«L’uomo immaginario» di Al Ewing: la realtà della finzione

Dalla neonata 451 delle Edizioni BD, il romanzo è un viaggio tra realtà e finzione

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L'uomo immaginario

Lo scorso maggio è nato 451, nuovo progetto editoriale del marchio di fumetti milanese Edizioni BD i cui primi titoli sono arrivati in libreria a giugno. Fra gli autori in catalogo figurano personalità come Alan Moore, Hideo Kojima e Robert Silverberg. Fra i primi titoli figura L’uomo immaginario, esordio al romanzo di Al Ewing autore di fumetti Marvel come L’immortale Hulk, Guardians of the Galaxy e Loki: Agent of Asgard. Il romanzo è stato pubblicato in lingua originale nel 2013 e viene proposto ora nella traduzione di Valerio Stivè.

La trama de «L’uomo immaginario»

L’uomo immaginario ruota attorno alla figura di Niles Golan, sceneggiatore e scrittore mediocre di una serie poliziesca con protagonista Kurt Power. Egli vive in una Los Angeles del futuro – molto simile, però, a quella del presente – dove si possono incontrare varie versioni di personaggi famosi come Sherlock Holmes o Dracula, qui chiamati Immaginari, «esseri umani clonati e modificati».

Essi vengono impiegati nel mondo del cinema. Non possono, però, avere una vita normale al di fuori del ruolo affidatogli dal proprio creatore e gli è persino proibito avere rapporti sentimentali con gli esseri umani. Immaginari sono anche Ralph Cutner, terapista di Niles, e Bob Benton, migliore amico del protagonista.

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Giunta alla deriva dopo il divorzio dalla moglie Iyla, la vita di Niles sembra prendere una svolta decisiva nel momento in cui gli viene affidata la sceneggiatura del remake de Lo splendido Mr Doll, «uno dei tanti tentativi di parodizzare, imitare o correre dietro al successo di James Bond». In realtà, il tentativo di scrittura della sceneggiatura si rivelerà essere un pretesto per intraprendere riflessioni sull’industria cinematografica di Hollywood, ma soprattutto sul confine tra realtà e finzione.

L'uomo immaginario

«L’uomo immaginario»: metanarrazione come denuncia e creazione di un’identità

Nella notizia biografica in appendice al volume, L’uomo immaginario viene definito come «un ambizioso romanzo metanarrativo». L’intento metanarrativo, infatti, è evidente non solo attraverso la presenza di testi di sceneggiature, racconti brevi o recensioni di film, ma anche tramite parti interamente scritte in corsivo raffiguranti la narrazione interiore del protagonista, che crea ogni volta «una nuova realtà […] una serie di storie che raccontavi prima di tutto a te stesso».

L’uso della metanarrazione da parte dell’autore mira a dare al lettore una panoramica completa del funzionamento del mondo del cinema. Nonostante il romanzo sia fantascientifico, l’ambiente cinematografico raffigurato dallo scrittore risulta molto attuale. Ewing mostra come il cinema venga realizzato sia per rincorrere le tendenze del momento che per il semplice scopo di intrattenere il pubblico.

L’altro obiettivo, inoltre, che Ewing persegue con la metanarrazione è quello di riflettere sul rapporto tra scrittura e identità. Il titolo originale del romanzo è, infatti, The Fictional Man: l’uomo della finzione la cui essenza è stabilita da qualsiasi tipo di racconto che facciamo di noi stessi agli altri.

Il futuro attuale di Hollywood

L’Hollywood in cui è ambientato L’uomo immaginario è sì futuristica, ma molto simile a quella odierna. Nonostante Al Ewing scrisse il romanzo nel 2013 – lontano dalla piega politicamente corretta intrapresa dal cinema hollywoodiano ultimamente –, la realtà che descrive risulta ancora molto attuale.

L’industria del cinema, ad esempio, fonda la sua produzione sui reboot di film del passato, che stravolge al punto da renderli irriconoscibili:

Hollywood è piena zeppa di remake, reboot e tutta quella roba lì…È come scavare tombe e rubare cadaveri, non ti pare? Tutti questi insipidi coglioni privi di immaginazione praticamente ci stanno dicendo che al mondo non ci sono più idee originali e che quindi tanto vale andare a rivangare il passato… Cioè, dai, tutti odiano i remake.

Il cinema hollywoodiano è fatto, quindi, solo per intrattenere. In questo senso è da intendersi ogni tentativo da parte dei produttori con cui Niles lavora di eliminare ogni tipo di riflessione sul presente, come il rapporto fra gli Immaginari e gli esseri umani.

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Discriminazione sociale e incapacità di confronto con la realtà

La società hollywoodiana del futuro, infatti, è basata sulla discriminazione sociale, poiché impedisce ai cloni di farsi una vita come gli altri esseri umani:

[…] ancora un bel po’ di gente era convinta che un personaggio emerso da un tubo di traduzione dotato di una personalità già completa fosse, se non un vero e proprio abominio, almeno un essere naturalmente inferiore rispetto a un individuo nato da un ventre umano e che avesse acquistato il proprio patrimonio genetico in modo tradizionale.

Sebbene siano considerati esseri inferiori, gli Immaginari sono, però, capaci di sentimenti. Alcuni di loro amano persone reali, ma queste relazioni non sono viste di buon occhio dalla società. «Per un Immaginario», infatti, «innamorarsi di un essere umano anziché di un personaggio di finzione significava ribellarsi alla sua stessa natura».

L’industria cinematografica cerca di nascondere la sua incapacità di confrontarsi con la realtà, ovvero «l’elefante nella stanza, il tabù, la ferita infetta che nessuno aveva avuto il coraggio di toccare. Gli Immaginari. I loro sentimenti, le loro speranze e i loro sogni».

L’uomo immaginario fra organico e sintetico

Niles, allora, cercherà di stravolgere a sua volta il progetto di Mr Doll per svolgere una riflessione sull’essere Immaginario. In realtà questa si rivelerà essere una riflessione generale sull’identità, che lo coinvolgerà in prima persona. Il problema dell’identità, in particolare del rapporto fra organico e sintetico, non è nuova nella fantascienza.

Fra i tanti esempi, si pensi, ad esempio, a Ma gli androidi sognano pecore elettriche? di Philip K. Dick, di cui è celebre la trasposizione cinematografica Blade Runner. Come il cacciatore di taglie Rick Deckard, anche Niles arriva a riflettere sulla propria identità e natura di essere umano. Il protagonista intraprende il suo percorso di consapevolezza grazie al suo amico Bob, che in una delle loro discussioni sull’identità degli Immaginari afferma:

Tu non sei meglio di me, Niles. Sei proprio… sei preconfezionato come me, sai? Sei falso quanto lo sono io. […] La tua personalità è “immaginaria” Niles, è un’invenzione tanto quanto la mia, tranne per una cosa: io sono stato creato da un ottimo scrittore.

Essere: realtà o finzione?

Più avanti, Bob rimarca il fatto che Niles non sia veramente un “realista”, in quanto, attraverso la sua narrazione interiore, si crea una propria identità: «Eccome, se sei un realista, Niles. Solo che essere un realista non rientra nell’immagine che hai di te stesso, quindi ti racconti una bella storiella nella tua testa per raccontarti quanto non lo sei».

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Quello che alla fine comprende Niles è che l’essere è un’entità che richiede necessariamente un incontro fra il reale e la finzione, poiché noi siamo in base a ciò che ci definiamo di fronte all’altro. Niles si ritiene reale perché lo è per il mondo che si è creato; allo stesso tempo è frutto della sua immaginazione e del suo modo di narrarsi. Bob, d’altro canto, è un’Immaginario, ma nel suo modo di vivere è tanto reale quanto Niles. I loro sono, dunque, due mondi diversi: fittizi l’uno per l’altro, ma a modo loro entrambi reali.

L’uomo immaginario…reale

L’uomo immaginario di Al Ewing è la prova vivente di come la fantascienza non sia letteratura di serie B. Essa è una letteratura capace di profonde riflessioni sul presente attraverso narrazioni fantastiche e futuristiche.

Con ironia, malinconia e un profondo sguardo critico l’autore mette a nudo la frivolezza e la discriminazione sociale del mondo dell’entertainment – ancora troppo attuale, nonostante la nuova svolta politicamente corretta – ma anche la natura fittizia di tutto ciò che noi definiamo reale, anche noi stessi. L’essere, dunque, è realtà e finzione allo stesso tempo: siamo ed esistiamo in base alla percezione dell’altro e nel modo in cui ci raccontiamo, ma nel nostro grado di finzione siamo al contempo reali.

 «Penso…» Niles scosse il capo. «Penso di aver bisogno di un cambiamento, nella mia vita. Dovrei trovare il modo di convincermi a diventare una persona migliore. E magari… magari dovrei anche iniziare a cambiare la mia definizione di cos’è una persona. Di cosa è reale». «Quindi…» disse Bob, interrotto da uno sbadiglio «qual è la tua nuova definizione?»
Niles ci pensò un attimo.
«Il cambiamento» rispose. «Se si riesce a cambiare… vuol dire che si è reali».

Immagine in evidenza: copertina del libro, a cura di © 451

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Alberto Paolo Palumbo

Laurea magistrale in Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee presso l’Università degli Studi di Milano con tesi in letteratura tedesca e allievo dell'edizione 2021 del Master "Il lavoro editoriale" della Scuola del Libro. Crede fortemente nel fatto che la letteratura debba non solo costruire ponti per raggiungere e unire le persone, permettendo di acquisire nuovi sguardi sulla realtà, ma anche aiutare ad avere consapevolezza della propria persona e della realtà che la circonda.

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