella che invece dà voce all’attentatore Hammad. Da un lato, abbiamo dunque la figura di Lianne e il travaglio interiore che di colpo la investe. Ogni tratto della sua quotidianità sembra fossilizzarsi sui solchi tracciati dal trauma e la necessità di ricucire un senso si tramuta in ossessione. Si interroga sui motivi che hanno spinto il padre a suicidarsi, si chiede cosa pensasse in quell’istante e cosa lo avesse spinto verso quella oscura direzione. Sui motivo per cui sua madre Nina si ostini a mantenere una relazione con un uomo dal passato così oscuro come Martin. Sul perché il rapporto con Keith non aveva funzionato e sul perché adesso, dopo che è riapparso alla porta, come testimone, prova e superstite della catastrofe, dovrebbe funzionare. Si chiede cosa porti suo figlio a perlustrare il cielo alla ricerca di aeroplani, sviluppando «il mito di Bill Lawton». Si chiede, infine, cosa la gente trovi nel rivolgersi a Dio. Questa disperata ricerca di una trama di senso mette Lianne al centro del romanzo e mostra al lettore la legittimità di questa umana pretesa.

Due versioni dello stesso trauma

Dall’altro, invece, la narrazione si dipana a partire dalla figura di Hammad, un giovane attentatore che ha scelto di dedicare la propria vita al martirio e di abbracciare la forma più estrema di fanatismo islamico. DeLillo riflette sul come il germe del martirio irrora le vene fino a farle scoppiare, fino a riempiere gli occhi di sangue e fiamme. Hammad e i suoi compagni si muovono nell’ordinario, agiscono sotto mentite spoglie, camminano tra la gente comune, fanno la fila al supermercato, alle poste, frequentano le scuole. Conducono una vita all’apparenza troppo simile alle altre. Eppure, si stanno preparando al martirio e hanno già scelto il loro destino. Nel mondo di Hammad l’Islam abbraccia ogni cosa e tutto ciò che deve accadere o accade trova una sua perfetta collocazione all’interno del quadro che ha imparato a conoscere durante l’addestramento. Con l’Islam tutto appare nitido, senza l’Islam ogni cosa si appanna e non può esimersi dall’apparire frivola e priva di consistenza. E tuttavia, tra il travaglio interiore di Hammad e quello di qualunque altro uomo, si possono rilevare delle similitudini. Anch’egli cerca di dare un senso alla propria vita, anch’egli coltiva il dubbio e, solo quando quest’ultimo svanisce, si sente completo.

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Il paradosso de «L’uomo che cade»

Il lettore si trova così di fronte a un paradosso: vittima e attentatore vengono mossi dallo stesso proposito. Entrambi pensano a Dio, entrambi sono alla ricerca di un senso che abbracci la vita, entrambi cercano di mettere assieme i pezzi delle loro vite. Eppure, fanno tutto questo in maniera differente. L’ossessione di chi non riesce a non pensare ad altro se non al proprio trauma, al senso che la propria vita deve in qualche modo riacquisire, viene contrapposta all’ossessione di chi è convinto di avere già tutte le risposte. Una vita che cerca in tutti i modi di ricucire un senso e un’altra che è così convinta di averne uno così definitivo e appagante da diventare completamente cieca. Il parallelismo che emerge ha un qualcosa di dannatamente perverso e al contempo dissacrante, che difficilmente il lettore può lasciar passare senza prima cimentarsi nell’esperimento di perorare la causa di uno e quella dell’altro.

La reazione delle diverse arti

V’è un’altra tematica che si impone come uno degli assi portanti del romanzo, ovvero la carica simbolica che caratterizza la figura del Falling Man. L’uomo che cade, in questo contesto narrativo, ha un nome e un cognome, una sua storia e suggerisce una questione specifica. L’11 settembre è stato probabilmente l’evento mediatico più spettacolarizzato di sempre. Ma il compito dell’arte è quello di de-spettacolarizzare quel dramma e fornire all’Occidente nuovi schemi interpretativi.

Uno studio di Alessandro De Filippo mostra come la struttura la narrativa adottata dai mass media per raccontare quell’episodio catastrofico sia diventata nel cinema contemporaneo americano una struttura archetipica. Secondo questa ricerca, molti racconti filmici presentano una struttura narrativa peculiare. La quiete viene completamente stravolta da un tragico evento che assume i contorni dell’inspiegabile e che apre a una fitta trama di paure e angosce, molto spesso dipesa dall’irruzione di una presenza minacciosa e inverosimile. Tutto, nel cinema dei blockbuster e nei resoconti dei mass media, è interamente appiattito a uno schema di rappresentazione universale. Questo punta a suscitare sensazioni forti o ad accendere la miccia del sentimentalismo più becero, senza tuttavia rendere giustizia alla complessità che avvolge l’evento rappresentato.

Una nuova versione dei fatti

La figura dell’uomo che cade di DeLillo, invece, prova a restituire alla letteratura o a qualsiasi altra forma artistica una delle sue dimensioni più preziose, quella di fornire degli schemi rappresentativi multiprospettici. Nel Falling man, caduta e assenza di senso vengono simboleggiate da una figura così esteticamente esemplare e al contempo così drammaticamente pregna di significato. Mediante la riproduzione della realtà in forma narrativa, performativa, o figurativa, è possibile valutare prospettive inedite che mettono in luce scorci di realtà che altrimenti rimarrebbero avvolti nell’oscurità. Ma è importante, soprattutto, avanzare degli schemi interpretativi che arricchiscono la percezione del reale.

Indubbiamente, scrivere un romanzo che evoca con forza quell’immagine suona un po’ come un atto provocatorio. Così come lo è esternalizzare il paradosso di mettere vittima e attentatore sullo stesso piano figura come un guanto di sfida. Questo è un romanzo stratificato che meritava senz’altro una critica più attenta alle intersezioni fra i diversi elementi in gioco. Forse, per certi versi, non s’è ancora compreso che il miglior modo di affrontare un trauma non è quello di dimenticare, bensì è quello di costruirci sopra un senso nuovo.

Bibliografia

A. De Filippo, Idioteque. L’11 settembre nell’immaginario cinematografico dell’Occidente, Bonanno Editore, Acireale, 2011

Antonio Cesare Nasca

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